Il nuovo periodo (e la nuova vita) di Raffaele Tarpani

                 Che cosa distingue una vocazione artistica autentica da una pratica di mestiere? 

                 Non  l’eccellenza  dei risultati,  che  possono  raggiungersi  anche  nel caso di una  imitazione  pedissequa dei  grandi maestri,

      nelle  copie   di  maniera  o  addirittura  nei  cosiddetti   “falsi  d’autore”;   non  il  successo  di  pubblico,  poiché  anzi  un’audience  

      distratta  e  abitudinaria  ( oltre  che  incompetente )  accoglie  con  favore  la  medesima  collaudata  formula,  che  immediatamente

      riconosce  e in cui  senza  sforzo si  riconosce;  e neppure  l’originalità  perseguita  ad  ogni  costo,  che quando  non sia  sorretta da

      un’adeguata  motivazione  si tramuta  in stravaganza  ed esibizionismo.    Il  discrimine  è  un altro,  e io  che  mi sono  avvicinato alla

      critica d’arte  partendo dai  severi  studi storici  – cioè  da quel  lavoro  di  scavo e di  rinvenimento  che si  esercita sui documenti di

      biblioteca e di archivio – non esiterei ad individuarlo nella continua e consapevole attività di ricerca.

                  Vero  artista è,  a mio  giudizio,  colui  che  non  si acquieta  dei  riconoscimenti ottenuti,  delle  mete  conquistate,  del posto

      dapprima  ambito  e poi  occupato  nel  mondo,  ma è spinto  da  una  forza  interiore  (il “demone” si  cui  parlava  l’antico  filosofo

      ateniese,  invero  in un contesto  etico-politico  prima  ancora  che estetico-poetico)  ad  interrogarsi,  discutersi,  rimettersi in gioco:

      in una parola  a tentare  di  inoltrarsi  per le impervie  strade che conducono ad  un  incerto  e perciò  tanto  più  inquietante  destino

      (o  forse,  meglio  sarebbe  dire,  per  quei  sentieri  interrotti  di cui  parla  invece  un  filosofo tedesco  moderno,  che ha fatto della

      scoperta del senso dell’essere la sua stessa ragione di vita).     

                  Ciò vale per tutte le epoche:  ma soprattutto per un’epoca come  la  nostra,  in  cui  l’arte  ha  lasciato  i  tranquilli  lidi  della

      figurazione – attonita  per le altezze raggiunte,  ma  forse spaventata di  non essere  più  in grado di attingerle –  per spiegare  le vele

      verso la terra incognita, lasciare la bottega ove si apprendevano tecniche e segreti per inventarsi un mondo; il proprio mondo. 

                  E se  dell’Ottocento romantico,  positivista  e decadente  noi ricordiamo  le grandi stagioni della  figura  idealizzata  –  ultima

      delle   quali   l’impressionismo,  sviluppatosi   in  parallelo  all’invenzione  della  fotografia  –  e  dal  primo  Novecento  dilaniato  da

      ideologie e  fermenti  contraddittori  abbiamo  ereditato il  furore espressionistico che ha  piuttosto  mutuato gli  stilemi del cinema, e

      l’audacia  futurista  legata  ai coevi  miti del volo,  della velocità,  dell’avventura  estrema  fino al desiderio della  “bella morte”,  man

      mano che ci  avviciniamo  al  nostro tempo vediamo accrescersi  la ricerca di  nuove ed  inesplorate strade,  il bisogno di

      sperimentare   nuove tecniche,  ma anche  la dissoluzione  della  immagine  umana e dell’ambiente  che la  contornava,  almeno così

      come ci erano state tramandate da una tradizione secolare se non addirittura millenaria.

                   In  questa  frenetica,  talora ossessiva  tensione verso  l’inedito,  verso  il non ancora esplorato, il non ancora sperimentato,

      molti artisti  – anche sommi:  si pensi, tanto per fare un solo nome,  a Pablo Picasso –  hanno attraversato diverse  fasi della propria

      inesausta  creatività;  fasi o periodi che i critici  hanno  contraddistinto con  il nome di un colore dominante, o della preminenza di un

      soggetto, o dell’uso di  un  materiale.   E  nell’affollarsi  e  rincorrersi  delle  nuove  correnti  artistiche,  e di  sempre  più  insistenti e

      rumorose  avanguardie,  figura  e  paesaggio  sono  stati  smembrati,  scomposti,  ricostituiti  attraverso  il  filtro  della  personalità  e

      ( per  riprendere  il  concetto  iniziale )  dell’autenticità  della  vocazione  pittorica,  o scultorea,  e  più  semplicemente  artigianale di

      ciascuno degli attori di quel grande palcoscenico che è stata l’arte del secondo Novecento.

                   È dunque con  lieta sorpresa che oggi  si  può salutare in  quell’artista  autentico che è  Raffaele  Tarpani  un  mutamento di

      indirizzo che rappresenta al tempo stesso la continuità e l’innovazione rispetto alla precedente produzione.

                   In  questa  mostra delle sue opere il  visitatore potrà  allora allineare  per un confronto che diviene evidente e comprensibile

      anche ad un occhio inesperto la tendenza antica di  Tarpani a piegare ai  propri fini  creativi una  lezione persistente  nell’arte umbra,

      che altra  volta ho cercato di evidenziare  (dalla scuola  umbro-senese  che  segnò il trapasso dal tardo  Medioevo al  Rinascimento

      fino all’areopittura  futurista di Gerardo Dottori)  con la nuova atmosfera che si irradia dai quadri più recenti,  e che sembra risentire

      piuttosto dei moduli neo-impressionistici, con echi insistiti di puntinismo e macchiaiolismo.   Per la scala cromatica innanzi tutto: se il

      trittico  rossovivo  della vecchia maniera  ci immerge,  con le sue  movenze  di danza  di suono  e di  festa,  in una  fantasmagorica e

      illusionistica  “età di mezzo”,  le opere di questa  nuova  fase,  in  cui  davvero si può assaporare  la maturità  artistica di Tarpani,  ci

      avvolgono in tenere  e  rarefatte atmosfere dove la nota dominante è il rosa,  pallido come  la rosa pallida  che fiorisce  a primavera

      inoltrata,  croceo  come  “l’alba dalle crocee dita”  di cui verseggia  l’antico rapsodo.   Poi  per i contenuti:  lì  ci travolge una scena

      rutilante e barbarica,  dove il colore pervasivo di fondo  allude al fuoco ed al sangue,  e l’oro del disco solare  allo  splendore e alla

      pienezza  dell’esistenza;  dove  le linee delle ogive paiono sagome di strumenti  musicali,  e gli archi  murari assumono  la veste delle

      viole d’amore.   Qui ci accarezza un tenero soffio di sogno,  che porta con sé i fantasmi che popolano il nostro dormiveglia,  e ci fa

      intravedere  lontananze  che si  avvicinano,  estraneità che  per  incanto ci  diventano  familiari,  corpi  di  donna  abbandonati  in un

      amplesso onirico;  tutto mescolato e sfumato  nei contorni,  tutto passato attraverso una lente deformante,  la quale al tempo stesso

      che ci offre una visione ci procura anche un capogiro.       

                    Un  cambiamento radicale di stile e di concetto,  un ripudio netto della precedente impostazione?    Niente di tutto questo,

      ed è l’autore  medesimo a  fornirci  la corretta chiave  di lettura di questo  suo secondo periodo  (che potremmo battezzare rosa, in

      omaggio al colore,  o  neo-impressionista  per lo stile adottato,  o erotico per la sensualità che ispira).   Il  fascione posto in alto alle

      ultime  tele  mantiene e ripropone l’intensa,  e vorrei  dire la violenta  cromaticità  della  prima fase:  di certo  il rosso  e l’oro  che si

      sono già  evidenziati,  ma anche  un  blu profondo come gli  abissi  marini.   E da questo  fascione si  diparte  una  sgocciolatura che

      sembra  l’affondo  di  un  pugnale,  la  forza  di  una  penetrazione,  la  riconferma  di  un possesso,  seme  e scia  insieme,  che lega 

      scopertamente,  indissolubilmente,  la vecchia  e la  nuova  produzione pittorica.   Ci suggerisce,  questa cifra così ostinatamente ed

      ostentatamente ripetuta dall’artista,  il senso di un legame solido ed  indiscusso fra  ciò che ha  creato ieri e ciò che crea oggi, e che

      sicuramente domani – in questa o in altra forma – continuerà a creare.

                    E ci sono  ulteriori  sintomi  e segnali  di questa  asserita  continuità:  ad esempio,  le superfici  auree  che  si aprono subito

      sotto  i  fascioni,  o che fanno da  fondale ai corpi  appena abbozzati,  quasi a costituire un background di natura,  di cultura, di vita

      vissuta.   E la riconfermata capacità di dare una forma ai fenomeni  atmosferici e climatici,  che mi colpì già a suo tempo,  nei quadri

      che ormai  possiamo considerare del primo periodo:  la pioggia che batte insistente sul selciato,  il vento che viene  dalla steppa e si

      fa neve,  il sole  che torna a risplendere e a riscaldare,  insomma  l’imponderabile  peso di  Cronos sulle  vicende umane di cui ogni

      artista autentico – a differenza del mestierante, cui sfugge il senso del ciclo cosmico, per lasciare il posto ad una stanca ripetizione –

      si sente a buon diritto interprete e lettore.

                     Buon viaggio,  amico Raffaele,  per non so quali rive: da cui tuttavia ci riporterai  – e questo lo so di sicuro –  nuove idee,

      nuove emozioni, nuove leggende da gustare e da raccontare.  

                                                                                                                                                                         Franco Bozzi

                 Perugia, dicembre 2006


 

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