Credo che a chi,  come il sottoscritto,  esercita  questa  attività  capiti  frequentemente  di  assistere  nello  studio di qualche

             artista  al  momento  creativo  dello stesso,  è  indubbiamente  un  momento  molto  importante  e  significativo  perché permette al

             critico di vedere dal vivo la nascita di un’opera d’arte.

                       Molto più raramente,  forse,  capita  al critico di visitare lo studio di  un artista e di  assistere  lì  in quel  momento,  non solo

             alla nascita di  un’opera d’arte,  ma  all’opera che segna,  che determina,  che costituisce  il passaggio  tra  l’intera  produzione sin

             qui  realizzata  e  l’inizio di  una nuova fase,  diversa nelle tematiche,  nella poetica,  nell’uso del colore:  insomma ad una autentica

             trasformazione,  che  pur  mantenendo  la tecnica,  le modalità  compositive,  il sapiente  uso  dei  mezzi  espressivi,  risulta  essere

             assolutamente nuova ed originale.

                       Ebbene questa esperienza,  per molti aspetti emozionante e commovente, è stata  vissuta  da chi  scrive,  qualche settimana

             fa,  nello studio del noto  pittore  perugino  Raffaele Tarpani;  lì  infatti ho assistito alla nascita di questa nuova produzione pittorica

             che  nei colori,  nella  trama  poetica,  nella visione  artistica si  differenzia  in maniera secca,  quasi  un taglio  forte e deciso con la

             precedente produzione, con tutto quanto realizzato in 44 anni di pittura.

                       La cosa  che più  colpisce in  questa  nuova  produzione  di  Raffaele Tarpani è il colore:  non sono più i suoi personalissimi

             rossi,  blù,  aranci,  con qualche lumeggiante taglio di giallo,  oggi ci sono i fucsia,  gli azzurrini,  i verdi equorei: insomma si capisce

             che  l’artista sta  in una  fase particolare della propria vita privata che,  inevitabilmente,  si riversa  e si  riverbera  nella  produzione

             artistica.

                       Altra novità  interessante di questa nuova produzione è la quasi costante presenza della  figura umana  –cosa molto rara nei

             lavori  precedenti in cui a dominare era il paesaggio e la natura-  che viene inserita con grande delicatezza ed equilibrio e che viene

             resa con un tratto rapido,  gestuale,  armonico,  quasi musicale a prospettare  più sentimenti,  passioni,  affetti,  desideri che non la

             reale consistenza e corrispondenza fisica del soggetto raffigurato.

                       Un’altra novità significativa riguarda l’impostazione generale del quadro che non risulta tutto pieno,  lavorato,  dipinto come

             succedeva sino ad ora,  ma è come se  all’artista interessasse solo l’essenza,  la sostanza,  lo spirito di quello che  rappresenta per

             cui non è più necessario  riempire  la  tela di segni e colori perché è necessario,  urgente,  importante che l’osservatore concentri il

             proprio  interesse su quello  che  risulta essere  la centralità  del quadro,  ciò che l’artista  vuol significare,  ciò che questa sua fase

             creativa esige venga colto ed interiorizzato.

                       L’ultimo  elemento  caratterizzante  questa   nuova  fase  pittorica  è  significativamente  dato  dalla  presenza  dell’oro  che,

             contrariamente a quanto veniva fatto nei precedenti  lavori in cui  Tarpani metteva l’inserto d’oro a comporre una forma sferica, in

             questi lavori viene composto secondo una fascia orizzontale,  quasi a dividere in due parti il quadro,  che unisce e divide,  al tempo

             stesso,  il mondo  raffigurato  dall’artista  da una certa trascendenza che,  significativamente,  comunica con quel mondo attraverso

             delle sgocciolature di colore, quasi stille d’anima, gocce di metafisico, colature di spiritualità.

                       Con questa nuova produzione,  dunque,  Tarpani  continua  nella sua lunga ricerca,  senza  rinnegare  niente,  ma anche –  e

             questa forse è la componente più rilevante- senza sentire la necessità (ammesso che mai l’abbia appieno sentita e non sia stata una

             mera  interpretazione di comodo dei colleghi critici)  di rendere  omaggio  ai suoi veri o presenti  predecessori,  maestri o affini: nel

             senso che egli crede più importante l’andare avanti, per due ragioni: la prima è quella di liberarsi  proprio di quelle  “parentele” che

             gli sono state affibbiate;  la seconda è che vuole  dire la sua  propria  parola anche al  punto di  apparirci  fin troppo entusiasta,  fin

             troppo appassionato, fin troppo se stesso.

                                                                                  Luciano LEPRI

                                                Perugia - Dicembre 2006


                                  

                                 

                                                                                               HOME