Dalla pittura dell’apparire a quella dell’essere

 

                            Sono passati,  anzi fuggiti,  dieci anni da quando scrissi  un testo per una sintetica  monografia  di Raffaele Tarpani,  ben curata

                            graficamente dalla  EFFE, Fabrizio  Fabbri  Editore,  sul lavoro trentennale di questo pittore perugino emigrato da tempo nella 

                            piana  sottostante  Assisi  per  fare pittura a tempo pieno,  insegnarla  e organizzare  mostre  e concorsi.  Realizzando così una

                            totalizzazione esistenziale, una simbiosi  col dipingere.

                            Riannodare  un poco della sua storia,  ad  uso di quanti ancora non lo conoscono,  in questa occasione  di presentazione degli

                            esiti  iniziali  della  precisa “svolta” impressa al  linguaggio e forse alla poetica, appare quanto mai opportuno.  La scelta di fare

                            il  pittore  a  tempo  pieno  collocandosi  nella  periferia  dell’arte  non  fu  né  obbligata  né  sofferta,  anzi  coraggiosa  perché

                            comportò l’abbandono di sicurezze lavorative, meno gratificanti del dipingere. Invece, non decise, ma meno consapevolmente,

                            nella prima giovinezza  di andarsene da Perugia,  cosa che fece qualche suo coetaneo che  aveva studiato come lui nelle scuole

                            d’arte.  Fuori avrebbe potuto maturare in ambienti  più stimolanti ed aperti quei talenti che gli vennero riconosciuti a profusione

                            e che finirono per adagiarlo su una limitante autarchia.  Diplomatosi  all’Istituto d’arte,  subito dopo abilitatosi all’insegnamento,

                            non andò  neanche  all’Accademia perché volle subito “esercitare”.  In effetti,  vinse  presto  premi  ad  ogni concorso al quale

                            partecipò, non solo di  livello locale.

                            Nel 1968,  diciannovenne,  non fu tra i contestatori,  invece  tenne la sua  prima personale presentato  da Gerardo Dottori, che

                            non  era  stato  suo insegnante,  ma  che scrisse  per  lui  parole  di  considerazione  e  di  attenzione  riguardo  alle  capacità di

                            “realismo sintetico” e di colore “sobrio e profondo”.

                            E dopo tre anni l’anziano,  ma sempre attento maestro,  lesse in alcune opere a soggetto sacro del giovane pittore “spirito puro,

                            scevro da qualunque complicazione letteraria e filosofica”.  Si dimenticò però di  invitarlo a guardare oltre i  ristretti confini della

                            sua città,  come aveva  fatto  lui quasi  mezzo  secolo  prima  andandosene  a  Roma,  cosa  che  Tarpani  avrebbe  potuto  fare

                            agevolmente  considerato che nel 1969 era stato  tra i vincitori di un concorso nazionale,  la cui giuria  era composta  da addetti

                            ai lavori dell’arte come Agenore Fabbri,  Mario Lepore,  Carlo  Munari  e Franco Solmi e nel 1971 si  era presentato a Milano

                            con  una  personale  alla  Galleria  Barbaroux.  Intanto,  lo aveva assunto  la Standa,  la stessa  società  banditrice  del concorso

                            nazionale, per allestire le sue vetrine, e contemporaneamente aveva cominciato ad insegnare.

                            Cavalcava il successo della stagione di grazia dei suoi venti anni, appagato, senza porsi problemi di nessuna natura.

                            La premessa  non è di disappunto,  ma di constatazione di  una rinuncia  a non improbabili  diverse  maturazioni  di  linguaggio e

                            all’ingresso  nel sistema dell’arte.  Nessuno può dire se altri stili e il mercato lo avrebbero reso più famoso, soprattutto più felice.

                            Tarpani  ha scelto  di  vivere  il suo  fare arte  senza  condizionamenti  e  in mezzo  alla  gente,  spesso  svolgendo  una  funzione

                            maieutica  nella comprensione  della pittura da parte di quanti non hanno mai visitato una mostra,  o insegnando i rudimenti della

                            pittura a quanti in gioventù non avevano avuto tempo di coltivare piccoli talenti.  

                            Tornando  al mio testo di due lustri fa,  ricordo che, appunto,  colsi l’artista in un momento esaltante della condizione tumultuosa

                            che si era costruito, caratterizzata dalla grande considerazione di cui godeva nell’ambiente in cui operava.

                            La  sua  pittura  di quel tempo  è un  “elogio del paesaggio”,  come  titolai  il mio intervento  in catalogo.  Paesaggio geografico e

                            soprattutto delle architetture urbane,  squillante di colori, di illuminazioni,  di contrasti e di tagli nelle visioni da prospettive elevate

                            o inconsuete.  Immagini  scattanti  e svettanti  sostenute  da una poetica  dello stupore  per l’ambiente  e  le  realizzazioni  umane,

                            costruite  con uno stile  dalle forti  allusioni  aeropittoriche  che aveva creato  il suo ideale maestro,  maestro delle visioni dall’alto

                            negli svolgimenti  del Futurismo.  Una  pittura  che  Tarpani  strutturava  su solide  basi tecniche e compositive  avvalendosi di un

                            mestiere appreso e consolidato da tempo.

                            Un dipingere, il suo, sempre carico di tensione, ma attento al rigore esecutivo e all’equilibrio cromatico.

                            Dunque, una consistente e perdurante pittura dell’apparire, seppure non priva di motivazioni.

                            Ma  gli oltre quaranta  anni  di  frenetico dipingere non potevano avere del tutto consumato  l’uomo, preso com’era da frequenti

                            irrequietezze  affettive,  le stesse che  hanno segnato probabilmente  la svolta di due anni fa in senso  neo informale e, comunque,

                            sostanzialmente aniconico, della sua pittura.

                            Andando ancora  indietro  per un attimo,  l’assenza  ampiamente  diffusa  della  figura  umana  dalle  rappresentazioni di Tarpani,

                            indicava forse un distacco o comunque una difficoltà di relazione.  In un polittico acceso di rosso e in poche altre composizioni di

                            meno di tre anni fa,  dunque ai prodromi della stagione  del mutamento  repentino di linguaggio,  la  presenza  umana aleggia nelle

                            silhouette di impalpabili  presenze collocate  in contesti  insoliti  per l’artista.  Giusto  un preludio  per  un  subitaneo sciogliersi del

                            paesaggio e delle architetture in un altrettanto rapido abbassamento dei toni cromatici.

                            C’è in questa nuova produzione una progressiva cancellazione dell’immagine e dei  colori intensi per lasciar posto a forme informi,

                            di colore dal ben diverso timbro.   

                            Le sensazioni interiori si materializzano nelle isole incerte di una materia acquosa.  Tarpani  ha denominato “sconfinamenti” questo

                            ciclo,  a simbolizzare esplorazioni  per lui  inconsuete prima di tutto nel suo io,  poi  nel terreno  di un’arte  senza  immagini  per lui

                            sconosciuta. Fasce incerte di colore rosso o blu, orizzontali,  introducono dall’alto della tela una narrazione astratta,  della quale è

                            protagonista l’oro che, dalla fascia sottostante quella di apertura, cola insinuandosi nel resto della composizione.

                            Oro  che  rianima  i  residui  di paesaggio o di figura  che hanno perduto  il vigore di una volta per cangiare in rosa pallidi e celesti

                            acquosi. Simbolicamente, Tarpani riversa impeti di nuova dorata  affettività su entità intrise di candore.

                            Si  potrebbe  dire che questo  artista umbro,  dopo aver esaltato  dottorianamente  il dinamismo  della natura  con originali  spunti

                            cromatici   e   compositivi,   è  approdato   a   una   rivisitazione   pacata   del  colore  come   immagine,  alludendo,  più  o  meno

                            consapevolmente,   alla  ricerca  informale  di  Alberto  Burri,  l’altro  grande maestro umbro del Novecento.  Ma non è citazione,

                            perchè la materia di Tarpani è non materia e il colore un puro distillato di sentimenti, liricizzazione cromatica.   

                            Questa svolta di Tarpani è stata variamente interpretata dalla critica: neo romanticismo,  intimismo  e trasfigurazione  per Giovanni

                            Zavarella  che segue l’artista  da lungo tempo;  pura svolta esistenziale per Luciano Lepri,  altro critico che conosce bene Tarpani;

                            infine,  Franco Brozzi,  lo storico  molto attento alle cose dell’arte, legge  in questo  ciclo  dell’artista  moduli  neo impressionistici,

                            con echi insistiti di puntinismo e macchiaiolismo.

                            Questo ventaglio di valutazioni  indica la complessità  di un cambiamento  che attende  comunque  conferme o nuove precisazioni,

                            conoscendo le intemperanze di Tarpani, il quale al momento si sente placato nei silenzi dorati dell’informe.

                            L’unico elemento di certezza è che per lui sarà sempre l’arte a tenerlo legato al mondo, valendo bene le considerazione di Johann

                            Wolfgang  Goethe  che in  Massime e riflessioni  scrive  “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo,  che l’arte;  ma non c’è

                            legame più sicuro con esso che l’arte”.

                                       dicembre 2007                                                                                                                                                                                             Massimo Duranti                      


 

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