Il pittore è come il navigante. Non si accontenta di vedere la sua nave tra le placide acque del porto.

                           Ama sfidare la colonne d’Ercole. Affrontare l’ignoto e le tempeste. Non gioisce nel mare della tranquillità.

                           Cerca sempre nuove rotte, lidi sconosciuti. Vuole incontrare nuove terre, nuovi popoli.

                           Gioisce nel vedere le vele gonfiarsi al vento. Per conoscere e conoscersi. Mai domo di ciò che sa.

                           Che presume di sapere. Eguale tensione scuote la creatività del pittore.

                           Che mai si abbandona soddisfatto all’esito raggiunto. È sempre intesa la risultanza come nuovo punto di (ri)partenza.

                           Per andare oltre.   Non  solo per  misurare  il suo orgoglio  di  seconda creazione,  ma anche  per sperimentare le infinite

                possibilità  che  l’homo sapiens  ha nella mano,  quale  prolungamento  dell’idea  pregressa.  In  forma  e contenuti.  In  una linea

                ininterrotta di conoscenze all’infinito, (pur) nella relativa tensione del perfettibile.

                           E  l’artista  Raffaele  Tarpani  che  gode  di  una  sua  cifra  originale  per  forma  e  contenuti,  - da  tempo - ,  ha voluto,

                (non sappiamo se per poco o per sempre)  abbandonare  il suo vissuto  pittorico di successo che aveva un qualche  rimando alla

                lezione futurista e al  Maestro  umbro Gerardo Dottori  (leggasi lettera del Maestro a Tarpani),  per  avventurarsi  in  una sorta di

                neoromanticismo e  neo intimismo  pittorico.   Il perugino  (ci tiene ad esserlo e a dichiararlo)  Tarpani,  forse,  per la prima volta,

                dopo quarantaquattro anni  di intensa e accanita ricerca,  ha abbandonato la insistente geometria  delle sue campiture coloristiche

                orizzontali e  verticali, per ricomporre una sorta di armonica unità d’impianto che rinuncia alle fratture di luce ‘illuminante’.

                           Non di rado incendiate da cromie di rosso forte, apparentemente mitigato del giallo oro che trova ragione materia in

                soli/lune che emblematizzano qualche esigenza  metafisica.  Forse una risulta di studi accademici e di esigenze intellettuali, ma che

                comunque offrono uno spaccato di rara bellezza.

                           Mai quietista. Sempre densa ed intensa. Vigorosa, passionale, pre-potente. Corposa. Sostanziale. Fisica.

                           Mai chiarista, mai trasparente, mai fragile. Mai degli stenterelli. I suoi paesaggi, -quelli di ieri-, erano non solo riconoscibili

                per la solidità  costruttiva, ma anche per un contrasto di cromie fortemente passionali.              

                           Le sue figure avevano una identità che insorgevano dal colore a cui Tarpani affidava un valore di bellezza.

                           Una bellezza non quieta. Sempre densa ed intensa. Sensoriale e sensuale. Forte e imponente. Guizzante.

                           Tarpani,  oggi,  sembra,  lasciarsi  irretire dalle sirene dell’intimismo.   Sembra che il colore vada verso una deriva, dove il

                 rosso tende a trasformarsi in rosa.  Con una presenza di blu minore.  Le tonalità non si spengono nella loro intensità, ma tendono

                 a trasfigurare una sensibilità che appartiene ad una stagione emozionale. Diversa da ieri. Di oggi. Si ha l’impressione che Tarpani

                 voglia trasfigurare una nuova urgenza del suo sentire. Che mentre trova origine nel passato, dall’altro trova motivazione evolutiva

                 per trasfigurare ciò ch’entro urge.

                           La pittura, come tutte le arti, è lo strumento per comunicare. Nel tempo. Nello spazio.

                                    I sentimenti. In amore e in odio.   Gli affetti. In gioia e in speranza.   Le proteste.   E per Tarpani, per dimostrare le ragioni

                          dell’essere e, anche, dell’apparire. O forse solo per rincorrere i fantasmi della bellezza, della sua bellezza pittorica. 

                                                                                                                                                                        Giovanni ZAVARELLA

                                                 Santa Maria degli Angeli – Dicembre 2006                                             


 

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