CRITICA

da “Corriere dell’Umbria”, giovedì 28 dicembre 2006

Cultura & Spettacoli Umbria

I 44 anni di pittura di Raffaele Tarpani

In mostra fino al 7 gennaio a Perugia presso le Logge di Braccio

PERUGIA- Si chiama, enigmaticamente, “44…”, la mostra inaugurata il 23 dicembre (aperta fino al 7 gennaio ) in Piazza IV Novembre, presso le Logge di Braccio, in un elegante locale della curia, adiacente alla statua di Papa Giulio II e alla Cattedrale di S. Lorenzo. La motivazione del titolo si intercetta agevolmente quando si consideri che l’attività del pittore perugino Raffaele Tarpani si distende, appunto, lungo l’arco cronologico di quarantaquattro anni. Fin da quando, appena adolescente, fu incoraggiato dal padre dell’aeropittura: quel Gerardo Dottori che è tra le personalità eminenti del futurismo italiano.

E tracce evidenti dell’illustre maestro dovette conservare Tarpani finché, trovata la propria strada, s’incamminò verso i lidi di una personale cifra stilistica e poetica. Abbandonati, dunque, i sentieri della figurazione, Raffaele Tarpani si cimentò con l’acceso lirismo del paesaggio umbro, intriso di luce e trasfigurato da una cascata di colore (rossi, gialli, blu, arancio), ai limiti dell’informale.

Al “vernissage”, il “gotha” della critica regionale, Luciano Lepri, che ha seguito per anni l’artista con stima e amicizia. Giovanni Zavarella, che ha coordinato gli interventi, non senza cogliere gli aspetti irritali. Mimmo Coletti, che inviava un suo sapido scritto. Lo storico Franco Bozzi, estimatore del “nuovo corso” estetico e semantico di Tarpani. Franco Venanti – esponente di punta del neofigurazionismo e notissimo pittore perugino – ha tentato un anomalo ritratto, ironico e affettuoso, del Tarpani che più ama: quello che lascia intravedere “immagini trasparenti di donne che scompaiono quasi subito alla vista, per gli abbaglianti riflessi dell’oro sapientemente dosati nelle grandi tele”. Assunta Bortone, presente anche come poetessa, ha parlato di “insolito e istintivo astrattismo”. Infine, il Presidente del Consiglio Regionale dell’Umbria, Mauro Tippolotti (che – pochi sanno – ha alle spalle un’esperienza pittorica mai rinnegata) ha colto analogie tra arte e politica, quando tali attività siano marcate da una sana passione. Un cenno sul “nuovo corso” della pittura di Tarpani, che mostra una costante ricerca di codici e di temi.

Come Burri, con “cretti” e combustioni, come Fontana coi “tagli”, Tarpani esprime concettualmente con le “crepe” una visione tormentata dell’esistere. Le sue ultime tele scompongono lo spazio in due impari campiture, divise orizzontalmente da una “banda” dorata che, in un punto, si squarcia, si dilania, si fende, mettendo in comunicazione le due superfici con scolature di fucsia, di blu, di verde. È una strada originale – personalmente non ci convince più di tanto – che appartiene ad un pittore in continua tensione. Tarpani, unico tra gli artisti umbri, è riuscito a creare una scuola e a tenere insieme il Gruppo “éART”, al di là delle rivalità e degli antagonismi comunemente riscontrabili nel mondo artistico, singolarmente ricco di personaggi autoreferenziali.

Castiglione del Lago – maggio 2013

L’arte è stata ed è spesso fonte di conflitti tra i popoli ma è anche più spesso un utile mezzo per favorire l’integrazione e l’amicizia tra essi come, nel piccolo, è il caso di questa mostra. Il maestro Tarpani, con la celebrazione dei suoi 50 anni di carriera e la bella mostra di Castiglione del Lago, ha fornito il pretesto per un ulteriore ed amichevole incontro con il comune di Cortona portandoci a condividere idealmente la nuova iniziativa di questo straordinario ed apprezzato artista contemporaneo tra i più rappresentativi dell’Umbria. Siamo quindi lieti di patrocinare queste trasgressioni del maestro rinnovandogli i complimenti per la bravura con la quale riesce a trasmettere sulle sue opere i colori, il senso e la spiritualità delle nostre terre.

“LA VOCE DI PERUGIA”di venerdì 28 dicembre 2007

ASSISI – BASTIA pag. 17

Tarpani, in tanti alla mostra

BASTIA UMBRA – Sta riscuotendo grandissimo successo la mostra personale di pittura di Raffaele Tarpani dal titolo “Sconfinamenti”, allestita al palazzo comunale di Spello.

Le splendide opere dell’artista – che da anni risiede ed ha il suo atelier a Bastia Umbra – si possono ammirare fino al 6 gennaio. La mostra esprime l’ultimo sentire dell’artista, il quale presenta un nuovo stile che parte dal colore e dalle sue combinazioni per la composizione di immagini sia astratte sia figurative, Tarpani ha denominato “Sconfinamenti” questo ciclo, a simbolizzare esplorazioni inconsuete prima di tutto nel suo io, poi nel terreno di un’arte senza immagini per lui sconosciuta. Ha partecipato a varie mostre regionali e nazionali. È docente in vari corsi di pittura in Umbria. Le sue opere sono presenti in collezioni d’arte private e pubbliche, in Italia e all’estero.

Torgiano, dicembre 2006

Tarpani non è finzione. Ti prende per mano e ti accompagna in un mondo reale, che non prescinde dai sogni che si intrecciano in un tessuto di desiderio. Un desiderio che egli stesso riesce ad accarezzare e ad amare, senza alcuna adulazione.

Lentamente e dolcemente ti riveste di un insolito ed istintivo astrattismo, Tanto raro, perché senza sforzo o artificio, non costruito o cerebrale, ma anzi tanto schietto ed onesto, filtrato attraverso gli occhi di chi lo guarda, incantato, capace di afferrare le sfaccettature più sottili.

Non ti dice cosa fare, ma non puoi sottrarti. Non puoi sottrarti all’equilibrio delle sue figure – campagne nemiche -, sempre presenti in continuo dialogo con i colori; non puoi sottrarti ai suoi colori vitali, riflessi di distruzioni e rinascite, vita e morte, malinconia assoluta che si alterna ad esuberante gioia di vivere.

Di fronte ad una poderosa impalcatura filmica e coloristica, ancora ti emozioni; senti la freschezza, la poesia gentile ed ingenua ed il tenero incanto delle sue tele. Lì falsamente immobili!

Tarpani, da quarantaquattro anni, instancabile continua a tenerti mano.

Perugia, febbraio 2013

Raffaele Tarpani: 50 + 1

Cinquant’anni rappresentano uno spazio sovrabbondante nella vita di un uomo, idoneo a permettergli di esprimere appieno il proprio estro, la propria creatività, o più semplicemente le capacità lavorative con le quali egli è chiamato a contribuire – per la parte che gli compete – al progresso e al benessere dell’umanità. Ai grandi maestri del pennello e dello scalpello è stato sovente concesso molto meno, talché alcuni di loro hanno solcato il nostro cielo buio come meteore improvvise e inattese, altrettanto rapide a scomparire, lasciandoci tuttavia un pulviscolo luminosissimo di appaganti sensazioni. Raffaele Tarpani ha da poco celebrato il suo personale giubileo, festeggiando la ricorrenza con una mostra ed un catalogo riassuntivi di un’opera iniziata nel 1962, quando ormai avevano esaurito la loro carica innovativo/eversiva le grandi correnti astratte e figurative dell’arte del primo Novecento. E mentre i canoni tradizionali sembravano essere rimasti sepolti sotto le macerie materiali e morali lasciate dalle due guerre mondiali, si tentavano ad opera di sopravvissuti pionieri nuove strade sperimentali che utilizzassero le tecniche della manipolazione e della riproduzione seriale, mutuate come tante altre cose dalle mode culturali e dai disinibiti stili di vita provenienti dall’America.Con la mostra e il catalogo di cui sopra la parabola di Tarpani artista la si sarebbe potuta dire compiuta, nel senso che – era lecito pensare – egli avrebbe sì potuto continuare a produrre, e magari ad apportare migliorie e dettagli ad un quadro d’insieme consolidato; ma non a mutare la prospettiva del suo lavoro. Invece eccoci qui ad esaminare ancora una volta criticamente i risultati delle ultime sue applicazioni, che arricchiscono la tela già predisposta in tempi antichi con il substrato da me e da altri più volte evidenziato (paesaggio rinascimentale umbro-toscano, dinamicità futurista, angoli visuali mutuati dall’areopittura) di nuovi colori e nuove forme, e ci stimolano ad un ulteriore sforzo di comprensione e interpretazione di questo apparentemente inesauribile epifenomeno. Riflettendo sul significato dell’opera di Tarpani non nella consegnata fissità del prodotto da esporre ma nel suo ininterrotto e mutevole divenire, mi è sembrato di poter giungere a delle valutazioni (per carità, anch’esse provvisorie) che aggiungo agli esaustivi saggi compresi nel libro-catalogo dei 50 anni curato da Eugenio Giannì, e sottopongo sia all’autore/artefice che al lettore/fruitore. Se si scorre un manuale di storia dell’arte contemporanea – prendo ad esempio il volume di Bairati-Finocchi Arte in Italia – non sarà difficile imbattersi su considerazioni introduttive di carattere generale, che disegnano sullo sfondo di irrequiete avanguardie, grandi momenti espositivi, strampalate installazioni, gallerie private, pullulare di riviste specializzate e quant’altro, uno scenario storico-sociale da cui non è possibile prescindere (uso questo termine in modo provocatorio, sapendo quanto fosse odioso a De Chirico). È lo scenario del cambiamento che ha investito l’Umbria – ma egualmente potremmo dire l’Italia, l’Europa, il mondo – a partire dagli evocati anni sessanta ad oggi. Travolti i rapporti che legavano simbioticamente città e campagna, sostituita la frenesia del profitto ai lenti ritmi della civiltà contadina, turbata irrimediabilmente la quiete francescana che aleggiava sui nostri borghi, l’arte – come ogni altra disciplina dello spirito – ha dovuto riconsiderare se stessa. L’architettura ha fornito il modello del nuovo insediamento urbano, disegnando abitazioni civili, centri commerciali, prestigiose sedi di rappresentanza. La creazione della figura dell’archistar ha segnato il culmine di questo processo di intervento demiurgico sul tessuto civile, in maniera mai avvenuta per il passato, giacché le fortezze medioevali e le dimore principesche rispettavano un equilibro sottaciuto. Poi la corsa è parsa interrompersi, e oggi assistiamo al ritorno verso i campi quale frutto avvelenato della crisi. Orbene, se si è capaci di esulare dalla superficie e di cogliere in profondo il vento che spira (il vento che va e poi ritorna, come dicono le Scritture e ripete Bukovskij) ci si accorgerà che Raffaele ha descritto proprio questo processo, di andata e ritorno, allontanamento e riavvicinamento, unione e disunione. Paese arroccato, Antico campanile, Strutture architettoniche e i tanti altri soggetti che parlano di Riflessi sul lago, di Colline umbre e delle consorelle toscane; o che reinventano alla maniera di Calvino centri reali eppur invisibili quali Collepino, Bevagna, Bastia, Magione; o infine legano a luoghi familiari momenti felici (la Quintana a Foligno) o drammatici (il terremoto ad Assisi), ebbene tutti questi elementi (scomposti e ricomposti secondo una tecnica cubista) costituiscono un repertorio di sensazioni che confluiscono verso un unico punto, l’amore per la propria terra, che si configura al contempo come la dea madre e la donna. L’uso del colore è funzionale allo scopo: nessuno che non amasse l’Umbria, e non riconducesse tale richiamo ad una sorta di sensibilità animale, saprebbe usare un verde ed un blu così intensi (il prato, il cielo), un oro e un argento così lucenti (il sole, la luna), un giallo sfrontato come un campo di girasoli, un rosso fuoco come la sensualità della danza. Nella sua più recente produzione Tarpani sembra essersi soffermato su un passaggio che può indicare sia il mutamento delle stagioni, sia un momento cruciale dell’esistenza umana. Mi riferisco ad una visione dell’inverno resa intensa e sofferta dall’utilizzo del bianco e nero, quasi due non-colori che servono a disegnare scheletri di rami o di ali spezzate, mentre un astro pallido e fioco illumina la scena. Eloquenti i titoli: Disgelo, Cromie invernali, I giorni della merla. Parrebbe dominare il molesto pensiero della vecchiaia, se non fosse che lo stesso paesaggio sembra poi rianimarsi nella consueta visione della campagna umbra, che si riapre alla primavera e al risveglio della natura. Senza alcun dubbio si può cogliere in questa evoluzione – o sentimento del tempo – un messaggio di speranza. Cosa poi Tarpani ci riserverà in futuro, non saprei proprio immaginarlo. Posso però rinnovargli l’augurio di una lunga e proficua navigazione verso quella terra incognita che è la meta non soltanto di ogni forma d’arte, ma l’obiettivo (ahimè, irraggiungibile) di ogni umana ricerca.

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Franco BOZZI

Perugia, marzo 2011

I tanti volti di Raffaele Tarpani

Seguire una produzione pittorica non cristallizzandola nell’omogeneità di una stagione (fissità che richiama alla mente la porta dell’attimo, dove secondo Nietzsche si incontrano e si annullano passato e futuro) ma nella sua fuggevole e sovente contraddittoria evoluzione, significa per un critico – che per sua formazione professionale e suoi coltivati interessi si occupi come me del mutamento, categoria fondamentale della storia – significa, dicevo, in qualche modo penetrare i pensieri, i desideri e i tormenti, dell’uomo prima ancora che dell’artista. L’artista infatti dà forma e infonde vigore a sentimenti in cui tutti ci ritroviamo, plasma la materia in modo che sia possibile a tutti afferrarla, rende esplicito e fa emergere ciò che confusamente si agitava dentro il nostro animo e non trovava sbocchi di uscita per questo riusciamo a decifrare l’opera d’arte, per questo osiamo interpretarla, la discutiamo e la giudichiamo – non cioè perché siamo artisti a nostra volta, ma perché più semplicemente e unicamente siamo uomini.

È una osservazione che ho fatto altre volte, in occasione delle mie scorribande semi-clandestine nel mondo dell’arte (peraltro sollecitate dai medesimi artisti, amici di vita e compagni di viaggio che preferirei chiamare artieri) ma che qui debbo ripetere a proposito di Raffaele Tarpani. Nello scaffale della biblioteca di casa che ho riservato ai miei scritti trovo copiosi saggi che si occupano di questo estroverso eppur riservato pittore; e se frugo nei miei ricordi mi sovviene di numerose occasioni d’incontro (gare estemporanee, mostre personali, premiazioni in luoghi istituzionali e solenni) cui ho partecipato e sovente parlato di lui. E di volta in volta mi sono reso conto di come la sua opera, accanto a cifre costanti e riconoscibili, presentasse elementi di novità, tali da provocare un immediato spaesamento, subito però ricomposto nell’ambito di una visione unitaria ed onnicomprensiva. Mi spiego meglio: i quadri di Tarpani possono essere visti (e goduti) certamente nella loro singolarità, ma assai di più come tessere di un puzzle che solo nell’esattezza e pienezza dell’incastro rivela i dettagli del disegno e il significato della rappresentazione.

Ho parlato di cifre che si ripetono, come si ripetono all’infinito – e torna qui acconcia la metafora nietzschiana – le possibilità numeriche insite nel lancio di un dado. Segnale di riconoscimento per eccellenza è l’astro o lanterna del cielo, che dallo splendore solare ed aureo degli inizi è passato al freddo argenteo lunare di una fase successiva, per approdare infine alla presenza abbuiata ed opaca della produzione più recente. Altra costante è il paesaggio solcato da tagli diagonali d’impronta dottoriana, e il paesaggio umbro filtrato attraverso una serie di mediazioni derivanti dall’impadronimento di una lettura post-astratta e post-moderna. Poi ci sono le trasformazioni cromatiche, che dal rosso fuoco al bianco rosa ci conducono oggi ad un intenso blu di Prussia. Gli orizzonti di fiamma, i cieli irrorati – come ebbi a dire – di luce crocea albeggiante, hanno acquisito il colore della notte imminente. La terra umbra, le colline, il lago si sono ribaltati, ed è come se si riflettessero in uno specchio. Le umili francescane creature della tradizione – fronde d’albero e ali d’uccelli – paiono in attesa di una apocalisse imminente.

Potpourri ha voluto intitolare Raffaele questa sua mostra, ed è titolo azzeccato nella sua (non so quanto) involontaria ironia. Perché la parola evoca lo stufato di carne, vegetali e legumi mescolati in una pentola da alchimisti fino ad estrarne una poltiglia; o i vasetti di fiori secchi dagli aromi speziati che collochiamo sulle mensole per profumare le nostre case; o infine il rimestìo degli ingredienti materiali o immateriali di un qualsiasi aggregato o composto, fosse veleno o elisir. Potpourri è l’insieme del lavoro creativo, fatto non d’un solo colpo di genio, come credono i semplici, ma di tanti momenti di riflessione, tentativi e ripensamenti. All’osservatore il compito di far ri-combaciare i pezzi, di fornire una spiegazione. Unità dalla frantumazione. Risposta agli interrogativi. Rinvenimento della chiave. Ordo ab chaos.

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Franco BOZZI

Perugia, dicembre 2006

Che cosa distingue una vocazione artistica autentica da una pratica di mestiere? Non l’eccellenza dei risultati, che possono raggiungersi anche nel caso di una imitazione pedissequa dei grandi maestri, nelle copie di maniera o addirittura nei cosiddetti “falsi d’autore”; non il successo di pubblico, poiché anzi un’audience distratta e abitudinaria (oltre che incompetente) accoglie con favore la medesima collaudata formula, che immediatamente riconosce e in cui senza sforzo si riconosce; e neppure l’originalità perseguita ad ogni costo, che quando non sia sorretta da un’adeguata motivazione si tramuta in stravaganza ed esibizionismo. Il discrimine è un altro, e io che mi sono avvicinato alla critica d’arte partendo dai severi studi storici – cioè da quel lavoro di scavo e di rinvenimento che si esercita sui documenti di biblioteca e di archivio – non esiterei ad individuarlo nella continua e consapevole attività di ricerca. Vero artista è, a mio giudizio, colui che non si acquieta dei riconoscimenti ottenuti, delle mete conquistate, del posto dapprima ambito e poi occupato nel mondo, ma è spinto da una forza interiore (il “demone” di cui parlava l’antico filosofo ateniese, invero in un contesto etico-politico prima ancora che estetico-poietico) ad interrogarsi, discutersi, rimettersi in gioco: in una parola a tentare di inoltrarsi per le impervie strade che conducono ad un incerto e perciò tanto più inquietante destino (o forse, meglio sarebbe dire, per quei sentieri interrotti di cui parla invece un filosofo tedesco moderno, che ha fatto della scoperta del senso dell’essere la sua stessa ragione di vita).

Ciò vale per tutte le epoche: ma soprattutto per un’epoca come la nostra, in cui l’arte ha lasciato i tranquilli lidi della figurazione – attonita per le altezze raggiunte, ma forse spaventata di non essere più in grado di attingerle – per spiegare le vele verso la terra incognita, lasciare la bottega ove si apprendevano tecniche e segreti per inventarsi un mondo; il proprio mondo. E se dell’Ottocento romantico, positivista e decadente noi ricordiamo le grandi stagioni della figura idealizzata – ultima delle quali l’impressionismo, sviluppatosi in parallelo all’invenzione della fotografia – e dal primo Novecento dilaniato da ideologie e fermenti contraddittori abbiamo ereditato il furore espressionistico che ha piuttosto mutuato gli stilemi del cinema, e l’audacia futurista legata ai coevi miti del volo, della velocità, dell’avventura estrema fino al desiderio della “bella morte”, man mano che ci avviciniamo al nostro tempo vediamo accrescersi la ricerca di nuove ed inesplorate strade, il bisogno di sperimentare nuove tecniche, ma anche la dissoluzione dell’immagine umana e dell’ambiente che la contornava, almeno così come ci erano state tramandate da una tradizione secolare se non addirittura millenaria.

In questa frenetica, talora ossessiva tensione verso l’inedito, verso il non ancora esplorato, il non ancora sperimentato, molti artisti –anche sommi: si pensi, tanto per fare un solo nome, Pablo Picasso – hanno attraversato diverse fasi della propria inesausta creatività; fasi o periodi che i criti hanno contraddistinto con il nome di un colore dominante, o della, preminenza di un soggetto, o dell’uso di un materiale. E nell’affollarsi e rincorrersi delle nuove correnti artistiche, e di sempre più insistenti e rumorose avanguardie, figura e paesaggio sono stati smembrati, scomposti, ricostituiti attraverso il filtro della personalità e (per riprendere il concetto iniziale) dell’autenticità della vocazione pittorica, o scultorea, e più semplicemente artigianale di c ciascuno degli attori di quel grande palcoscenico che è stata l’arte del secondo Novecento.

E’ dunque con lieta sorpresa che oggi si può salutare in quell’artista autentico che è Raffaele Tarpani un mutamento di indirizzo che rappresenta al tempo stesso la continuità e l’innovazione rispetto alla precedente produzione.

In questa mostra delle sue opere il visitatore potrà allora allineare pe un confronto che diviene evidente e comprensibile anche ad un occhio inesperto la tendenza antica di tarpani a piegare ai propri fini creativi una lezione persistente nell’arte umbra, che altra volta ho cercato di evidenziare (dalla scuola umbro-senese che segnò il trapasso dal tardo Medioevo al Rinascimento fino all’aeropittura futurista di Gerardo Dottori) con la nuova atmosfera che si irradia dai quadri più recenti, e che sembra risentire dei moduli neo-impressionistici, con echi insistiti di puntinismo e macchiaiolismo.

Per la scala cromatica innanzi tutto: se il trittico rossovivo della vecchia maniera ci immerge, con le sue movenze di danza di suono e di festa, in una fantasmagorica e illusionistica “età di mezzo”, le opre di questa nuova fase, in cui davvero si può assaporare la maturità artistica di tarpani, ci avvolgono in tenere e rarefatte atmosfere dove la nota dominante è il rosa, pallido come la rosa pallida che fiorisce a primavera inoltrata, croceo come “l’alba dalle crocee dita” di cui verseggia l’antico rapsodo. Poi per i contenuti: lì ci travolge una scena rutilante e barbarica, dove il colore pervasivo di fondo allude al fuoco e al sangue, e l’oro del disco solare allo splendore e alla pienezza dell’esistenza; dove le linee delle ogive paiono sagome di strumenti musicali, e gli archi murari assumono la veste delle viole d’amore. Qui ci accarezza un tenero soffio di sogno, che porta con sé i fantasmi che popolano il nostro dormiveglia, e ci fa intravedere lontananze che si avvicinano, estraneità che per incanto ci diventano familiari, corpi di donna abbandonati in un amplesso onirico; tutto mescolato e sfumato nei contorni, tutto passato attraverso una lente deformante, la quale al tempo stesso che ci offre una visione, ci procura anche un capogiro.

Un cambiamento radicale di stile e di concetto, un ripudio netto della precedente impostazione? Niente di tutto questo, ed è l’autore medesimo a fornirci la corretta chiave di lettura di questo suo secondo periodo (che potremmo battezzare rosa, in omaggio al colore, o neo-espressionista per lo stile adottato, o erotico per la sensualità che ispira). Il fascione posto in alto alle ultime tele mantiene e ripropone l’intensa, e vorrei dire la violenta cromaticità della prima fase: di certo il rosso e l’oro che si sono già evidenziati, ma anche un blu profondo come gli abissi marini. E da questo fascione si diparte una sgocciolatura che sembra l’affondo di un pugnale, la forza di una penetrazione, la riconferma di un possesso, seme e scia insieme, che lega scopertamente, indissolubilmente, la vecchia e la nuova produzione pittorica. Ci suggerisce, questa cifra così ostinatamente ed ostentatamente ripetuta dall’artista, il senso di un legame solido ed indiscusso fra ciò che ha creato ieri e ciò che crea oggi, e che sicuramente domani – in questa o in altra forma – continuerà a creare.

E ci sono ulteriori sintomi e segnali di questa asserita continuità: ad esempio, le superfici auree che si aprono subito sotto i fascioni, o che fanno da fondale ai corpi appena abbozzati, quasi a costituire un background di natura, di cultura, di vita vissuta. E la riconfermata capacità di dare una forma ai fenomeni atmosferici e climatici, che mi colpì già a suo tempo, nei quadri che ormai possiamo considerare del primo periodo: la pioggia che batte insistente sul selciato, il vento che viene dalla steppa e si fa neve, il sole che torna a risplendere e a riscaldare, insomma l’imponderabile peso di Cronos sulle vicende umane di cui ogni artista autentico – a differenza del mestierante, cui sfugge il senso del ciclo cosmico, per lasciare il posto ad una stanca ripetizione – si sente a buon diritto interprete e lettore.

Buon viaggio, amico Raffaele, per non solo quali rive: da cui tuttavia ci riporterai – e questo lo so di sicuro – nuove idee, nuove emozioni, nuove leggende da gustare e da raccontare.

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Franco BOZZI

Perugia, marzo 2006

Raffaele Tarpani e le sue fonti d’ispirazione

Di recente, presentando una iniziativa di Raffaele Tarpani e del Gruppo èART attorno a lui raccolto, mi chiedevo se l’appena iniziato ventunesimo secolo avrebbe segnato la parabola discendente dell’arte fino alla sua completa dissoluzione. È da questo interrogativo che voglio ripartire riprendendo il filo delle mie considerazioni in occasione di una personale dell’artista.

L’Ottocento romantico e positivista celebrò, come è noto, i trionfi dell’ultima stagione di figura. Sul finire dello scorso anno si è tenuta, in Roma, una grande mostra su Toulouse-Lautrec, che mediante sprazzi di interni familiari, maisons closes e sale di spettacolo popolate da una miriade di personaggi – tutti impegnati a compiere gesti usuali o straordinari, nell’intimità della casa o di fronte ad un pubblico pagante – ci ha offerto quasi un’immagine in movimento della belle époque. Era, quella, una fase della vicenda umana dominata dagli incontrastati miti del progresso, della scienza, della fiducia nelle capacità della ragione: nulla di più naturale che anche un essere fisicamente marginale, quale il “nano” nato nobile e ricco, ma poi caduto preda dell’alcol e del sesso (di cui impietosamente parla un bel romanzo di Alessandro Barbero, L’ultimo rosa di Lautrec; e la cui follia a me richiama il Delirio del nostro amico Raffaele) ritraesse il desiderio, la gioia, la frenesia del vivere attraverso la materialità dei corpi, accaldati sudati eccitati ostili disponibili: i corpi delle maîtresses e delle danseueses, dei viveurs e dei bohémiens, i corpi acerbi o disfatti dei frequentatori dei bordelli e dei cabarets di Montmartre.

Il Novecento della decadenza e della crisi, passato attraverso due guerre mondiali, i totalitarismi di opposto segno e le convulsioni seguite alla distruzione del Muro, sembra avere ripudiato questa eredità: le correnti che ne hanno scandito il cammino hanno preferito battere le vie aspre della sperimentazione su soggetti e materiali, sezionando, scomponendo, dissacrando l’immagine umana conservataci dalla tradizione. Persino gli artisti più baciati dal successo e dal favore della critica, più appetiti dai collezionisti e più battuti nelle aste, gli instancabili produttori nel mercato globale del bello estetico, hanno cercato il nuovo distorcendo la plasticità del reale; e quando hanno messo al centro della propria tensione rappresentativa gli spazi architettonici e urbani a noi insieme estranei e consueti, le statue e i manichini che ne costituiscono la popolazione anomala, lo hanno fatto – come De Chirico, come Carrà – ricorrendo a metafisiche astrazioni (con quel medesimo spirito che ritroviamo nelle Architetture moderne di Tarpani). E nel frattempo si è sviluppato un duplice processo: da un lato la proiezione commerciale dell’arte ha esteso enormemente i campi di applicazione del design e della moda (cui il Nostro non è rimasto insensibile, quanto meno per la sua attività di vetrinista); dall’altro l’aspirazione ad un’arte pura (e purificatrice) provoca una sempre più esasperata e sulfurea ricerca di ciò che può stupire e confondere.

L’Umbria, isola di terra, lontana per complessi motivi storici dalle grandi correnti artistiche e culturali europee, ha comunque vissuto – pur se di riflesso – simili orientamenti del pensiero e mutamenti del gusto. Con Brugnoli e con Bruschi, nella seconda metà del XIX secolo, inseguì lo stile romantico di Ingres o di Hayez, rivisitato con gli elementi derivanti dalla tradizione quattro/cinquecentesca (senza di cui non si capirebbe il tarpaniano San Francesco tra gli olivi) ; con Dottori, nella prima metà del XX, trasferì l’areopittura di Crali, Balla, Marinetti sui nostri campi, sui nostri borghi, sul nostro lago (operazione che Tarpani rievoca esplicitamente con il suo Omaggio a Dottori, e implicitamente con le tante vedute di antichi campanili e di paesi arroccati) . Nel Manifesto futurista del 1929, che i seguaci dell’areopittura firmarono, si afferma: “le prospettive mutevoli del volo costituiscono una realtà totalmente nuova”, la quale è formata da elementi che “non hanno alcun punto fermo e sono costituiti dalla stessa mobilità perenne”. Occorre tenere conto di tali echi e di tali risonanze per capire e penetrare la pittura umbra contemporanea, di cui il Nostro è, più che coreuta, corifeo. Per la sua attività di creazione, di organizzazione e di divulgazione.

Raffaele Tarpani rappresenta infatti una delle voci più autentiche della pittura umbra contemporanea. Uso di proposito il termine voce, così apparentemente improprio per un’arte che sembrerebbe invece avere come suoi connaturati caratteri il silenzio del tocco e la contemplazione dello sguardo. Ma Tarpani, attraverso dottoriani tagli di luce ed arabeschi cromatici, e perugineschi quieti fluviali paesaggi – mossi dalla mano dell’uomo che vi ha collocato nel tempo pievi, torri, case – riesce come pochi a farci auscoltare (quasi ponessimo il nostro orecchio da bambini sul seno materno) il fremito profondo della nostra terra, l’ondivago incresparsi del lago che contende la canna al pescatore, il sibilo del vento che si incunea fra le colline ed agita i nastri del palio, persino il battito della pioggia che cade sul selciato e vi riflette un pilastro o un rosone. Segnali, allusioni, richiami di un tratto che si materializza in suono, di un disegno che diventa nota musicale, di una visione che si trasforma in sinfonia.

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Franco BOZZI

2003

Raffaele Tarpani e il Gruppo “èART”

Il secolo appena iniziato ci farà assistere alla definitiva dissoluzione dell’arte? Sì, nell’opinione di quanti vedono nelle audacie, e talora nelle stravaganze sperimentali del Novecento, non solo una ricerca di nuove vie, ma pure un processo di irreversibile distacco dai grandi modelli della figurazione. No, se si tiene conto che gli slanci e le fughe in avanti finiscono poi col rifluire, per ciò che hanno di più valido, su temi e argomenti mille volte trattati secondo i canoni tradizionali, ma oggetto di una continua rilettura in quanto espressioni dell’eterno bisogno dell’animo umano di comunicare sentimenti, emozioni, meraviglia, felicità, amore.

Di questo bisogno si fa da tempo portavoce il Gruppo “èART”, raccolto attorno al suo animatore e coordinatore Raffaele Tarpani. Tarpani vanta una ricca produzione artistica, più che quarantennale. Sono note la sua continua, premiata e riconosciuta presenza nei concorsi di pittura estemporanea, di cui anch’io sono stato testimone e giudice; le esibizioni improvvisatrici, che evidenziano non comuni doti di versatilità e di adattamento; nonché le sue acclarate relazioni professionali con Gerardo Dottori, il maestro indiscusso del Novecento perugino, e con quella inimitabile e inesauribile coppia costituita da Luciana Bartella Umberto Raponi.

Della lezione dottoriana, di cui è sommo esperto il Duranti, dirò soltanto che a me sembra influenzare – con gli arditi spazi aperti dall’aeropittura – non solo, e com’è ovvio, la cultura figurativa umbra nel periodo che va dalla fine della belle époque al secondo dopoguerra, ma anche le successive manifestazioni.

Questa considerazione è stata lungamente celata e rimossa da un malinteso senso di ripudio verso il futurismo, per via delle sue connessioni col fascismo. Oggi che la fine delle chiusure ideologiche e la revisione storiografica ci danno la possibilità di essere più liberi e sinceri nei nostri giudizi, possiamo godere appieno quella bellezza congiunta non ad una quieta accettazione del paesaggio pigro e malinconico dell’Umbria mistica, ma al senso dinamico e ritmico della velocità, dello spazio, e di una visione tri/quadrimensionale delle cose. Si osservino, ad esempio, negli oli di Tarpani, i colori: quanto intensi e profondi siano i blu ed i verdi carpiti alla nostra terra, al suo lago; quanto lucente e dorato appaia il sole, elemento ricorrente e caratterizzante, perennemente riproposto in quanto sorgente di luce, di calore e di vita per ogni francescana creatura. Si osservino i fasci luminosi che tagliano l’aria immobile, e piombano sui tetti rossi e cotti delle case di arroccati paesi, e su torri e castelli e campanili. Si osservino ancora gli arcobaleni cromatici imprigionati nella rilettura di un ambiente che proprio in virtù di questo sguardo ci sembra del tutto nuovo, nonostante che in esso si sia dipanata la maggior parte della nostra esistenza…

Dagli artisti raccolti attorno a Tarpani non potremmo attenderci – da tutti, intendo, i componenti di “èART”, e per tutta l’estensione del concetto or ora enunciato – una siffatta maturità. Però in ognuno di essi mi pare possa cogliersi lo sforzo per agganciarsi, come successivi ed ulteriori anelli, alla catena della figurazione post-dottoriana o ad altre significative espressioni dell’estetica tardo-novecentesca, che vanno dal racconto naïf alle suggestioni dell’astrattismo, e confluiscono comunque in una tensione comune volta a ripetere l’incanto che si prova a gettare il proprio sguardo sul mondo, analogo a quella spinta che conduce ogni essere umano a ripetere, con propria lingua e sensibilità, le eterne frasi dell’amore.

Per questo credo che l’arte non si dissolverà: ma continuerà percorrere ed esplorare strade sconosciute, per cercare di capire ciò che donne ed uomini di ogni età hanno cercato di capire: il miracolo ed il mistero della vita.

da “IL MESSAGGERO”, Mercoledì 20 Dicembre 2006

UMBRIA REGIONE – La voce dell’Umbria

Mostre – Raffaele Tarpani

Vetrinista e pittore, 44 anni di sfide

PERUGIA – Sabato alle ore 17 inaugurazione della mostra personale di Raffaele Tarpani alle Logge di Braccio di piazza IV Novembre, sotto il Vescovado. L’icona della mostra è una foto che rappresenta il luogo dove l’artista dipinse per la prima volta 44 anni fa. La mostra resterà aperta fino al 7 Gennaio.

Tarpani, nato a Perugia, ha 57 anni. Dopo il diploma all’Istituto d’Arte Bernardino di Betto, l’abilitazione all’insegnamento. Gli è chiaro fin da giovanissimo che vuole dipingere, ma d’arte non si vive. Lavora alla Standa come vetrinista dalla quale si licenzia allettato dagli incentivi di buonuscita perché il suo sogno è quello di costruirsi la casa per viverci con la famiglia, una moglie e due figli. Quindi da Fioroni come allestitore di punti vendita e come vetrinista occasionale un po’ dovunque. A 37 anni decide: dipingerà e basta fino alla miseria. La miseria no perché Tarpani è un infaticabile “trovarobe”, ma sul filo della sopravvivenza spesso. Insegna le varie tecniche pittoriche nei vari corsi regionali, all’Università della Terza età, coordina estemporanee di pittura, va dove c’è da fare. Collabora per otto anni con il comune di Bastia organizzando varie manifestazioni artistiche, rapporto che si è bruscamente interrotto. , sottolinea, ma senza protestare. È tornato ad esporre a Perugia dopo 33 anni di assenza. Ha chiesto più volte i locali della Rocca Paolina a Comune e Provincia ma nessuno gli ha mai risposto né di si, né di no. Ha ottenuto un localino sotto il Vescovado sulla piazza IV Novembre e se la fa da solo la sua antologia di 44 anni di storia da pittore. Eppure anche quest’anno ha ricevuto l’ennesimo riconoscimento: “Maestro del Pennello”, a Nardò, in provincia di Lecce. Ma nella sua Perugia, in Umbria, dalla quale non si è mai allontanato, non gli riesce di ottenere quei risultati che dopo tanti anni di carriera sembrerebbero normali. Lo dice solo perché non sa spiegarsene il motivo; non chiede, né protesta perché le sue condizioni resteranno sempre le stesse: fare il pittore, punto. A Bastia si considera di passaggio, un posto per dormire e un piccolo studio in affitto, la sua casa quella dei suoi sogni se n’è andata insieme alla separazione dalla sua famiglia. Ma Tarpani non è uno che si arrende, vuole fare il pittore anche da grande. E in questo piccolo locale sotto il Vescovado che sbocca sulla piazza IV Novembre dell’acropoli perugina ci sono 44 anni della sua vita artistica, dal primo all’ultimo pennello, per ora.

Bastia Umbra, 12 – IX – 03

Tarpani possiede una dote, a dir poco, singolare…pare che “Qualcuno” gli abbia conferito il privilegio di entrare nei nostri sogni e di ritrarli, aggiungendo di suo il colore, anche questo tanto particolare da far pensare che un Demiurgo gli abbia insegnato l’arte di plasmare la materia, guardando divini modelli !

Perugia, gennaio 2012

Avanti, sempre avanti. Con forza, decisione, volontà innata di comporre, felicità di estri e di esiti. Sono cinquant’anni che Raffaele corre lungo il sentiero dell’arte e il numero appare a prima vista spropositato a paragone della sua età. La ragione è quella d’aver iniziato giovanissimo a fermare i suoi pensieri raminghi, le confessioni trepide che i ragazzi magari tengono nascoste in un diario, le speranze che sbocciano nell’animo. Tutto ha raccolto e condensato nel recinto del colore, della tela, della pittura. E senza raccontare degli esordi, di primaverili intuizioni nell’esprimere l’attimo fuggente di uno studentello al Bernardino di Betto, laggiù in piazza san Francesco al Prato, al secondo banco della prima classe, senza appuntare lo sguardo sugli esordi pubblici non ancora ventenne, si sottolinea che l’artista è fuggito subito dagli schemi e dalle ripetizioni. Certo, dapprima con un procedere incerto, proprio di chi stia cercando la strada giusta, ma già in grado di far prevedere l’avvenire con relativa facilità. Vista la passione, la fermezza d’animo, i silenzi colmi di riflessione, Raffaele “doveva” essere pittore. E così è stato, puntualmente. Ora cinque decenni non si racchiudono in formule, in frasi per lo più scontate, nell’ovvietà dei mutamenti logici di espressione. Si aggiunge semmai che in lui mai è venuto meno il convincimento di raccontare se stesso, perché il gesto equivale a una confessione segreta, a un dichiararsi molto esclusivo che pochi sanno cogliere nella sua interezza. Angoscia e solitudine, se si vuole, ma anche desiderio di futuro, improvvise aperture su dispiegati orizzonti. Ha attraversato una fase in cui era la materia a recitare la parte primaria, il legno come supporto, e la juta, la carta, la plastica pronte a generare risposte e insieme domande. Ma la libertà è arrivata con l’immersione nel paesaggio, con il puro brivido dell’indagare il simbolo. Mai verista, neppure intriso di realtà: Tarpani ha sempre inteso la pittura come estensione della coscienza, non rinnegando gli studi sulla non figurazione, patrimonio mai estinto, che fanno capolino in inserti, esclamazioni, particolari calamitanti. Così dall’osservazione della natura si giunge alla memoria, al ricordo, alla sintesi sovrana. Tarpani toglie il superfluo a vantaggio dell’unicità, non si abbassa a narrare, a descrivere, ma arriva a un mondo inedito, a una poesia che si apparenta al verso libero, alle impennate della tavolozza. Nella convinzione (era questo il credo di Cèzanne ripreso da Klee) che la natura non è all’esterno ma nella profondità e i colori sono, in superficie, l’espressione di questa energia interiore.

Raffaele Tarpani, pittore per vocazione, istinto,amore. E’ passato il tempo che scorre sempre più veloce. Pare ieri che un giovanottino timido varcò il grande portone della scuola d’arte. I ricordi sono sbiaditi, molti contorni si sfumano ma resta nell’aria l’atmosfera di quei giorni quando i cieli sembravano più azzurri. Da qui è partito un artista, da quei severi locali che si specchiavano nel primo chiostro del convento francescano. E di cammino ne ha fatto parecchio, anche se è lontano, vulcanico come è suo costume, dall’approdo estetico conclusivo.

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Mimmo COLETTI

Perugia, marzo 2011

Temi, febbrile ansietà. Ricerca senza confini.

In un panorama che supera tranquillamente la razionalità e vantaggio dell’estro, del momento creativo, della pennellata fuggitiva, tesa, irta, violenta, lo sbocco logico è dunque una serie da un titolo bello e sfuggente, raffinato e mormorante come può essere quello dei Cieli. Alza lo sguardo, l’artista, e contempla la bellezza che fugge, il rumore delle stagioni, la vibrazione di un attimo perduto, gioco incantevole e non più forma stabile.

Mai dimentica il racconto della natura, Raffaele. E non potrebbe dissolverla tutta in questo gioco elegante e sostenuto, intenso e lieve come una carezza. Manovra con perfetta eleganza e quieto stupore il blu e i suoi derivati con gioia tacita, quasi un invito all’evasione, tinteggia il cuore della vita con un tocco d’oro, rammenta il mondo che si stende laggiù e tra sprazzi di luce accenna profilate distese di montagne, immaginate colline, pianure inesplorate, latitudini insondabili, tra galoppate di nuvole, che sono poi il gesto dell’autore, la firma del suo pensiero errabondo, il fine estremo della fatica. Limite da superare: e Tarpani studia, si sforza, inventa teorie di immagini, caroselli di ben calcolata struttura in cui la fantasia è regolata dall’intuito e la materia si dissolve, ondeggia, narra il distacco, l’esilio dell’animo, la partenza. Ulisse in viaggio continuo, Tarpani inventa e costruisce. Forse raggiungerà Itaca, la sua isola. Altrimenti andrà avanti, sempre, come nello spirito di chi vede nel quadro uno specchio e si ritrova solo lì, lontano.

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Mimmo COLETTI

Perugia, luglio 2010

Se un quadro può dettare un sentimento e con la scia della tavolozza innestare, rapida e pungente, la catena dei ricordi, se tutto questo può esser vero oltre le indagini razionaliste, nessun dubbio allora che l’opera di Raffaele Tarpani riesca a raccontare lo scorrere della sua esistenza frastagliata.

Di artista e di uomo, di scoperte estetiche e di quotidiane dichiarazioni. Quelle che si trasformano in paletti nel veloce slalom degli anni sovrapposti e si chiamano speranze e desideri, nostalgie e tramonti, ipotesi e sogni. E’ autore composito, Raffaele, nel senso che la sua ricerca lunga e sempre intensa l’ha portato a scrivere pagine in cui la natura affiora ma assume volentieri la statura di un simbolo. Quasi un pretesto, insomma: i girasoli, la linea dell’orizzonte, gli elementi di un paesaggio così essenziale da divenire fatto mentale, la cavalcata delle colline, il sortilegio dei blu e dei rosa, il segreto dell’oro, quasi viaggio alla caccia della pietra filosofale. Sintesi di forme, linee capricciose, esplosioni improvvise e altrettanto veloci ripiegamenti in se stesso. Quasi avesse timore di una confessione troppo aperta, di parole spese invano e catturate dal vento, di aprire lo scrigno per mostrare le profondità dell’animo.

Sono stagioni molto fertili, queste recenti di Tarpani. Dense di appuntamenti, di conquiste, di elaborazioni multiple: pensa all’arte con occhi di febbre, impegno totale, forza e fierezza. Nel labirinto dei suoi dipinti, proprio in fondo, c’è il senso della vita, dell’attesa, dell’arrivo. Come in tutte le cose del cuore, nel quadro batte forte l’emozione e si rinnova l’incanto. Raffaele ha un dono: realizza quel che ammira con il terzo occhio filosofale. E ne fa dono a tutti.

Mimmo COLETTI

Sensibilità estrema del colore, tavolozza da cui rapisce toni alti amalgamati a un’armonia generale, realtà che serve da stimolo per un’esplorazione battente lungo costellazioni private. È il caso della maniera recente, avviata da cinque mesi, col palpito della tavolozza, rossi e blu uniti all’oro, scansioni verticali a delimitare il fuoco centrale, l’essenza femminea, sogno e apparizione.

Raffaele è sicuro padrone della tecnica, con lei insegue poesie rarefatte, frasi senza parole, musica priva di spartito.

Racconta una storia infinita, intensa, di umanità, natura e simbolismi. Non per nulla, spesso, è proprio la sua.

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Mimmo COLETTI

da “LA NAZIONE di venerdì 28 dicembre 2007

CULTURA E SPETTACOLI UMBRIA XXXI

La mostra

Tarpani a Spello

I colori velati narrano segreti

Parla di sé, di attese e di interrogativi, di speranze e delusioni, Raffaele Tarpani.

è pittore da sempre, artista per vocazione e come tale spinto da una precisa molla interiore a esprimere i profondi moti dell’animo con il colore, l’architettura della composizione, le immagini fiorite in un immaginario sempre lussureggiante. Il secondo piano del palazzo comunale ospita fino al 6 gennaio la sua personale che è una confessione aperta, una sintesi dell’attività, un riassunto fecondo. Basti pensare che l’itinerario è scandito secondo termini rigorosamente temporali: una prima sala dedicata al linguaggio di anni trascorsi sempre rappresentativo di una tensione spirituale ora modificata, un secondo locale che contiene opere di tonalità rossa che sottolinea il tumultuare delle passioni più diverse, un terzo ambiente e gli altri a venire con quanto di più attuale Tarpani ha elaborato dall’alto del suo ingegno creativo. Formati ridotti si alternano a dimensioni generose fino a un quadro di due metri che non è solo esercizio di stile ma conquista di traguardi respiranti. Il paesaggio inteso come mezzo di espressioni segrete, il corpo femminile nelle sue gradazioni, il palpitare di una vita che si colma di stupefatto mistero: Raffaele giunge a una tastiera di suoni liquidi, base di gesso su cui si posano velature cromatiche, in alto una fascia d’oro, intersecata da traiettorie di luce, che vuol significare l’assoluto, il silenzio, la riflessione.

Questa di Spello è rassegna compatta e insieme distillata, un libro che si sfoglia con innegabile interesse, un autore che ha raggiunto un’invidiabile maturità e si destreggia da par suo lungo i sentieri della musica stellare.

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Mimmo COLETTI

Perugia, dicembre 2006

Seconda fila a destra, un alunno dell’Istituto d’arte quand’era ancora a fianco dell’Accademia in Piazza san Francesco al Prato, un ragazzo ai primi passi della vita, sempre attento e puntuale, con la passione sincera della pittura e l’estro che gli stava sbocciando dentro. Di stagioni ne sono passate parecchie da allora, il giovane studente è diventato uomo, la sua vocazione ha trovato la strada giusta per esprimere la ricchezza interiore. Una storia personale simile alle altre, probabilmente. Ma quella di Raffaele Tarpani si mescola ai ricordi lontani, a primavere tinte d’azzurro, a voli intrecciati di rondini. E ora eccolo tornare ad essere presenza forte e lieta, a Perugia, dove l’ultima sua mostra risale addirittura al ’72. A san Severo, nella galleria comunale che più non esiste e che ospitava pittori di ottime virtù a ritmo ben sostenuto: Rapidi sono trascorsi gli anni, quarantaquattro se si tiene conto di un’estemporanea ancora adesso rammentata che si tenne in piazza IV Novembre proprio di fronte all’attuale spazio espositivo con un Raffaele imberbe come scandisce l’immagine del manifesto. E il protagonista continua a scoprire con fertilità pari all’ingegno il profumo del colore e la bellezza delle sue molteplici variazioni, a sfogliare il gran libro del mondo per comprendere, intuire, far riflettere. E’ artista vero, la tavolozza gli è amica fidata nel racconto ricco di inviti, di segrete malie, di lusinghe: dipinge, crea, sogna il paesaggio che si stempera e annega quasi nelle cromie e nelle trami lenticolari di un immaginario tappeto della Persia, gli scorci di città (ma certo sono paesi per quel senso di calda familiarità che possiedono), le nature morte – termine non elegante ma da sempre entrato nell’uso – fatte di geometrie guizzanti, le rarefatte emozioni che conducono al presente e si intridono di quel che è stato in un annullarsi di giorni mai entrati nel calendario, i pensieri errabondi fissati nel blu della memoria, forme e visi appannati, diluiti, lontani come l’inafferrabilità degli stati d’animo, i simboli che conducono al Mercurio filosofale, le risposte di una religiosità vissuta, sperimentata, da trovarsi ovunque. Da quell’antico discepolo al pittore affermato e compiuto di oggi il passo non è stato breve ma teoricamente perfetto, consequenziale, senza una deviazione. Racconta, Raffaele, le sue visioni e trasmette nascoste armonie, equilibrio nel comporre, nostalgie sgranate. I ricordi si tramutano in realtà, il quadro è uno specchio: a osservarlo fitto si spalanca la finestra e si vola nel vento, nel turbine di un tempo ritrovato.

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Mimmo COLETTI

da “LA NAZIONE”, venerdì 29 Dicembre 2006

Cultura & Spettacoli Umbria

Splendono i colori di Raffaele Tarpani, simboli della vita – Perugia

LOGGE DI BRACCIO, di fronte a Palazzo dei Priori. Il bel locale al numero 28, che diverrà l’ingresso del museo del duomo, ospita fino al 7 gennaio la personale di Raffaele Tarpani, pittore di ottimo sentire e vocazione così precoce che adesso si considera un autentico veterano. Nell’opposta sala del Grifo e del Leone tenne la sua ultima mostra in città nel ’72, dieci anni prima esordì con un’estemporanea a fianco della Fontana e quel quadro avvia il percorso estetico di oggi.

Sensibilità estrema del colore, tavolozza da cui rapisce toni alti amalgamati a un’armonia generale, realtà che serve da stimolo per un’esplorazione battente lungo costellazioni private.

È il caso della maniera recente, avviata da cinque mesi, col palpito della tavolozza, rossi e blu uniti all’oro, scansioni verticali a delimitare il fuoco centrale, l’essenza femminea, sogno e apparizione.

Raffaele è sicuro padrone della tecnica, con lei insegue poesie rarefatte, frasi senza parole, musica priva di spartito.

Racconta una storia infinita, intensa, di umanità, natura e simbolismi. Non per nulla, spesso, è proprio la sua.

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Mimmo COLETTI

2003

al Gruppo “èART”

Vola il pensiero, raccoglie gli stimoli della natura, i colori di una tavolozza rappresa attorno al variare delle stagioni, racconta la storia dell’uomo, s’intride di passato, si immerge nella contemporaneità, apre la finestra al futuro. L’estetica racconta, da sempre, l’intelligenza e la volontà, gli estri personali e la presenza della realtà che si configura in mille modi: è la testimonianza attendibile, vera e pulsante dell’appartenenza concreta e razionale al mondo.

E trasmette a chi abbia animo e cuore disponibili alla lettura e all’interpretazione i moti più segreti dello spirito, la poesia e la razionalità, la speranza e l’angoscia, il paradiso perduto e il sorriso ritrovato d’un tratto. Dunque l’autore si trasforma in un vessillifero di tempi nuovi, con la sua dinamica interiore, la carica di affetto, la ritrosia e la critica pungente, la rabbia ( certo, c’è anche questa ) e l’affetto: la visione è il risultato ultimo di una somma difficile da condensare ma che aggalla in superficie e prende fuoco nel gesto, nell’invenzione, nella creatività.

Cento pittori umbri e di fuori confine si riuniscono per un colloquio raffinato e incalzante: è un vocabolario sfogliato, un’enciclopedia di stili, di umori, di emozioni capaci di stabilire rapporti e raccontare il sé al di fuori e oltre i palpiti del giorno fuggente. Un Gruppo anomalo a ben guardare «éART»: dimensioni e per chiarezza dei motivi, tanto più esaltanti, questi ultimi, in un periodo in cui spesso si apprezza proprio chi si nasconde nella nebbia dell’astruso, nel labirinto dell’arduo, nell’insondabilità dell’esito finale.

Bravo e degno è invece l’attore che incarna, a suo modo d’intendere, il variare della società, il linguaggio mai identico dell’oggetto, il simbolo immutabile dell’esistenza. Qui, appunto, si realizza una simbiosi addirittura unica: ognuno dei cento serba gelosamente il suo stile (che è cifra dai moltissimi addendi) ma fa parte di un’unità di straordinaria efficacia visiva.

Come uno specchio fedele, «éART» – associazione di Bastia in grado di esprimere compiutamente il senso dell’oggi – narra una vicenda insolita, quella di una riunione, di un blocco, quasi di un diamante intriso di luce.

Averla costituita e andare avanti per questa strada non è impresa da poco: le intenzioni sono ottime, il traguardo è vincente fin dall’avvio. Il coraggio e la serenità di questa azione ripagano ampiamente gli sforzi e la fatica: tutto qui, da ammirare senza retorica, con limpida attenzione e con una messe di consensi. Che fioriranno sempre, come rose di primavera.

1972

Benedetto lui, ha ventitre anni e dipinge, con l’istanza sincera di una propria autonomia e di articolare una sua pagina a forme ed a colori, da otto o nove. E possono essere benissimo dieci: sono tempi che per ora non fanno storia, ma che servono, comunque, a dar cognizione di una laboriosità, di sicuri intenti di ricerca, di sollecitante esigenza di inventare, e di narrare quest’invenzione. Una personale – la seconda in Perugia, avendone pure allestite altrove, ed a Milano anche senza l’intento di porre in mostra dati riassuntivi: e sarebbe presto. Anche se vi sia un’opera del ’67, ma tutte le altre di ieri,1970 e 1971, e di oggi. Con la gioia, ecco la sensibilità ed il gusto del colore, specie quand’ esso, nei vermigli puri o intrisi, nei verdi ascendenti fino allo smeraldo, o negli azzurri liquidi o densi nel blu di Prussia, si distenda, si raccolga, si contenga in schemi di geometria piana, nei reticoli quadrati e di trapezi di una immaginata scacchiera, di una sconfinata tavola pitagorica, assurdamente irregolare, che fa da piano e da cielo. Assieme alla misura di una logica razionale, che non condanna l’estro, per l’impianto, le dislocazioni equilibrate, per un respiro sulle cose, sui tetti affocati, sui campanili, sui colli, oltre le regole classiche, e chi ci pensa più?, della prospettiva e della verità esterna. Anche se un titolo reciti di paese umbro, di Torgiano, di Assisi, del Trasimeno. Non è da conto: sintesi o no di elementi effettivi, o generazione di un’inventiva fresca e tanto spesso festosa, quasi che sia davvero un girotondo, di cui scorgi un mezzo cerchio – e l’altro lo pensi alle tue spalle – o una sorta di vortice in una visualità in picchiata, il cui centro, come dire?, fisico è oltre il quadro. Così in una tela dallo sviluppo d’insistita orizzontalità, ove i tetti roventi in corsa sui gialli e sui verdi s’incontrano con le convergenti linee verticali di due torri campanarie. O in Paese Umbro, appunto a semicerchio, con un iterato svariare di raggi e di riquadri, o nell’opera di più generosa superficie – un centotrenta per centosessanta – che dà cognizione degli itinerari facitori dell’artista: nulla concesso all’occasione, ma una ricerca modulare di forme per un contesto di favola in pittura, di una memoria, di un’espressione. Altrove, cercando tra la quarantina di opere qualche esempio che definisca, la dizione si fa più raccolta e immobile per l’assunzione di realtà certe: sono le due composizioni con girasoli su fondi di bruno in varia intensità, si che il tondo frangiato del fiore venga su nei volumi, ma senza furbizia, né inganni per l’occhio. E sugosi di linda pittura, le due tele di fiori rossi al balcone e dietro s’apre, retto dalla sintassi strutturale delle figure prime, un paesaggio urbico di nota monumentale. E La Basilica di robusta plastica, e Il Casolare, armonizzato su basse tonalità e su tratti graffiti, ed un taglio in gradazioni di rosso ombrate. Più recenti La Chiamata e Figure: inserzioni simboliche, significanti, ed una nuova grafia della figura uomo che si rastrema e si fa sdutta in una sigla d’impersonalità universale, e quindi nel concetto pretto d’umanità; quasi un richiamo d’archetipi misterici che nelle grotte preistoriche si dipingevano per propiziare un iddio che proteggesse gli individui alla caccia e proseguisse la specie. Un territorio di fantasia e di concretezze, di studio, di sempre vigili aspirazioni e di prove convinte. Questo territorio è di Raffaele Tarpani ch’espone qui, a San Severo di Piazza.

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Virgilio COLETTI

1970

Raffaele Tarpani ha ventun’anni, è diplomato dell’Istituto d’Arte di Perugia, ha l’abilitazione all’insegnamento, e lavora. Non nella scuola, come potrebbe sembrar ovvio, ma altrove: e da Tarpani s’avrebbe da avviare un ragionamento e qualche riflessione sulla scuola italiana e sugli scarsi allettamenti che propone e sulle difficoltà, almeno fino a ieri, per starvi con tranquillità del futuro. Ma non entra, l’argomento, in queste poche righe destinate al giovane artista. Lavora e fa il pittore, in quanto la sua vocazione è prettamente artistica, i suoi problemi in fatto di creatività -appunto: il porsi delle tesi con l’intento di dimostrarle- sono quelli dell’arte nelle forme e nell’espressione, nel superamento o nell’affioramento dei dati acquisiti, nella resistenza alle suggestioni delle correnti e delle presenze degli altri, e nella decantazione, ovvia del resto, dei suggerimenti esterni. Un pittore che lavora, non un lavoratore che dipinge in una posizione, e non si intende formalmente, più o meno domenicale. Non è gioco di parole; né proposizione che si presti ad essere interpretata su piani diversi da questo del concreto quotidiano. Proprio dalla realtà esistenziale, Tarpani – è almeno probabile trae i soggetti dei suoi quadri. Qui sono una ventina: il paesaggio, e il paesaggio. Non figura, non natura morta. La luce del giorno di Dio, il sapore dell’aria, lo spazio per l’occhio. Una reazione, non sappiamo. Ma un’esigenza ci sembra di vedere e di consentire con il giovane pittore: quella di un ambiente diverso, non diciamo opposto, dall’altro in cui viene ed opera sette, otto ore al giorno.

Da qui – ed è una probabilità non trasferibile al vero, neppure dal Tarpani stesso – la tematica unica della natura nella varietà della sua realtà e della sua poesia e delle sue strutture. Un acervo, artisticamente astratto, da divenir concreto nella pagina dipinta, alius et idem direbbe Orazio. Poi Tarpani è umbro, perugino: un uomo, cioè, immerso in un mondo che ancora, malgrado l’avanzata delle città (ma sono piccole, tanto da non arrivare alcuna ai centomila abitanti) ed il mondo nuovo delle strade asfaltate e dei tagli degli e dell’abbandono dei campi, un giorno arati, immerso in un mondo, s’andava dicendo, tutto così: colli e montagne ma tenui, piane e prode, qualche specchio d’acqua, ed i silenzi che sono di sempre per l’umanità pudica di se stessa.

Esiste una tradizione paesaggistica umbra: d’accordo la tradizione è nulla nell’arte. Ma la tradizione per chi non la segua pigramente è già uno spessore autentico, è una misura mediatrice tra l’eterno e il sé. In Umbria, ed anche altrove certo, si ama, si dipinge, s’interpreta il paesaggio, quel paesaggio con quelle luci, quei colori, quei silenzi.

Dal Quattrocento del Perugino al futurismo di Dottori Raffaele Tarpani non fa dell’antico e non segue un futurismo “classico”: cerca d’essere lui nello scomporre gli elementi esterni e nel ricomporli, nel ricrearli in forme architettoniche, cioè inventate in fondo, davvero scoperte, come nell’etimo primo – dall’occhio, – dalla riflessione e dalla mano dell’uomo. Sempre mantenendo una leggibilità spontanea, una logica coloristica, uno sviluppo d’armonia interna e di contrappunti massivi, di una dialettica, razionale ma pure vibrante, tra i due reali: esteriore da ordinare e l’intimo da esprimere. Una strada aperta, ampia, magari lunga, per le altre avanzate e le altre conquiste del pittore Tarpani. Egli si è fatto le ossa, a parte ciò che può avergli dato la scuola, in molte estemporanee che, se hanno un merito, impongono a vedere ed a realizzare su una base di responsabilità.

Ha partecipato a concorsi nazionali di Roma, Arezzo e di Bologna, ha preso parte a collettive ed allestito personali a Catania, Arezzo, Rieti, Assisi, Terni, Perugia, Milano. Il suo nome con dati biografici ed artistici è incluso in vari volumi d’arte.

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Virgilio COLETTI

La Nazione, domenica 6 ottobre 1968

Mostre Personali di giovani artisti

San Severo di Piazza – Perugia

…Tarpani propone quaranta pezzi, compendio di un triennio di attività, con un ravvisabile desiderio di mutamenti, che depone schiettamente a suo favore, in quanto, è ben visibile un’indagine condotta sull’assunzione di valori più solidi, meno romantici e sempre meno affidati all’effetto sicuro per facilità. Ha abbandonato certe soluzioni, pur sensibili, alla Meneghini, tali modulazioni sommesse dell’olio, portate quasi ad acquosità di tempera diluita. Bravura superata verso i risultati più recenti di sintesi urbiche, paesistiche: scorci perugini, visoni di Umbertide, di Forgiano, di Montefalco, di Corciano. Un po’ d’Umbria ribaltata su di un rettangolo in un intelligente accatto di forme geometriche e di proposte per una nuova monumentalità, di una cristallizzazione di forme.

Talvolta c’è tendenza alla drastica narrazione della tarsia, quando l’atmosfera cede interamente alle masse. Altrove, l’artista si fa più oggettivo con un certo interesse alla vivacità del colore e alle sue giustapposizioni: vedasi l’unica Natura morta che si determina appunto per tali caratteri. Oppure negli esempi d’incisione che meriterebbero l’utilizzo di più solide strumentalità materiche.

Tarpani è affettuosamente presentato da Gerardo Dottori. L’insigne maestro dice che i primi saggi del giovane sono degni di attenzione e di considerazione e che egli ha un carattere fermo non influenzabile “dalle mode che si affacciano per ogni stagione nel mondo dell’arte”. Per l’espositore un riconoscimento e non giudizi lusinghieri e autorevoli. Al cronista non rimane altro da dire.

2003

Gruppo “éART”

Dialoghi sull’opera d’arte

Fabio venne da me si mise seduto e mi chiese: “Andrea Mantegna, Raffaello, Michelangelo hanno fatto delle opere considerate opere d’arte ma mi chiedo: quando un’opera si può dire: opera d’arte?”

Stavo per propinargli una definizione d.o.c. condita da citazioni ed esempi, ma preferii rigirargli la domanda in questo modo:

“Quando un’opera non è un’opera d’arte?”

Michelangelo ha concepito sculture che non si possono non definire opere d’arte, per lui il blocco grezzo del marmo conteneva già l’idea della forma, l’artista toglieva la materia e liberava la figura, e Calder? Quest’ultimo ha fatto sculture monumentali talvolta sospese in aria, in equilibrio nello spazio, tra materia = pesantezza e antimateria = leggerezza. Prova a immaginare l’ultima cena di Leonardo e Guernica di Picasso, ancora: la Primavera di Botticelli è più opera d’arte di un quadro di Fontana che tagliava la tela con due fendenti precisi? Fabio era pensoso ed entusiasta, portò gli argomenti sulla specificità delle sue conoscenze: la grafica, il linguaggio dell’immagine pubblicitaria, la difficile sintesi dei significati e dei significanti, tra la scatola di pomodori in serigrafia di Andy Warhol e le immagini retinate a fumetti di Roy Lichtenstein.

Constatavo con soddisfazione che nessuno di noi aveva portato il discorso sulla banalità del bello o del brutto, sul ‘ mi piace ’ o ‘ non mi piace ’. Una definizione metteva però d’accordo tutti.

La propose Fabio, lasciandoci perplessi “Un’opera d’arte è tale quando emoziona”. Ma cosa ci emoziona? Una parola rimane un termine finché l’estro, la creatività, gli danno un senso diverso dall’apparenza, e una semplice parola diventa così metafora, poesia. Stessa cosa per una nota o un colore.

La Gioconda era una massa informe di toni su di una tavolozza, è stato il genio di Leonardo che ha dato un senso alla idea tramite il colore, idem per Mozart, Picasso. Il colore rosso rimane pigmento, è il cuore che sa emozionarsi, che gli dà un’anima e lo fa vivere. Gli artisti sono autonomi, liberi, non codificabili dagli schemi politico-economici, forse per questo Platone li aveva posti fuori dalla polis…

Van Gogh sarebbe stato uno dei tanti pazzi alienati se non avesse avuto il coraggio di andare oltre le sue paranoie e non avesse avuto vicino altre persone capaci di emozionarsi. Sentite cosa scriveva: “Ciò che cerco d’imparare non è il disegnare una mano, ma un gesto, non una testa bensì il profondo della sua espressione, per esempio lo zappatore che annusa il vento quando alza un attimo il capo o parla: insomma la vita”. “Tutto questo per fare un’opera d’arte…” fece Fabio e continuò “In effetti quando devo inventare una nuova grafica o un logo, e devo consegnare in un tempo determinato, il lavoro più complicato non è cominciare a disegnare o rielaborare una idea al computer, quanto spogliarmi di tutto quello che mi zavorra a terra: problemi, stronzate, preoccupazioni. Quando alla fine rivedo i lavori, i migliori sono proprio quelli che per cui ho dovuto sputare fuori l’anima…”

A Bastia c’è un gruppo di artisti si chiama: “èART” lo coordina un artista davvero singolare, un poeta del colore, del segno e della forma. Ha il nome di un arcangelo: Raffaele, in ebraico antico significa Dio guarisce, di cognome fa: Tarpani. Lui crede che l’artista sia come un profeta, un rivoluzionario che agita gli animi e sa riscoprire la sua e l’altrui Anima, quell’essenza vera dell’uomo. Ho visitato il suo sito, è come approdare su di una isola felice dopo il naufragio. Le sue collettive sono vere e propri percorsi dove si ricollegano finalmente anima e cuore. Parlare con lui rinfranca e da energia, uomini come lui rischiano; come ogni eroe avrà mille amici, centinaia di persone che gli creano terra bruciata, è sempre così…

Ma d’altra parte è per gente come Raffaele e per come quelli del suo gruppo che questa Vita, questo strano Viaggio merita ancora di essere vissuto.

2003

Gruppo “éART”

L’ arte come vitale occasione di incontro

In una società fortemente gerarchizzata come la nostra, abituata per di più a concedere il riconoscimento solo a chi ha successo e a chi appartiene alle cerchie che “contano” (sorvolando troppo spesso sugli effettivi meriti e sull’effettivo valore di quel successo e di quell’appartenenza), non è affatto agevole, per i tantissimi che vivono abitualmente entro una dimensione di silenziosa quotidianità e coltivano – sovente con ammirevole disciplina di mestiere – una personale vena estetico – creativa, trovare l’occasione per presentare pubblicamente i risultati della propria ricerca e della propria sensibilità: ciò è dovuto, naturalmente, a numerose cause concomitanti, quali ad esempio l’eccesso di offerta visiva proprio del nostro tempo e l’esistenza, che sarebbe ingenuo e addirittura falso fingere di ignorare, di differenti livelli qualitativi che finiscono con l’orientare l’attenzione del pubblico e degli stessi addetti ai lavori solo su un numero relativamente esiguo di artisti e di operatori.

Ma è appunto per tale stato di cose che, se si ama genuina_

mente l’arte considerandola un’irrinunciabile e preziosa forma di libertà spirituale e intellettuale comunque essa si manifesti, si devono salutare con favore tutte quelle iniziative che contribuiscono a far conoscere e a rendere visibili tutte quelle espressioni creative contemporanee che non appartengono al sistema ufficiale e codificato dell’arte: è questo certamente il caso della manifestazione che qui si presenta, animata dal gruppo “èART” coordinato dal pittore Raffaele Tarpani, formato da numerosi artisti che amano esprimere la loro creatività con sincera passione e con risultati, in non pochi casi, tutt’altro che disprezzabili.

Se eterogenei sono i linguaggi tecnico-stilistici adoperati, così come sono diversi i loro percorsi formativi (alcuni hanno frequentato gli Istituti d’Arte e le Accademie di Belle Arti, altri si sono avvicinati alla pratica artistica da coscienziosi autodidatti), elemento comune a tutti è il desiderio di instaurare attraverso le opere un dialogo estetico e spirituale con chiunque sia disposto a soffermarsi davanti ai vari lavori proposti: proprio in questo, forse, è da riconoscere l’aspetto più importante, essendo l’incontro e lo scambio di idee e di emozioni fra gli uomini – quali che siano i mezzi adoperati (fosse anche un quadro “dilettantesco”) – uno degli strumenti-guida per contribuire a costruire un mondo meno aspro e con minori incomprensioni, in cui ognuno possa sentirsi davvero parte viva di una comunità di individui affratellati da un cammino esistenziale sostanzialmente analogo per tutti.

1972

Conoscevo da oltre tre anni il giovane pittore perugino Raffaele Tarpani che ho seguito nel suo appassionato lavoro che, dopo gli studi compiuti nell’Accademia d’Arte di Perugia riprese liberamente lo studio della pittura con particolare riferimento all’Arte Sacra che gli valse il particolare apprezzamento del Soprintendente ai Monumenti e Galleria dell’Umbria, del Dr. Valerio Mariani, ordinario di Storia dell’Arte all’Università di Napoli e membro del Consiglio Superiore dell’Antichità e Belle Arti. Inoltre il Com.re Dr. Salvatore Giuliani, membro della Commissione di Arte Sacra di Foligno.

La natura, tutte le cose create, son viste da Raffaele Tarpani, con spirito puro, scevro da complicazioni letterarie o filosofiche. Se questo giovane artista saprà conservare intatta la sua purezza di visione e di espressione e seguiterà a scavare in sé e fuori di sé, restando nella semplicità e purezza di visione, riuscirà ad esprimere quel mondo che, da quanto ci ha detto fin’ora, è forse il suo mondo, fatto di cose pure e semplici, il mondo della sua arte.

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1968

C’è chi parla di inflazione nel campo della pittura. E’ fuori dubbio che su circa cinquanta milioni d’Italiani, tre milioni (c’è chi dice più e chi meno) di pittori sembrino davvero troppi. Ma in fondo che male fanno? Il male, semmai, lo fanno a se stessi perché molti di loro non avendo qualità spiccate per la pittura, debbono cambiar mestiere o restare anonimi. Molti se la prendono coi concorsi estemporanei che si organizzano annualmente in tutt’Italia anche a carattere nazionale, cui possono partecipare tutti anche…i pittori. Quasi tutti i capoluoghi di provincia, piccole città e paesi, chiamano a raccolta tutti gli anni chi vuol provare a illustrare pittoricamente o…pittorescamente le bellezze o le caratteristiche del luogo: paese, città o campagna, mettendo a disposizione dei concorrenti vari premi talvolta anche ricchi, che una apposita giuria distribuisce, scontentando naturalmente tutti, tranne il piccolo numero che li ha ricevuti. Ma che male possono fare questi concorsi? Nessun male; specie se da essi viene fuori uno o più giovani che dimostrino buona disposizione per la pittura, anche se non hanno avuto la fortuna di essere segnalati. E’ il caso di Raffaele Tarpani perugino, che si presenta per la prima volta con un gruppo di pitture, dopo essersi preparato all’Istituto d’Arte della nostra città. Tarpani, desidera sapere, esponendo questi suoi primi lavori, che cosa ne pensa il pubblico e la critica di queste sue realizzazioni. Personalmente penso che Raffaele Tarpani sia un giovane che lavora con impegno e con serietà, e che i suoi primi saggi siano degni di attenzione e considerazione. Il Tarpani mi sembra un carattere fermo, che non si lascerà influenzare dalle “mode” che si affacciano per ogni stagione nel mondo dell’ arte e che sono la causa del disorientamento delle ultime generazioni di artisti.

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Grottamare, 7-9-68

Caro Tarpani, eccole il pezzo che le ho promesso, che potrà andare se, come spero, non si attendeva una “critica” da me. Che poi, non sarebbe stato opportuno anticipare giudizi sui suoi lavori: primo perché io non azzardo mai “giudizi”sul lavoro dei colleghi; poi perché chi li vorrà fare deve esser libero di dire i propri, senza pensare che si sia voluto influenzare. Del resto ho trovato le sue cose, quasi tutte, interessanti, per le ricerche di realismo sintetico, per un colore sobrio e profondo, che credo avranno uno sviluppo di altre ricerche personali. Spero trovarmi a Perugia per la sua mostra.

Suo Dottori

Massimo DURANTI

Dicembre, 2007

Dalla pittura dell’apparire a quella dell’essere

Sono passati, anzi fuggiti, dieci anni da quando scrissi un testo per una sintetica monografia di Raffaele Tarpani, ben curata graficamente dalla EFFE, Fabrizio Fabbri Editore, sul lavoro trentennale di questo pittore perugino emigrato da tempo nella piana sottostante Assisi per fare pittura a tempo pieno, insegnarla e organizzare mostre e concorsi. Realizzando così una totalizzazione esistenziale, una simbiosi col dipingere.

Riannodare un poco della sua storia, ad uso di quanti ancora non lo conoscono, in questa occasione di presentazione degli esiti iniziali della precisa “svolta” impressa al linguaggio e forse alla poetica, appare quanto mai opportuno. La scelta di fare il pittore a tempo pieno collocandosi nella periferia dell’arte non fu né obbligata né sofferta, anzi coraggiosa perché comportò l’abbandono di sicurezze lavorative, meno gratificanti del dipingere. Invece, non decise, ma meno consapevolmente, nella prima giovinezza di andarsene da Perugia, cosa che fece qualche suo coetaneo che aveva studiato come lui nelle scuole d’arte. Fuori avrebbe potuto maturare in ambienti più stimolanti ed aperti quei talenti che gli vennero riconosciuti a profusione e che finirono per adagiarlo su una limitante autarchia. Diplomatosi all’Istituto d’arte, subito dopo abilitatosi all’insegnamento, non andò neanche all’Accademia perché volle subito “esercitare”. In effetti, vinse presto premi ad ogni concorso al quale partecipò, non solo di livello locale.

Nel 1968, diciannovenne, non fu tra i contestatori, invece tenne la sua prima personale presentato da Gerardo Dottori, che non era stato suo insegnante, ma che scrisse per lui parole di considerazione e di attenzione riguardo alle capacità di “realismo sintetico” e di colore “sobrio e profondo”.

E dopo tre anni l’anziano, ma sempre attento maestro, lesse in alcune opere a soggetto sacro del giovane pittore “spirito puro, scevro da qualunque complicazione letteraria e filosofica”. Si dimenticò però di invitarlo a guardare oltre i ristretti confini della sua città, come aveva fatto lui quasi mezzo secolo prima andandosene a Roma, cosa che Tarpani avrebbe potuto fare agevolmente considerato che nel 1969 era stato tra i vincitori di un concorso nazionale, la cui giuria era composta da addetti ai lavori dell’arte come Agenore Fabbri, Mario Lepore, Carlo Munari e Franco Solmi e nel 1971 si era presentato a Milano con una personale alla Galleria Barbaroux. Intanto, lo aveva assunto la Standa, la stessa società banditrice del concorso nazionale, per allestire le sue vetrine, e contemporaneamente aveva cominciato ad insegnare.

Cavalcava il successo della stagione di grazia dei suoi venti anni, appagato, senza porsi problemi di nessuna natura.

La premessa non è di disappunto, ma di constatazione di una rinuncia a non improbabili diverse maturazioni di linguaggio e all’ingresso nel sistema dell’arte.

Nessuno può dire se altri stili e il mercato lo avrebbero reso più famoso, soprattutto più felice. Tarpani ha scelto di vivere il suo fare arte senza condizionamenti e in mezzo alla gente, spesso svolgendo una funzione maieutica nella comprensione della pittura da parte di quanti non hanno mai visitato una mostra, o insegnando i rudimenti della pittura a quanti in gioventù non avevano avuto tempo di coltivare piccoli talenti.

Tornando al mio testo di due lustri fa, ricordo che, appunto, colsi l’artista in un momento esaltante della condizione tumultuosa che si era costruito, caratterizzata dalla grande considerazione di cui godeva nell’ambiente in cui operava. La sua pittura di quel tempo è un “elogio del paesaggio”, come titolai il mio intervento in catalogo. Paesaggio geografico e soprattutto delle architetture urbane, squillante di colori, di illuminazioni, di contrasti e di tagli nelle visioni da prospettive elevate o inconsuete. Immagini scattanti e svettanti sostenute da una poetica dello stupore per l’ambiente e le realizzazioni umane, costruite con uno stile dalle forti allusioni aeropittoriche che aveva creato il suo ideale maestro, maestro delle visioni dall’alto negli svolgimenti del Futurismo. Una pittura che Tarpani strutturava su solide basi tecniche e compositive avvalendosi di un mestiere appreso e consolidato da tempo.

Un dipingere, il suo, sempre carico di tensione, ma attento al rigore esecutivo e all’equilibrio cromatico.

Dunque, una consistente e perdurante pittura dell’apparire, seppure non priva di motivazioni.

Ma gli oltre quaranta anni di frenetico dipingere non potevano avere del tutto consumato l’uomo, preso com’era da frequenti irrequietezze affettive, le stesse che hanno segnato probabilmente la svolta di due anni fa in senso neo informale e, comunque, sostanzialmente aniconico, della sua pittura.

Andando ancora indietro per un attimo, l’assenza ampiamente diffusa della figura umana dalle rappresentazioni di Tarpani, indicava forse un distacco o comunque una difficoltà di relazione. In un polittico acceso di rosso e in poche altre composizioni dimeno di tre anni fa, dunque ai prodromi della stagione del mutamento repentino di linguaggio, la presenza umana aleggia nelle silhouette di impalpabili presenze collocate in contesti insoliti per l’artista. Giusto un preludio per un subitaneo sciogliersi del paesaggio e delle architetture in un altrettanto rapido abbassamento dei toni cromatici.

C’è in questa nuova produzione una progressiva cancellazione dell’immagine e dei colori intensi per lasciar posto a forme informi, di colore dal ben diverso timbro.

Le sensazioni interiori si materializzano nelle isole incerte di una materia acquosa. Tarpani ha denominato “sconfinamenti” questo ciclo, a simbolizzare esplorazioni per lui inconsuete prima di tutto nel suo io, poi nel terreno di un’arte senza immagini per lui sconosciuta. Fasce incerte di colore rosso o blu, orizzontali, introducono dall’alto della tela una narrazione astratta, della quale è protagonista l’oro che, dalla fascia sottostante quella di apertura, cola insinuandosi nel resto della composizione.

Oro che rianima i residui di paesaggio o di figura che hanno perduto il vigore di una volta per cangiare in rosa pallidi e celesti acquosi. Simbolicamente, Tarpani riversa impeti di nuova dorata affettività su entità intrise di candore.

Si potrebbe dire che questo artista umbro, dopo aver esaltato dottorianamente il dinamismo della natura con originali spunti cromatici e compositivi, è approdato a una rivisitazione pacata del colore come immagine, alludendo, più o meno consapevolmente, alla ricerca informale di Alberto Burri, l’altro grande maestro umbro del Novecento. Ma non è citazione, perché la materia di Tarpani è non materia e il colore un puro distillato di sentimenti, liricizzazione cromatica.

Questa svolta di Tarpani è stata variamente interpretata dalla critica: neo romanticismo, intimismo e trasfigurazione per Giovanni Zavarella che segue l’artista da lungo tempo; pura svolta esistenziale per Luciano Lepri, altro critico che conosce bene Tarpani; infine, Franco Brozzi, lo storico molto attento alle cose dell’arte, legge in questo ciclo dell’artista moduli neo impressionistici, con echi insistiti di puntinismo e macchiaiolismo.

Questo ventaglio di valutazioni indica la complessità di un cambiamento che attende comunque conferme o nuove precisazioni, conoscendo le intemperanze di Tarpani, il quale al momento si sente placato nei silenzi dorati dell’informe.

L’unico elemento di certezza è che per lui sarà sempre l’arte a tenerlo legato al mondo, valendo bene le considerazione di Johann Wolfgang Goethe che in Massime e riflessioni scrive “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo, che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”.

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Massimo DURANTI

2003

Pittura e scultura come manifestazione di vitalità

Molti si scandalizzano per il fatto che ci sia una iperproduzione di dipinti e sculture, cioè che in troppi si ritengano artisti per il solo fatto di stendere il colore su una tela. Dunque, troppe mostre, troppi concorsi e troppe illusioni coltivate e fatte coltivare. Questa logica risponde a una visione aristocratica dell’arte; un po’ come quella di quanti vorrebbero contingentare le visite ai musei affinché non si deteriorino i capolavori esposti. Tuttavia, anche il gusto del pubblico per le arti figurative è molto variegato e spesso si comincia ad apprezzare la pittura proprio visitando una mostra senza grandi pretese, magari nel proprio paese.

Le iniziative sul territorio non vanno dunque demonizzate, né marginalizzate come mero fenomeno di dilettantismo, perché assolvono alla duplice funzione di abituare alla pittura e alla scultura e danno l’opportunità agli autori di farsi conoscere. Sarà poi il mercato e la critica a selezionare fra le tante esperienze quelle che meritano riconoscimenti. Il preambolo vale anche per questa iniziativa di “èART”, di cui è animatore Raffaele Tarpani, che raggruppa un insieme di pittori e scultori che rappresentano, appunto, il territorio. Tarpani è un artista professionista, nel senso che dedica alla pittura tutte le sue energie, ma la sua attività è ormai da anni anche quella di animatore e promotore di mostre e cataloghi d’arte.

Non potendo, per questioni di spazio e per la numerosità dei soggetti coinvolti in questa pubblicazione, entrare nel dettaglio delle presenze, si può affermare che questo campione casuale di pittori, eterogeneo quanto si vuole, formato da autodidatti, ma anche da persone che si sono formate negli istituti d’arte o nelle accademie, presenta linguaggi, i più disparati, che sono il segno dalla babilonia che contraddistingue anche il sistema dell’arte italiano ed internazionale. Gli schemi si sono ormai rotti e hanno cittadinanza tutti gli stili e tutte le tecniche: dal figurativo all’astratto, dall’informale a ogni possibile declinazione iconica ed aniconica. Ci troviamo in realtà in una congiuntura epocale nella quale l’arte è alla ricerca di una nuova dimensione.

La libertà d’espressione può spaesare il fruitore, ma è una condizione dalla quale si può crescere sviluppando la ricerca personale. Questa iniziativa mette a confronto esperienze, diverse e differenti per finalità, rappresentando soprattutto un modo per manifestare la propria creatività con un veicolo così impegnativo come l’arte, che ognuno esprimere secondo la sua sensibilità e le sue capacità.

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Massimo DURANTI

Perugia, 1997

Raffaele Tarpani: elogio del paesaggio

Ogni microcosmo del sistema dell’arte ha una sua valenza individuale e un suo significato emblematico.

Raffaele Tarpani, un pittore che spesso ha dimostrato e dimostra tuttora doti d’artista, che ha scelto di vivere in un paese di provincia, che ha tentato costantemente di dimostrare di essere se stesso, libero esecutore di pittura, condizionato semmai da un battesimo esaltante quanto ingombrante, che lo ha portato talvolta a reazioni trasmigrative effimere verso linguaggi a lui estranei, rappresenta un caso dal quale partire per una breve riflessione di carattere generale, che introduce e motiva la presentazione del suo lavoro.

Le referenze artistiche degli esordi – quel battesimo ingombrante di cui si diceva – sono di Gerardo Dottori che quasi trent’anni fa definì “interessanti” i suoi lavori, che appaiono ancora tali.

Viviamo in un sistema dell’arte che frequentemente e non casualmente (per l’incidenza della promozione, talvolta indotta dalla critica o dalla pseudo critica, del prodotto artistico come oggetto di consumo e non come unicum, quale dovrebbe essere l’opera d’arte) premia la mediocrità o la quasi mediocrità, complici una cultura artistica inesistente, causata da carenze formative e aggravata da una diseducazione massmediologica al gusto estetico rinvenibile anche in strati sociali con istruzione elevata. Risultano allora vincenti nel mercato dell’arte le immagini immediate, leggibili e accattivanti, falsamente estetizzanti, costruite con palinsesti di segni, pennellate e cromie tratti da un manuale del fai da te della pittura e realizzate con puro tecnicismo (più raramente virtuosismo), oppure quelle del falso spontaneo, sognante, ingenuo. Pittura senza motivazioni che si fa capire, mentre la mancanza di disgusto, lo sguardo corto – direbbe Tomassoni – impediscono di leggere non solo il taglio di Fontana e la tela di sacco di Burri, ma persino l’essenzialità di una natura morta di Morandi. Siamo in un sistema che naviga a diffusi livelli in questa palude dell’arte prêt a porter trovando facile alimentazione e, salendo nei pochi ambiti di qualità, crea e distilla in pochi laboratori della critica e distilla nuove avanguardie spesso inesistenti, non riuscendo, o forse non volendo scoprire quanto di autentico artistico può essersi sviluppato nella spiaggia dei microcosmi.

Del resto, gli artisti sono sempre più spinti all’individualismo esasperato, lontani dalle faconde esperienze storiche delle avanguardie artistiche e dalle irripetibili situazioni di crescita collettiva della creatività personale gruppo come quella della Bauhaus. Oggi molti artisti, estranei al prêt a porter, giocano quotidianamente la loro lotteria istantanea del “dipingi/crea e vinci” con la ricerca per la ricerca, sperando di scoprire modelli e linguaggi “oltre” che qualcuno giudichi e promuova come tali. In effetti, questa congiuntura espressiva di fine secolo e fine millennio è dominata da una trasversalità di linguaggi, da una transumanza artistica temporale, che non è neanche, spesso, riscrittura-esercitazione di modelli vincenti, ma pura esplorazione acritica ripropositiva.

Ciò a causa, come accennato, di quello sguardo “corto”, fotografico, teorizzato da Italo Tomassoni che non riesce a penetrare né nel passato, né nel presente e tantomeno nel futuro. Non è certo neanche estraneo a questa povertà il nomadismo culturale, solo teoricamente arricchente, perché soprattutto di tipo massmediologico, multimediale, virtuale.

Manca, infine, il confronto fra esperienze essendo il rapporto fra artisti quasi sempre di acceso antagonismo, su valori deboli oltretutto, soprattutto riferiti alla visibilità critica.

Lo stesso ruolo dell’ambiente nel quale opera l’artista, o quello distante nel quale si manifesta, non sembrano incidere sulla creatività più di tanto, contrariamente a un passato recente. Anche se artisti maturi e affermati cercano nella provincia della provincia, sprofondati nella natura, non tanto terreni di ispirazione, ma condizioni di qualità della vita quanto più neutrali possibile, virtualmente primigenie, per lavorare.

Anche il microcosmo pittorico di Raffaele Tarpani vive fra queste condizioni e condizionamenti, in un contesto povero di stimoli e opportunità, essendogli mancata subito dopo gli esordi, comunque segnati da presenze significative a Perugia, Milano e Parigi, non la volontà, ma la possibilità materiale dello scatto per la fuga, quando fuggire poteva significare trovare le dimensioni necessarie per sviluppare un talento. Eppure, nel suo essere pittore convinto del suo lavoro, passando per strade tortuose, a volte devianti, ha percorso un cammino contraddistinto da una sostanziale serenità compositiva, da una dignitosa espressività, che non sono giudizi di demerito, né di mediocrità, ma segni di una “normalità” tanto di moda in politica, quanto negletta in arte.

E veniamo alla formazione e agli esordi. Della prima, i ricordi si sono legati agli incoraggiamenti dell’ambiente dell’Istituto d’Arte di Perugia per un talento naturale che doveva esprimersi.

Fra i suoi maestri non c’era Dottori, che insegnava, già molto anziano, qualche ora all’Accademia.

C’era invece Luciana Bartella con la quale uscì spesso en plein air a dipingere paesaggi, gli stessi che un minuto dopo eesere stati abbozzati venivano smontati e tradotti astrattamente da Umberto Raponi, marito – artista della Bartella, la quale spinse il giovanissimo allievo a presentarsi a concorsi e a partecipare a mostre. Terminati gli studi, Tarpani trova subito un impegno applicativo dell’insegnamento artistico come vetrinista per gli allora mitici e unici grandi magazzini di Perugia: quelli della Standa. Contemporaneamente dipinge con lena e organizza le sue prime,presenze a Perugia e dintorni. L’incontro con Dottori è di quel periodo. Sempre disponibile a curiosare nel lavoro di giovani artisti, molto meno a dare giudizi pubblici, tutt’al più consigli, il maestro futurista visita lo studio del giovanissimo pittore sollecitato da Pietro Fringuelli, Direttore dell’Istituto d’Arte e dell’Accademia di Belle Arti. Richiesto di una nota di presentazione per una mostra a Perugia, inusualmente acconsente e i primi giorni di settembre da Grottammare, dove era solito soggiornare in quel periodo, scrive una nota accompagnata da una lettera nella quale precisa di non aver redatto una “critica”, ma afferma di aver “trovato le sue opere, quasi tutte, interessanti, per le ricerche di realismo sintetico, per un colore sobrio e profondo, che credo avranno uno sviluppo di altre ricerche personali”.

Sarebbero state sufficiente viatico queste parole per un ragazzo di diciannove anni alla sua prima mostra personale, ma Dottori, nella nota, dopo alcune considerazioni che sdrammatizzano (non ci dimentichiamo che siamo nel 1968) concezioni rivoluzionarie del fare arte, nell’elogiare la proliferazione di concorsi di pittura estemporanea, testimonia che Tarpani “lavora con impegno e serietà”, ma soprattutto che “i suoi primi saggi sono degni di attenzione e considerazione”.

Ancor più concretamente, sottolinea di aver colto “un carattere fermo, che non si lascerà influenzare dalle mode… che sono causa prima del disorientamento delle ultime generazioni di artisti”.

Fra Dottori e Tarpani c’era stato un solo incontro: il vecchio maestro aveva scorso con attenzione le tele disposte nello studio, nel silenzio reverenziale del giovane artista, con positivi commenti per alcuni lavori: quelli delle sintesi architettoniche.

Accomiatandosi, il vecchio maestro assicurò una presentazione, che puntualmente arrivò. Non avevano parlato di futurismo, né di aeropittura, dei quali Tarpani aveva modesta conoscenza libresca, ma che aveva vagamente assaporato sbirciando nello studio di Dottori all’Accademia.

L’anziano maestro visitò la mostra e dei lavori del giovane pittore parlò con molte persone, anche addetti ai lavori, come dimostra nella seconda presentazione dell’artista (in due versioni quasi uguali) redatta quasi tre anni dopo, l’evoluzione del cui lavoro ebbe modi di verificare recandosi ancora nel suo studio. Nei due scritti (differiscono soltanto per ripetizione e per la citazione dei personaggi che avevano apprezzato il lavoro del giovane pittore) si apprezzano le pitture murali con soggetti sacri e, soprattutto, si evidenzia come “La natura, tutte le cose create, sono viste da Raffaele Tarpani con spirito puro, scevro da complicazioni letterarie o filosofiche” e si preconizza che “Se questo giovane artista saprà conservare intatta la sua purezza di visione e di espressione e seguiterà a scavare in sé e fuori di sé, restando nella semplicità e purezza di visione con le quali il mondo, riuscirà a restare se stesso nella purezza della sua visione e personale espressione”. Poche frasi, ma significative, da parte di un grande artista, solitamente avaro di esternazioni su giovani e meno giovani pittori, mirate a sottolineare l’importanza dell’autonomia dell’artista e a elogiare la semplicità espressiva.

A distanza di quasi trent’anni, la verifica è complessa, ma si può affermare che Trapani ha mantenuto la sua autonomia, anche nell’ultima stagione nella quale, come vedremo più avanti, ritorna quella visone del paesaggio che proprio nel linguaggio aeropittorico dottorino trova fondamento.

Qualche scantonamento è rinvenibile nelle deviazioni pittoresche e nei leziosismi figurativi e ammiccanti che riemergono qua e là nella sua produzione. Quanto alla purezza della semplicità, è proprio nell’ultimo ciclo neo aeropittorico che troviamo conferma, mentre veniva in qualche modo sconfessata dalle sperimentazioni astratto-materiche, dalla figurazione ruffiana dei nudi o dalle fioriture gratuite in paesaggi improbabili. Situazioni indotte dalla ristrettezza dell’ambiente, da frequentazioni non stimolanti e da un mercato povero di contenuto estetici.

Convincono ancora, invece, il senso e lo spirito della immensità del paesaggio che l’artista vuole catturare nella sintesi compositiva, più che in quella cromatica. Quella sintesi, accompagnata da tentativi di compenetrazione, che nelle prime esperienze giovanili interessava anche le architetture urbane con un buon senso del ritmo cromatico. Uno spazio immenso da catturare, astrarre dal tempo e virtualizzare. Un trionfo di architetture dal,quale cogliere l’essenza delle line ordinatrici. Un complesso espressivo non mutuato dalla lezione aeropittorica del maestro perugino suo mentore, ma da uno spontaneo desiderio di misurarsi con la profondità degli spazi, l’importanza delle stratificazioni materiali attraverso lo strumento della pittura.

Valenze che nel corso della sua esperienza sono state annotate non soltanto da Gerardo Dottori, ma dalla penna di un acuto ed esigente critico qual era Virgilio Coletti e negli ultimi anni soprattutto da Giovanni Zavarella, la cui analisi risulta sempre molto efficace.

Ma dopo aver annotato le costanti qualità e, forse troppo severamente alcune incoerenze, è utile, proprio per tentare un approfondimento e, dunque, motivare soprattutto il senso delle ultime visioni neo aeropittoriche, snodare il filo rosso di coerenza che percorre i quasi trent’anni di lavoro di Tarpani.

Degli esordi è emblematica Sintesi di Perugia del 1968, con un’accentuata sintesi compositiva (la stessa ch attirò l’attenzione di Dottori) e un notevole ritmo segnico-cromatico: una rappresentazione moderna di architetture segnate dal tempo.

In Convergenza del 1969, compare un’esasperata visione dall’alto di un paesaggio geometrizzato, ma caldo nelle cromie, sul quale si adagiano tre semicerchi concentrici dicase dalla tavolozza accesa, con forte senso generale dello spazio. Tarpani è più vicino al linguaggio dottorino. Ma è in dipinti come Paese degradante del 1969 e Paesaggio umbro del 1971 che l’artista manifesta una notevole autonomia descrittiva e cromatica, più densa di ritmi geometrici, sempre nell’ambito di un discorso di visione dall’alto del paesaggio. In opere successive l’ambiente acquisisce ampi contenuti di lirismo e conosce arricchimenti – a volte appesantimenti – cromatici, lasciando al solo senso dello spazio indefinito una visione totale dell’insieme.

Nel 1986, quasi a volersi liberare dall’ipoteca dottoriana, Tarpani dipinge a tempera su carta un Omaggio a Dottori che, in realtà, è una sorta di dichiarazione: in basso cita un brano di una tipica aeropittura con lago di Dottori, mentre nella parte superiore, scandita da un taglio di luce che congiunge due gruppi di case, realizza una visone dall’alto esasperata, quasi satellitare in cui la geometrizzazione di ogni elemento e la scala cromatica degli azzurri e dei blu indicano una evidente evoluzione del linguaggio dottorino. Analogo discorso, ancor più accentuato come ottica, lo si rinviene in una piccola tavola recente, Evoluzione planimetrica del 1996 dove è dipinta con eleganza cromatica una sorta di aerofotogrammetria. Un linguaggio quest’ultimo ricorrente nel passato recente che si rivela come una prospettiva di visione satellitare, di quasi annullamento del paesaggio e appiattimento prospettico, dunque un’evoluzione-dissoluzione del discorso aeropittorico in senso metaterrestre. Anche in sperimentazioni informali meno recenti, l’artista mantiene il linguaggio dinamico di una visione da un punto di vista molto elevato, come nel caso di Volare con fantasia del 1993.

Le ultime opere, poco meno di dieci tele dal 1996 in poi mantengono invece una nuova riflessione sulla visione del paesaggio da prospettive aeree, dove tornano le architetture povere di paesi di sapore umbro: quelli cari a Dottori con i tetti rosso-marroni, come nel caso di Paese arroccato del 1996 e Antico campanile del 1997. Maggiore autonomia l’artista conserva nella descrizione geometrizzante del terreno agrario e dei cieli con cromie molto autonome, evidenti già in Finestra sulla vallata del 1995.

In definitiva, una riscrittura totale del paesaggio dottorino, si direbbe, tacciabile di epigonismo, ma la ricerca-riflessione di Tarpani non si ferma al paesaggio rurale, poiché in Architetture moderne realizzato negli ultimi mesi, Tarpani compone una visione di tipo aeropittorico con ideali architetture moderne dalle ampie superficie vetrate o segnate da larghe fasce di cemento fra le quali esplode un paesaggio terso molto equilibrato nelle cromie.

C’è, dunque, una coerenza di fondo nel suo trentennale elogio di un paesaggio reso vivo dalla riscrittura non di citazione dei postulati dell’aeropittura dottoriane, con un linguaggio universale di dinamismo della natura che trascende la temporalità del futurismo entro il quale venne originariamente elaborato, per diventare, appunto, significativa espressività artistica oltre il moderno e il post-moderno.

Perugia, febbraio 2013

Raffaele Tarpani: Voli d’intersecazione

Scende la notte e nuovi impulsi contaminano l’artista costringendolo a fresche fusioni d’immagini che la fantasia genera, contaminata dalla musa del luogo e dall’inesauribile mistero che rende la regione umbra persistenza dello spirito animato da fervida fede. L’artista, che spesso dona riposo al corpo alla luce del giorno, non può non trovare nel buio della notte la forza rigenerante che dà potere all’ingegno di produrre nuove opere. Creatore di forme spesso evanescenti, amante del colore, del vigore del segno e del ritmo, a volte persistente, a volte cadenzato, non si lascia sfuggire il lieve e finale tocco che per lunga data segna l’opera della cifra indelebile dell’oro, ottenebrato a volte da pensieri sfuggenti, altre volte da raggiante luce come una giornata di sole.

Indora tutto, ma non permette il sopravvento, poiché la notte, seppure illuminata dalla fantasia, chiede rispetto ai suoi colori radenti e al fluire di nuove emozioni. Tarpani si abbandona al gioco e si lascia guidare dall’oscurità nella consapevolezza che il passato non si può ottenebrare ma, semmai, rinvigorirsi e mantenersi come struttura portante di preferenze dovute agli impulsi della musa di sempre.

Il bianco e nero non è sintomo di sintesi per un orizzonte che ogni giorno si fa vicino, ma scelta per un effetto di contrasto che meglio rende partecipi dei rapporti che la notte offre come note incontestate; bianco e nero non come opposizione tra il giorno e la notte, non come conflitto tra catarsi e turbamento o tra bene e male, ma semplicemente come punti di fuga ove il pensiero volge le ali. Orizzonti estremi di puro gioco fantasioso a cui si aggiungono, appunto, le note di iridescenti colori dello “spettro invisibile”. Ma se la scienza ha a sua disposizione sofisticati congegni meccanici per mettere allo scoperto il ritmo di tali toni, l’artista ha il dono della percezione “occulta” e la sensibilità di creare un mondo che non ha bisogno di tortuosi automatismi. E lo spettatore che si trova l’opera davanti non trova necessario neppure lo schermo verbale d’elaborate riflessioni, poiché lo spirito che ha permesso la realizzazione è lo stesso che lo guida a percepire nella moltitudine dei segni il messaggio che l’artista ha inteso fornire strappando al verbo la forza e pietrificando nella materia lo spirito.

Nulla, perciò, del passato è andato perduto, e il nuovo che emerge, a partire da I giorni della merla per arrivare a Voli, 2013, è conseguenza del percorso che ha segnato l’artista. La storia delle arti è ricca di manifesti poetici con i quali s’intende porre sotto la cenere il “vecchio” a favore del “nuovo”, e non è solo della poetica futurista o surrealista, ma anche l’Informale e la stessa Arte Concettuale non sono che una perifrasi, ovvero un giro di parole che tende a fare del passato un qualcosa di “finito”. Per Tarpani, invece, si rinnova, o meglio, si rigenera – e non dalle sue ceneri – la virtù di mantenere in essere la conoscenza, la saggezza che muove verso il supremo intelletto.

Opere come Intersecazione e La mia terra, del 2013, non possono costituire se non un rinnovamento artistico e culturale; l’esperienza di una sensibilità modellata dall’intemperie della vita, ma anche dalla necessità dell’anima di nutrirsi delle passioni. Non perciò, un concettualista, né un mistico della natura, ma un creatore che a sua immagine mette mano all’opera nella consapevolezza di determinare un’osmosi tra principio creativo e necessità esistenziale. Ciò che “informa” dell’azione riportata sul supporto come bisogno d’esternazione, è la forza inesauribile della forma come immagine di un linguaggio interiore, e il colore, quale specchio di uno spirito in continua estensione. Linguaggio interiore e specchio dello spirito non sono in contrapposizione, ma la risultante di un’aspirazione che la mistica d’ogni tempo attribuisce all’uomo come essere formato di “terra” e di “spirito”. Sono queste parti ad emergere fortemente come punti nodali della ricerca pittorica di Raffaele Tarpani: di terra, perché connaturati allo stesso bisogno che fa della natura un terreno di ricerca esistenziale e di necessità liberative; dello spirito perché fonte d’aspirazione immateriale e perciò aggancio al divino a cui si sente vicino. A questi due punti l’artista affida l’azione dell’opera, la quale costituisce una forma di testimonianza dei bisogni prioritari dell’uomo. Ma è anche una ricerca estetica, in cui la forma non è semplice spazio di riempimento, ma emanazione della corretta nozione etica del bello.

L’opera, come si è accennato, è tuttavia costruzione di segni che liberamente modellano lo spazio e da cui si genera il movimento, che fa del soggetto la rappresentazione dinamica della vita. Gli impulsi, che di questa esistenza sono rappresentati, sono gli stessi percepiti come “modelli” di sensibilizzazione delle diverse dinamiche che fanno dell’uomo, come dell’opera d’arte, un compendio d’agitazioni. La scelta non si distacca dalla poetica futurista, che ha caratterizzato Tarpani sin dalle prime esperienze, solo che in questo periodo di maturità fisica e culturale insieme si fa più selettiva. La linea, infatti, non si abbandona nello spazio a determinare vortici o percorsi indefiniti, ma si riduce ad estensione di dinamica flessione, a piccola struttura portante che, insieme con le altre, racchiude e frena il moto rendendolo suggestivo e particolarmente accattivante. Bloccata in piccoli spazi delimitati da barriere limitrofi di altrettanti blocchi spaziali, la linea offre all’occhio la possibilità di muoversi piacevolmente attorno ai punti nodali e di accogliere la somma dei caratteri visivi che la stessa genera. Allontanandosi dall’opera, l’insieme torna ad inondarsi della magia che è propria del soggetto e dell’azione che lo spirito impone nelle sue variegate espressioni. E’ il bello che porta Tarpani a porre fine all’azione e ad impegnarsi nella rinnovata lotta che vede nel bianco un campo di forze incontrastate.

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Eugenio GIANNÌ

Perugia, maggio 2012

I giorni della merla

Il Paesaggio, la Figura umana, i Cieli, ed infine I giorni della merla, sono i cicli all’interno dei quali si snoda l’attività operativa di Tarpani e rappresentano, nel contempo, delle oasi dove permettere allo spirito di temprarsi e riprendere il viaggio della vita, ove ad avere il dominio è il bisogno di porre allo scoperto le infinite necessità che la creazione pone come caratteristica peculiare del bene assoluto: il bello, vale a dire quella parte di estetica che trova confine nell’etica e nell’arte. Tuttavia l’oasi in cui attualmente Tarpani si trova, e non sappiamo se per lunga durata, offre la possibilità di una riflessione sul senso di tale momento.

Sono trascorsi cinquanta anni dalla sua prima apparizione artistica ed oggi l’artista si trova a “riassumere” le impetuose temperie della vita non con prolisse forme, che spesso inducono a contorte letture, ma adunandole a semplici indicazioni sensoriali da cui “astrarre” le ragioni dell’arte. Tarpani lo fa, e in piena maturità, con I giorni della merla: un particolare periodo dell’anno dove il freddo impone un impoverimento dei movimenti a vantaggio di un incisivo e raccolto stato di riflessione. La stesura tipologica del primo quadro, da cui discendono i successivi, è sintomatica della trasformazione dello spazio in semplici macchie dalle ridotte tonalità che dal nero (della merla) si distendono verso il bianco della tela. Non è importante come vi giunge, ma lo spirito che da questa distesa spaziale si eleva ed avvolge: solo pochi segni, da cui si rilevano infiniti punti di riferimento che l’osservatore rinviene autonomamente. Si potrebbe sostare all’infinito, perché quello che lo sguardo raccoglie è sempre diverso, mutevole e funzionale alla precarietà dell’essere umano. Tarpani non va oltre, consapevole di aver fornito i punti cardini per una penetrante lettura di osservazione. Se, tuttavia, I giorni della merla rappresentano per l’artista una sosta temporale, e dunque storica, non così, invece, per l’osservatore, il quale è libero di decidere se andare avanti e quali percorsi intraprendere. I vari movimenti che marcano il tracciato, e che si sostanziano di continui rafforzamenti, sino a far emergere note cromatiche tenute nascoste, sembrano spingere al riannodarsi del filo conduttore dell’intero processo artistico. Ma questo non è detto, né è dato prevedere quanto Tarpani ha in mente; certo è che I giorni della merla restano una perla preziosa da non “svendere” per un ritroso percorso che potrebbe non fornire un’adeguata azione energetica.

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Eugenio GIANNÌ

Perugia gennaio 2012

Raffaele Tarpani: Cinquat’anni tra variabili cromie e isolamento dello spirito

Immergersi nel mondo dell’arte di Tarpani e districarsi tra le pieghe della cultura che lo ha portato a coniugare la vita fisica e psichica con l’arte, la sua natura contemplativa – quale musa del luogo – e il bisogno di “creare” un mondo rispondente alle aspettazioni di uno spirito in continua agitazione, non è facile. Una delle ragioni risiede nella difficoltà, da parte della critica, di individuare una specifica posizione all’interno della cultura artistica “ufficiale” del secondo Novecento, ovvero quale delle poetiche messe in atto dagli artisti che hanno tempestato il secolo o tra i gruppi di corrente che hanno determinato i percorsi salienti e contrassegnato la storia dell’arte contemporanea è a lui connaturale. Non regge neppure il confronto con l’avanguardia italiana del secolo quale il Futurismo, poiché se è vero che Tarpani ha in parte aspirato il conseguimento di una rivoluzione culturale in campo artistico nei modi indicati dai futuristi, nella realtà non è rimasto che un semplice punto di partenza mai consolidato ed in fondo mai preso seriamente in considerazione. Certo, l’inizio, come per ogni artista, è sempre quello prospettato dalla cultura del momento, e Tarpani non poteva non cogliere la lezione dei futuristi dopo quelle del critico Nello Ponente all’Accademia di Belle Arti di Perugia, né impedire di assimilare, seppure in parte, alcuni larvali impulsi di artisti che nel futurismo hanno trovato le ragioni della loro poetica. Ma quello che nella realtà l’artista realizza, come conferma guardando a volo d’uccello l’intero percorso, non presenta nulla (e se si rinviene qualche accenno è letteralmente insignificante) dei sistemi dottrinali che hanno pervaso l’intero secolo. Il motivo non risiede solo nel fatto che Tarpani ha sempre insistito a perseguire i propri impulsi creativi ed una cultura fatta più di conoscenze dirette che di riporti “storici”, ma anche nella schietta volontà di non consolidarsi nell’affannosa ricerca modale che ha contraddistinto la cultura del Novecento, dall’Informale alla Pop Art, dall’Espressionismo astratto alla Video Art, la quale poteva rappresentare una perdita d’identità, un venir meno alla propria struttura mentale più che un vero e proprio sviluppo artistico. Delle diatribe che difatti hanno costellato il panorama culturale del Novecento, in particolare del secondo Novecento, nulla è attinente all’interesse dell’artista. Eppure non è vissuto in isolamento, ma ha scelto di non uniformarsi ad alcuna poetica di parte perché potesse perseguire gli ideali che da giovane lo hanno indotto ad intraprendere la strada dell’arte; lo stesso influsso dottoriano, come molti hanno cercato di motivare, resta semplicemente un ascendente non interiorizzato ma superficialmente assimilato per la presenza e la stima che Dottori ha espresso nei suoi riguardi. E’ vero, ed è innegabile, che alcuni spunti sono rinvenibili in alcune sue prime opere, ma, come conferma lo stesso Tarpani, sono dovuti più ad una spinta emotiva determinata dal giudizio di alcuni critici che non da una vera e propria adesione alla cultura di Dottori. Fermo restando che, vivendo nella stessa Umbria ed inebriandosi della spiritualità dello stesso paesaggio che aveva mosso Dottori, Tarpani non poteva che manifestare alcuni aspetti riconducibili al maestro, quali, ad esempio, alcuni atteggiamenti di “geometrizzazione” delle forme e la loro distribuzione nello spazio, l’uso del verde della natura e l’azzurro del cielo: verde e azzurro tipicamente umbri, piuttosto densi ed “ombrosi”, ben presto invasi dal giallo dell’oro. Del resto Tarpani non ha fatto che seguire le proprie inclinazioni, ovvero trasferire sul piano del visibile le percezioni interiori al di fuori d’ogni effetto di concordia; merita rilevare, infatti, che, al di là dell’esclusivismo pittorico, è l’artista che riesce a motivare anche personaggi che perseguono sentieri differenti. E’ suo merito la formazione, nel 1996, del Gruppo “éART”, che annovera l’adesione di molti artisti professionisti e simpatizzanti provenienti da tutta Italia.

La caratteristica del gruppo – sostiene il fondatore – è quella di essere un’Associazione spontanea, i cui componenti hanno in comune l’unica passione per l’arte, e con questo spirito contribuiscono da anni a promuovere molte iniziative per far conoscere il loro operato e condividerne i risultati.

La mostra realizzata a Bettona nel 2003 è significativa per la qualità dei partecipanti, ma anche la testimonianza (come tutte le manifestazioni collettive) di un momento in cui si rinnovano i rapporti, si rafforzano i valori e si elabora la storia.

L’atteggiamento esclusivista di Tarpani, elevato a muro di separazione, è un’altra delle molteplici ragioni del suo allontanamento dai dibattiti culturali: n’è conferma il rifiuto di visitare mostre, anche a livello nazionale, rimosso solo negli ultimi tempi. Quanto Tarpani offre al mondo è perciò qualcosa di personale, di riservato, non collocabile all’interno dei consueti “movimenti” di cui ha conoscenza la storia contemporanea. Una sua valutazione è possibile, difatti, solo se si abbandona lo schema mentale dei canoni novecenteschi e si accettano le sporadiche confessioni dell’artista. E non sono molte, a dire il vero, poiché risulta difficile una comparazione per determinare, eventualmente, il grado di comunicabilità della sua arte, proprio perché il presupposto di “éART”, e dunque del suo fondatore, era e resta “la ricerca di una soluzione migliore per comunicare agli altri i propri sentimenti”.

Fermo restando che la ragione dell’arte di Tarpani (e dell’arte in generale) è la creazione di una forma di comunicazione che meglio delle altre possa informare l’osservatore, resta da capire cosa l’artista intende veicolare. Il messaggio a questo punto è importante, perché non basta ricercare un mezzo comunicativo più efficiente per dare valore al messaggio. La capacità di lettura dell’opera di Tarpani si è certamente ampliata, considerato che l’utilizzo di forme offerte dalla natura permane ancora oggi il sistema più facilmente accessibile. E nel caso di Tarpani non si tratta del semplice ricorso alla figurazione, anche se è implicita nella scelta del linguaggio, ma di immagini che pur muovendosi nell’ambito dell’astrazione, ovvero del mettere “fuori”, e quindi “da parte”, conservano le sembianze originali e costituiscono il repertorio della nostra memoria. Tutte le volte che infatti percepiamo una forma corrispondente a quella immagazzinata, la risposta non può che essere facilitata e il messaggio inequivocabile.

La scelta di tale repertorio semantico è sicuramente preferibile perché permette una minore dispersione, tant’è che l’opera di Tarpani affascina non solo quanti hanno familiarità con il linguaggio dell’arte ma anche quanti ne hanno solo sentito parlare: in entrambi i casi, il messaggio è recepito, seppure in forma differente, almeno per ciò che riguarda i contenuti. Tarpani è consapevole del gioco; difatti la scelta del linguaggio con il quale intesse il contenuto del suo messaggio gli permette di comunicare con un maggior numero di osservatori, cosa che non accade nel caso di un’opera formulata per semplice “astrazione”. L’artista non solo n’è consapevole per conoscenza ma anche per esperienza. I primissimi lavori ruotano attorno ad una ricerca formale la cui materia è sì il colore, ma anche la plastica, i sacchi di iuta, il legno, ecc. (nulla, in ogni modo, da vedere con la ricerca di Burri). L’aver spaziato all’interno degli effetti materici proposti dalla natura (Costruzione materie povere, 1990; Delirio, 1991) gli ha consentito di muoversi successivamente richiamando questa stessa materia attraverso l’impasto cromatico; da qui il suo ineguagliabile mondo, costituito da effetti di insuperabili cromie, ma da qui anche la brevità del passaggio verso i campi di girasoli, i paesaggi architettonici, i cieli, ecc.

Al di là, tuttavia, della diversa tipologia dei soggetti, c’è qualcosa che accomuna l’intero repertorio, vale a dire la spiritualità: quando si percorrono con lo sguardo le opere e si cerca di penetrare in profondità, raccogliendo gli indizi che configurano i diversi particolari e la struttura d’insieme, un velo sembra abbracciare il componimento; un velo che è di poesia e di misticismo, ma anche di uno strano connubio tra sentimento religioso e trasgressione. A rivedere la vita dell’artista, che è quella che alla fine si proietta nell’opera, ci si accorge che al di là dei diversi periodi che costellano l’intera produzione (Bozzi, ad esempio, ha parlato di periodo “rosa”, ma si potrebbe parlare anche di periodo “blu”, considerato che non solo il rosa ma anche il blu assume il predominio assoluto in alcuni momenti creativi), troviamo una forma di sensualità intrisa di misticismo nel cosiddetto periodo “rosa”, dove a dominare la scena è la figura femminile, che presto si spegne per un atto di purificazione che la scelta successiva del paesaggio “umbro” e delle architetture che invadono in vari modi lo stesso paesaggio impone. Una scelta che non si spegne anche quando ci si trova davanti alle ultime opere o davanti a quelle in cui il soggetto è il cielo, ma che velano rapporti quasi esoterici con la luna o il sole (una interpretazione piuttosto sciolta da parte degli osservatori, che sono lasciati liberi di immaginare qualsiasi cosa, ma che per l’artista hanno spesso una funzione “astrale”, se si vuole mistica ed esoterica insieme). Resta il fatto che questa particolare attività creativa permette all’artista di estrarre dal proprio bagaglio di vita quelle esperienze tenute nascoste nei lunghi periodi in cui il dato “fisico”, più che spirituale, ha avuto la meglio. Le contraddizioni sono, appunto, le interferenze che si notano quando si passa da una produzione all’altra e sia nell’una che nell’altra si tendono a velare gli impulsi interiori per un accanimento di quelle esteriori. Il periodo “rosa” n’è un esempio. Quello perciò che si può definire periodo “blu”, nella realtà altro non è che un riconnettere le fila con tutti quei passaggi in cui la nota dominante è la immaterialità che sovrasta il soggetto (paesaggi naturali e artificiali), quali quelli in cui vi è la mano dell’uomo ad emergere, come le strutture architettoniche che si elevano verso l’alto a testimoniare una tendenza verso l’incorporeo. E’ ovvio che in questo caso non parliamo dello spirituale dell’arte che ha interessato, ad esempio, la pittura di Kandinsky, ma di quel sentimento contemplativo che appartiene in particolare all’artista umbro, il quale si sente dominato da un sentimento arcano e che aleggia in tutta la regione. Tarpani, tiene a precisare, è un artista perugino che, vivendo in una zona quale quella di Ospedalicchio-Bastia, deve fare i conti con la vicina Assisi. Può sembrare una banalità, ma non lo è se si considera che il velo di misticismo proviene proprio da suoi continui spostamenti nelle “terre sante” dell’Umbria. Dunque, l’artista ha respirato e continua a respirare un sentimento caro a molti fedeli, anche se poi nell’opera questi sentimenti sono “interpretati” in chiave personale, ovvero secondo la propria esperienza. E quella di Tarpani è sicuramente ambigua, perché non sempre quello che genera per forza creativa manifesta connotati astratti. Certo è che l’artista crea a sua immagine e somiglianza, dunque non è strana questa dualità; anzi, in molti casi risulta più veritiera di tante spiritualità invasive e poche profonde. L’arte, quella che si nutre delle esperienze vitali che caratterizzano l’uomo-artista, è in ogni modo da prediligere, poiché in fondo si pone come specchio della nostra stessa esistenza, e nell’opera di Tarpani ritroviamo in parte il riflesso di noi stessi. Il piacere, il godimento che rinveniamo, dipende proprio da questa identificazione con lo spirito dell’artista; ed è come se l’artista, appunto, guardasse il nostro intimo e mettesse allo scoperto le nostre contraddizioni o il piacere di fronte alla natura e all’opera dell’uomo: la ricchezza, di cui ci fa partecipi Tarpani, deriva proprio da questa fonte inesauribile che è la proiezione del nostro IO, da quel mondo sotterraneo che emerge ogni volta che l’artista individua nella natura un particolare che risponde all’universale. L’arte di Tarpani, al di là di tutto quello che si vuole rilevare, è un’immagine non sbiadita ma piuttosto nitida della sua, ma anche della nostra esistenza, che contiene del bene e del male quale risultante di una condizione umana che si nutre di materia e di spirito.

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“Ma l’immagine è anche il luogo della memoria (Memoria umbra, 2009), il significante di un accaduto che ha segnato l’evolversi del processo naturale all’interno del quale si è vissuta un’azione che ha lasciato il segno, sia come contenitore di gioia, sia di un dolore, di un tormento o di una malinconia (Meravigliosa creatura, 2009). L’immagine, col suo forte potere di risvegliare il ricordo e di ripercorrere all’indietro il tempo, diventa così il luogo dove trovare piacere, dove soddisfare in una certa misura la penuria e superarla mediante il rinnovamento dello spirito. Ecco, a partire da tale considerazione – senza bisogno di fare della pura filosofia -, l’opera di Tarpani assume allo stesso tempo il significato sia di conservazione, sia di ricerca, che di accoglienza del contemporaneo come inevitabile sviluppo del processo creativo (Dolci colline, 2009).

Il fatto di individuare in questo “luogo della memoria” le ragioni di alcune scelte formali – il paesaggio umbro con il suo lago, le sue colline e le sue ineguagliabili tonalità cromatiche di verde e di blu – (Nel bosco, 2009); il fatto di giocare con alcune strutture geometriche, offrendone una visione quasi estatica attraverso il sezionamento delle forme per intervento diretto della luce; il fatto di individuare all’interno dell’opera l’immagine, che è quella del paesaggio con le sue diverse declinazioni visive, passaggi termici e caratteristiche concettuali, rende tale luogo il “luogo di tutti”. Anche l’osservatore trova consono tale processo, direi di suo gradimento, perché è in questo panorama immaginifico che si consuma e si ritrova (Rosa… blu, 2008).

Abbiamo detto “luogo della memoria”, è vero, ma l’opera di Tarpani è anche il luogo della consumazione e del cambiamento; il luogo che ha registrato le intemperanze come le armonie di uno spirito che tende a perfezionarsi, a cristallizzare le passioni che maggiormente lo hanno segnato (Racconto, 2006); ecco la ragione di molte trasformazioni che hanno fatto del campo spaziale un luogo di battaglie: battaglie di un passato che vorrebbe costituirsi come un punto fermo nel tempo e battaglie dello spirito che vorrebbe rinnovarsi apportando, ovviamente, del cambiamento. E tali cambiamenti risultano ben registrati, soprattutto quando si confrontano le prime opere con quelle attuali: la semplicità compositiva delle prime, col suo ridotto numero di passaggi tonali, è mirabilmente superata nelle ultime, dove a regnare è un’immagine piuttosto complessa e variegata, dove il colore non ha solo lo scopo di rappresentare la natura e offrirsi come metafora di un universo “altro” – simbolo di una “religiosità” posta a fondamento dell’uomo -, ma anche di recuperare una spiritualità rifratta, asse di coniugazione tra contingente ed eterno (Trinità, 2005). La presenza dell’oro, sempre attuale nell’opera di Tarpani, costituisce l’essenziale necessità di superamento dell’essere. E’ la materia non soggetta al tempo, quella che meglio di altre offre la possibilità di porre l’assoluto, inestinguibile sia dal punto di vista fisico che religioso. L’artista ne fa un simbolo della vita; anzi, la sua rinascita, il suo superamento, che è superamento dell’immagine, ma anche di quanto è segnato dalla finitudine”.

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Eugenio GIANNI’

Perugia, marzo 2011

Raffaele Tarpani e del religioso nell’arte

Condurre “ad immagine” le forze nascoste del nostro inconscio, è il modo per dominarle. (E. G.)

Se la produzione di “immagini” è una condizione di necessità dell’artista per superare le penurie della vita e se l’immagine è il “luogo della memoria” o lo spazio entro cui si conserva la traccia del vissuto allora vuol dire che è anche il luogo del religioso, ovvero di quella esperienza che segna indelebilmente la persona e ne fa un uomo consapevole delle passioni e delle capacità creative. Tarpani non ha semplicemente registrato le sue emozioni o le intemperanze dello spirito che lo agitano, ma è riuscito a rendere manifeste quelle forze nascoste attraverso l’architettura euritmica che la forma e il colore insieme realizzano. I suoi Cieli – splendido ciclo ancora in fieri – figurano, è vero, la trasposizione “geografica” della dinamica delle acque che rendono fertile la terra, ma descrivono in particolare il senso del divino il cui effluvio copre l’universo e la cui forza riveste di religiosità l’azione dell’uomo che, seppur inconsapevolmente, si muove nei modi del Creatore. Creato “ad immagine”, l’artista Tarpani coglie nei colori sì la molteplicità delle sue variazioni tonali, ma anche il suo potere simbolico di registrare eventi diversamente indescrivibili. Il blu delle acque o del cielo (e dunque del terreno e del celeste) e l’oro che si nasconde fra le sue pieghe, sono significanti di un sentimento spirituale, di quel divino che giace nell’uomo e del quale ci si avvede solo quando le intemperie sovrastano l’essere. E poiché è sempre il cielo ad avere un dominio di forza sull’uomo, esso è colto come sede del divino e sua costante presenza. la cui dominante cromatica è semplicemente il segno di Se stesso.

Potrebbe apparire tale consapevolezza la conseguenza di una maturità che gli anni hanno reso accessibile grazie ai diversi processi che si sono determinati nella vita dell’artista. Solo che se si va a guardare con attenzione il passato, già negli anni Ottanta si potevano individuare segnali che dichiaravano di una sua larvale presenza e che hanno trovato nella configurazione del “cerchio” – interpretato di volta in volta come luna o elemento spirituale – la loro ragion d’essere. Il fatto di scegliere il cerchio piuttosto che il triangolo, come nel caso di molta arte medioevale, e a cui è connesso l’idea della staticità, è conseguenza di un bisogno che individui nel movimento il coinvolgimento del tempo e dello spazio: è questa struttura, questa forza in continua innovazione, che rende l’immagine fortemente emotiva e carica di tensione; perciò, una costante nell’arte di Tarpani, che nelle ultime opere assume una valenza più gravida. Se si considera, difatti, il suo nascondimento tra le pieghe delle nuvole e la sua incognita presenza rivelata dalle vibrazioni che l’oro emana tra i riflessi del blu, del rosa e dell’arancio, quel sentimento, che abbiamo definito “religioso”, esplode come un inno al creato. Allora le battaglie interiori e lo stesso pensiero di “nullità” dell’essere, si trasformano in forze di partecipazione al bello del creato, in superamento delle insufficienze. Tanto più è percepibile se si ha in mente l’intero complesso dell’operato di Tarpani, poiché in esso l’artista non ha fatto che raccontarsi, tracciare le tappe della vita, farne un libro visivo, atto ad offrire all’osservatore i traumi come le gioie ineffabili della natura, in particolare del paesaggio umbro, anche questo pervaso da un diafano sentimento religioso. Cieli, perciò, non tersi e piatti, ma permeati da infinitesimali movimenti simili a quelli che lo spirito alterna nella vita dell’uomo; un’architettura che, allontanandosi dal ruotare attorno all’uomo, si pone a definire i rapporti impercettibili di una “figura” celeste e precisare i contorni dell’entusiasmante viaggio. L’emozione che si specifica è così estesa da permettere all’osservatore di coglierne solo una parte.

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Eugenio GIANNÌ

Perugia, luglio 2010

L’opera di Tarpani come luogo della memoria

Nel perlustrare il repertorio pittorico di Raffaele Tarpani non è difficile individuare quella particolare particella spirituale che permette di mettere allo scoperto le ragioni che fanno della creazione artistica il mezzo per “produrre immagini”, il canale per soddisfare un bisogno e il tentativo di superare le penurie della vita. Ma non solo, nel soffermarsi sull’opera, come ad indagare le profondità di un romanzo, il lettore è coinvolto e trascinato nel vortice della produzione sino a farsi compartecipe della necessità di superare il temporale, di sconfiggere la successione degli istanti e dunque il divenire dell’essere, bloccandolo e asserragliandolo nella diversità dell’immagine. Una modalità procedurale sicuramente più consona al superamento della morte, vale a dire a quell’assenza che non è solo fisica ma psichica e spirituale insieme.

Ma l’immagine è anche il luogo della memoria (Memorie umbre, 2009), il significante di un accaduto che ha segnato l’evolversi del processo naturale all’interno del quale si è vissuta un’azione che ha lasciato il segno, sia come contenitore di gioia, sia di un dolore, di un tormento o di una malinconia (Meravigliosa creatura, 2009). L’immagine, col suo forte potere di risvegliare il ricordo e di ripercorrere all’indietro il tempo, diventa così il luogo dove trovare piacere, dove soddisfare in una certa misura la penuria e superarla mediante il rinnovamento dello spirito. Ecco, a partire da tale considerazione – senza bisogno di fare della pura filosofia -, l’opera di Tarpani assume allo stesso tempo il significato sia di conservazione, sia di ricerca, che di accoglienza del contemporaneo come inevitabile sviluppo del processo creativo (Dolci colline, 2009).

Il fatto di individuare in questo “luogo della memoria” le ragioni di alcune scelte formali – il paesaggio umbro con il suo lago, le sue colline e le sue ineguagliabili tonalità cromatiche di verde e di blu – (Nel bosco, 2009); il fatto di giocare con alcune strutture geometriche, offrendone una visione quasi estatica attraverso il sezionamento delle forme per intervento diretto della luce; il fatto di individuare all’interno dell’opera l’immagine, che è quella del paesaggio con le sue diverse declinazioni visive, passaggi termici e caratteristiche concettuali, rende tale luogo il “luogo di tutti”. Anche l’osservatore trova consono tale processo, direi di suo gradimento, perché è in questo panorama immaginifico che si consuma e si ritrova (Rosa… blu, 2008).

Abbiamo detto “luogo della memoria”, è vero, ma l’opera di Tarpani è anche il luogo della consumazione e del cambiamento; il luogo che ha registrato le intemperanze come le armonie di uno spirito che tende a perfezionarsi, a cristallizzare le passioni che maggiormente lo hanno segnato (Racconto, 2006); ecco la ragione di molte trasformazioni che hanno fatto del campo spaziale un luogo di battaglie: battaglie di un passato che vorrebbe costituirsi come un punto fermo nel tempo e battaglie dello spirito che vorrebbe rinnovarsi apportando, ovviamente, del cambiamento. E tali cambiamenti risultano ben registrati, soprattutto quando si confrontano le prime opere con quelle attuali: la semplicità compositiva delle prime, col suo ridotto numero di passaggi tonali, è mirabilmente superata nelle ultime, dove a regnare è un’immagine piuttosto complessa e variegata, dove il colore non ha solo lo scopo di rappresentare la natura e offrirsi come metafora di un universo “altro” – simbolo di una “religiosità” posta a fondamento dell’uomo -, ma anche di recuperare una spiritualità rifratta, asse di coniugazione tra contingente ed eterno (Trinità, 2005). La presenza dell’oro, sempre attuale nell’opera di Tarpani, costituisce l’essenziale necessità di superamento dell’essere. E’ la materia non soggetta al tempo, quella che meglio di altre offre la possibilità di porre l’assoluto, inestinguibile sia dal punto di vista fisico che religioso. L’artista ne fa un simbolo della vita; anzi, la sua rinascita, il suo superamento, che è superamento dell’immagine, ma anche di quanto è segnato dalla finitudine.

Un’ultima nota, all’interno di questa breve riflessione: l’opera di Tarpani è sintagma della sua vita. I segmenti, attraverso cui possono essere individuati i vari percorsi, costituiscono i punti di svolta del processo creativo. Ogni “tratta” di tale processo è la risultante di un nuovo indirizzo, ma anche il compendio di una serie di riflessioni dalle quali si possono desumere ineluttabili conseguenze. Tarpani, nel proiettare la propria vita all’interno dell’opera, si “racconta”, rende visibili i percorsi come le scelte; ed ogni volta che ricomincia da capo, eccolo alle prese con nuove modalità operative. L’artista, che registra sensibilmente le altalenanti manifestazioni dello spirito e le ferite inferte dai limiti a cui l’uomo è sottoposto, è in fondo lo specchio della nostra vita, come la sua opera la catalogazione delle nostre cadute e della nostra sublimazione. Finitudine e sublimazione sono, infatti, gli estremi di un movimento entro cui l’artista si muove e l’opera si rigenera.

1996

Caro Raffaele, quello che sto scrivendo lo immagino con te parlato. Credo di conoscerti sufficientemente per concedermi questa libertà, ti ringrazio. “Se non ci fossero gli artisti a sopravvivere alla grande bufera, se non ci fossero loro capaci di tesserli quei sogni nel loro cuore e nella loro fantasia riproporceli, noi ciò che fummo, di ciò che siamo, di ciò che volevamo essere, non sapremo più nulla”. Opere dalla misteriosa bellezza cercate per affioramenti di colori, strappi di figurazione, misteriosi equilibri: soprattutto questi ultimi, equilibri, bilicature, passaggi improvvisi di orizzonti e singolare disponibilità di tono, trasparente e aperto. Ogni fatto di una simile pittura, segni campiture smalti di colore rappresenta una indicazione “i segni” esprimono la volontà, la forza, l’idea; il calore la magia. Con una sensualità e pienezza di vivere, una lievità rispetto ai meriti e materiali che non ha molti confronti nell’arte italiana .

Tuo, Giampiero Giustini

Perugia – Febbraio 2013

Dopo le ultime mostre con le quali Raffaele Tarpani ha celebrato come, credo meglio non si potrebbe i suoi 50 anni di pittura e dopo che per molti anni ne ho seguito il percorso artistico, sempre accompagnandolo con relativi testi critici, ero addivenuto alla conclusione che difficilmente avrei potuto ancora scrivere su di lui, se non correndo il rischio di ripetere temi, concetti, sensazioni.

Ma Raffaele Tarpani non cessa mai di stupire e meravigliare e così, dopo quella che sembrava essere la sua ultima invenzione-innovazione artistica: i quadri dipinti con il vino sagrantino e l’utilizzo di toni e colori per lui, sino ad allora, desueti ed il successivo ritorno a quella che, semplificando, potremmo definire la sua poetica più classica e tradizionale, ancora una volta, è riuscito a creare qualcosa di nuovo, di diverso, di originale, di creativo non finendo, così, di stupirci e meravigliarci ed inducendoci, ancora una volta, ad analizzare la sua inesauribile e, comunque sempre coinvolgente, vena artistica e poetica.

Il tutto nasce dal suo incontro con dei pannelli di tela nera accatasti in disparte che un bel giorno decide di utilizzare come supporto per i suoi quadri; subito inizia, secondo una sua tecnica, a spalmarli con il bianco per creare nuove soluzioni figurative.

Ma quelle prime pennellate impressionano subito Tarpani il quale in esse, in quelle accensioni luminescenti e dalle particolari forme, che invitano l’occhio a cogliervi ora dei candidi uccelli un volo, ora un fraseggiare di linee, simboli e grafemi, ora un librarsi di candide anime verso l’oro di quell’occhio che in alto aspetta e ordina, vede una nuova, originale possibilità espressiva che subito tratteggia in alcune tele.

Tarpani, però, è un pittore che non vive senza il colore (tutti sappiamo infatti che il bianco e il nero non sono colori) e allora dopo questa sperimentazione, comincia ad inserire tra questi non colori ed in questo nuovo schema organizzativo e strutturale della tela il colore, ottenendo effetti e sensazioni di mirabile bellezza, di grande comunicativa e di intensa, profonda poesia, sino alla grande tela, vertice assoluto non solo di questa novella stagione ma, a mio modo di vedere, di tutti e 50 gli anni della sua attività artistica. Dal titolo “La mia terra”

E’ stata un’autentica emozione vedere questi lavori, cogliere nelle parole, nei gesti, nel brillare dello sguardo di Tarpani, l’annuncio di un qualcosa di veramente importante, bello e significativo che sembrava – ma è sicuramente così – risvegliare una passionalità, un amore, un’attenzione sopita e mai estinta che in questa nuova stagione riusciva a ritrovare tutto un mondo, tutta una spiritualità, tutta una poetica appannata, forse, dalla ripetitività del quotidiano, dall’usualità di una grande manualità, dalla monotonia del dipingere per vivere.

Ebbene a me pare che Raffaele Tarpani in questi ultimi lavori dove emerge e si nota pieno il lavoro, la ricerca, lo studio, l’applicazione e financo la disciplina, il tutto unito ad uno stupefacente uso del colore, della prospettiva, della carezzevole forza dei toni, dell’immaginifico impianto compositivo, sia riuscito a ritrovare la passionalità, il gusto, la gioia di dipingere – più e meglio che in altre stagioni – sia riuscito a recuperare una sana genuinità, una rinnovata voglia ed energia, quasi da neofita, che gli hanno permesso in assoluta libertà, scevro – come sempre – da condizionamenti di qualsiasi tipo, di presentarci lavori di rara efficacia, di struggente bellezza, di originale e sicura modernità dove emerge in toto il grande potere del colore, indipendentemente dal soggetto dipinto, che una volta di più ci fanno comprendere che la pittura, quando è a così alti livelli e di così elevata qualità, possiede una forza espressiva quanto la musica che è, almeno per chi scrive la massima delle arti, e che, non a caso, proprio come la pittura è linguaggio universale.

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Luciano LEPRI

Perugia – Febbraio 2013

RAFFAELE TARPANI (1)

L’arte, chécche se ne dica, o istintivamente si pensi, non è solo stupore ma riflessione e non deve per forza usare la tecnologia per definirsi contemporanea, si può tranquillamente essere contemporanei servendosi dei mezzi della tradizione, in quanto il mezzo non deve diventare il fine.

Non ci si può far sopraffare dalla moda che impone di utilizzare certi mezzi espressivi e basta, ritenendoli sufficienti a rappresentare la contemporaneità e, di contro, non si può eliminare il concetto di estetica e di bello, perché altrimenti chiunque stupisce, provoca, sbalordisce può definirsi un artista, e questo non è vero.

Artista e pittore, sincero e autentico, è invece Raffaele Tarpani che da 50 anni, sempre in maniera spontanea, genuina e schietta, senza seguire correnti, scuole, movimenti o mode, ha usato la pittura per qualcosa che non sia la pittura stessa ed i suoi riferimenti con il mondo delle emozioni, delle passioni, della bellezza.

Un pittore e un artista unicamente interessato a creare, con l’esclusivo uso dei tradizionali mezzi pittorici, quelle inaffabili sensazioni emotive, che ti prendono l’anima e ti stringono il cuore, che gli derivano da una attenta, partecipata e , come qualcuno ha rilevato, spirituale osservazione della natura in tutte quelle che sono le sue componenti, dalla terra al sole, dall’acqua ai cieli, dal trasmutare delle stagioni e dell’elemento donna, in un progredire che se agli inizi poteva apparire come acerbo e aspro, poi con il passare del tempo, il raffinarsi della tecnica, l’acquisizione di una più matura sensibilità, è divenuto sempre più convincente, penetrante e lirico.

E così in questi 50 anni si è assistito ad una progressiva e costante maturazione, non solo nella tecnica che, via via, si è fatta sempre più originale sino a rendere personale ed esclusivo il modo di guidare e orientare la sua poetica, ma soprattutto nella modulazione di atmosfere, ambientazioni, situazioni narrative e compositive, che sempre di più andavano componendosi e articolandosi nel vibrare dei colori, nell’accendersi dei toni, nel trascolorare dei pigmenti, sino a costruire percorsi orizzontali o verticali, qua approfondendo un’illusione spaziale, là sintetizzando superfici, cieli, distanze, universi.

Ecco allora che a secondo dei periodi e delle fasi creative che hanno segnato questi 50 anni di attività artistica, il lavoro di Tarpani appare tenero o violento, contemplativo o dinamico, dolce o energico, inquieto o sentimentale, perentorio o sognante, insomma una pittura ed una poetica fatta di contrasti, apparentemente inconciliabili, eppure capaci di coesistere in un linguaggio espressivo e comunicativo che diviene completo e totale proprio in queste sue differenze.

Un po’ sempre in sospeso tra una pittura che si potrebbe definire realista ed una – ma badate bene che è sempre la stessa – che si potrebbe definire astratta, ma comunque di un realismo o di un’astrazione tutte interiori, personali e profondamente emotive, in queste ultimissime stagioni egli è autore di una pittura che, nelle forme, nei colori, o non colori, nelle intonazioni e nelle vibrazioni, potremmo definire come la pittura del silenzio, della attenzione vigile al particolare, al tono, alla traccia, alla pennellata, dove l’intera composizione vive in un’atmosfera quasi rarefatta e però intensa, che, mi pare, serva , paradossalmente, ad instaurare con lo spettatore un dialogo ed una comunicazione ancora più intensi e sconvolgenti.

Insomma Raffaele Tarpani che usa il pennello e la tavolozza per la sola felicità del dipingere, del ricreare con il colore ciò che vede, che sente, che ama, ciò che è parte del suo essere uomo, con il suo vissuto intimo e quotidiano, dove prospettive e soluzioni visive, emotive e pittoriche si identificano, insomma, dicevamo, Raffaele Tarpani è un grande artista perché capace di distillare nelle sue opere l’essenza del suo essere, come accade ai veri poeti, in cui la passione non media mai con le ragioni dello stile, ma cambia e si trasforma solo in funzione dei sentimenti, delle emozioni, delle sensazioni che vengono evocate dal loro prepotente manifestarsi e dalla loro verità incombente e non cancellabile.

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Luciano LEPRI

Perugia marzo 2012

RAFFAELE TARPANI . LA NUOVA STAGIONE

Me lo sono trovato davanti all’improvviso, entrando nello studio-cucina-salotto di Raffaele Tarpani, quel quadro fatto di bianchi e di grigi (ottenuti dalla felice intuizione di usare quale colorante il vino Sagrantino) nato nei giorni freddi ed innevati di fine gennaio, tanto da “obbligarlo” a titolare l’opera “I giorni della merla”.

Ed è stata una folgorazione, un lampo che mi ha fatto capire come la voglia di sperimentare, la ricerca del nuovo, il desiderio di trovare nuove tecniche e nuove poetiche, non abbandoni mai questo autentico artista che malgrado i suoi 50 anni di pittura appena compiuti – o proprio in virtù di questi 50 anni – continua a trarre ispirazione da questi elementi che da sempre sono fonte di ispirazione; natura e paesaggio nelle loro più diverse e variegate declinazioni.

Ovviamente “I giorni della merla” ha aperto un nuovo filone creativo nella lunga storia artistica di Tarpani, un filone, che dopo qualche rapido aggiustamento è subito giunto a sintesi riuscendo a produrre quadri di sicura originalità e profonda bellezza, dove egli, abbandonati quasi tutti i colori sino ad oggi usati nei vari suoi momenti artistici, dimostra come l’arte non è il risultato di una conoscenza o la inevitabile conseguenza di un apprendistato, ma è, invece, sempre il fatale evento al quale la mano del pittore mutua amore e padronanza, ma soprattutto quella disponibilità a dare forma, materia e colore ad un pensiero, ad un sentimento, ad una emozione.

Infatti ispirazione e lavoro coincidono pienamente nella pittura del Nostro, sino ad amagalmarsi in una unica forza dinamica dove confluiscono, sino a divenire atto conclusivo, la soggettività della prima e l’oggettività del secondo.

Così facendo sensazioni ed emozioni, percezioni e pathos di un artista costantemente e sensibilmente attento allo spettacolo eterno, eppure sempre diverso, della natura, si compenetrano con gli strumenti ed i mezzi del linguaggio pittorico, sino a quando spirito e materia, attraverso una interconnessione sincera e penetrante, diventano un tutt’uno, una sola cosa, una unica espressione che è poi la pittura di Raffaele Tarpani, ancor più e meglio sottolineata da questi ultimissimi lavori.

Ultimissimi lavori che ci raccontano con grande lucidità – ma occorre di esserne capaci e di avere l’umiltà di accostarsi ad essi con animo sgombro da preconcetti e vanesie verità – di uno spazio infinito, di lontananze ancestrali, di paesaggi spirituali che, insieme, nascono dall’anima e dalla mente dell’artista.

A me pare che in questi ultimi eccellenti lavori, Tarpani cerchi nelle più intense, ma anche nelle più sottili, vibrazioni del tono e del colore risposte significative e certe, anche se non definitive, alla sua perenne ansia di conoscenza, di cambiamento, di ricerca del bello e del nuovo.

Qui la composita tavolozza di Tarpani, così ricca e viva di accensioni improvvise nel deflagrare dei blu, dei rossi, dei verdi, come nelle attente modulazioni degli ocra, dei bruni, dei rosa, si attenua, si stempera, effondendo perlati chiarori, candide morbidezze, bianchi dalle trasparenze verginali, grigi che sembrano vestirsi di malinconiche ombre.

Insomma questa ennesima “nuova stagione” di Raffaele Tarpani, forse più delle altre – ma sicuramente al pari di esse – risulta essere di forte impatto emotivo in una tessitura pittorica ricca e fortemente partecipata in termini di istintualità evocativa, profondamente ed intimamente connessa ad emozioni, pensieri e sensazioni del proprio vissuto.

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Luciano LEPRI

Perugia, gennaio 2012

RAFFAELE TARPANI : 50 ANNI DI PITTURA

Nel nostro mondo contemporaneo risulta sempre più difficile sfuggire alle mode e di queste mode quelle culturali ed artistiche risultano senza dubbio le più nefaste, proprio perché le più facilmente assimilabili.

In pittura ciò si traduce in una troppo diffusa retorica dell’avanguardia che movendo verso l’esaltazione di meri formalismi o di organizzate provocazioni, destrutturate ed inconsistenti, soprattutto da parte di certa critica – sponsorizzata e sorretta da potenti galleristi e mercanti che, chiosando Leonardo Sciascia, potremmo definire come i professionisti dell’avanguardia -, porta ad un certo disorientamento da parte del pubblico ed a un suo allontanamento.

Invece, come si vede da questa mostra con la quale Raffaele Tarpani celebra il suo giubileo con la pittura, egli ha speso, e continua a spendere, questi suoi lunghi anni di attività artistica alla ricerca continua, quasi assillante, dei termini più validi per una sua personalissima e sinceramente autentica poesia dell’immagine.

Si tratta di una poesia che si origina dalla sua terra natale, che cresce nello studio e nella elaborazione della nostra cultura classica per sostanziarsi di uno spessore genuinamente suggestivo, di un senso sospeso e aperto del racconto per immagini, di un narrare – con il colore, la forma, la materia – ora sognante, ora concreto, di sorta di vena che qua è più intima e assorta, la più trasgressiva e svagata.

In questi 50 anni è come se Tarpani avesse guardato con occhi affettuosi e riconoscenti a tutti i grandi maestri del passato, prossimo e recente, e, per il tramite della sua esperienza e della sua sensibilità, tutta al presente, ci parlasse sulla tela delle sue meditazioni, dei suoi sentimenti, delle sue passioni, delle sue angosce, del suo credere, del suo amare, in una parola del suo essere uomo e artista di oggi.

Quella di Tarpani, dunque, è una pittura piena di fascinazione lieve e tormentata, ma anche intensa e confortante e comunque mai letteraria o astratta, ma, di contro, sempre sostanziata alla, e dalla, autenticità delle cose, dei sentimenti, della vita.

Ed io ritengo sia proprio questa qualità, questo veritiero modo di essere artista, questa sua determinazione nel non farsi distrarre dal dettaglio, dal piacere dell’esornativo, dell’abbellimento a tutti i costi, per badare invece sempre alla sostanza vera del sentimento, alla personale poetica, all’oggettività creativa del suo animo, che hanno caratterizzato questi suoi primi 50 anni al servizio dell’arte, affinché essa non fosse sostitutiva di qualche cosa ma, invece, fosse essa stessa irrinunciabile presenza del quotidiano.

Ma è il colore a svolgere un ruolo da protagonista nella pittura del nostro giubilato, tanto da esserne l’elemento più importante: il segno è sempre segno/colore e lo spazio dipinto è sempre atmosfera/colore.

Sono nate così, e cosi nascono, vibranti composizioni cariche di pathos, simili – a partiture musicali in grado di suscitare magnifiche suggestioni dove i colori sono le note, il segno/colore è il pentagramma e l’atmosfera/colore ne è la sinfonia.

Cinquant’anni di ininterrotta pittura fanno di Raffaele Tarpani un artista virtuosamente esperto di ogni tipo di tecnica il che gli consente di avere nella sua pittura, che è pure estremamente moderna e contemporanea, dei richiami coloristici che vanno dai romani ai bizantini, ai coloristi veneti e fiamminghi, ai più significativi movimenti pittorici del XX secolo, il tutto portato e filtrato dalla sua sensibilità e cultura che è poi quella di un artista moderno, innamorato e rispettoso delle proprie origini e radici, nonché profondamente sincero.

Ma in tutti i suoi lavori, costantemente direi, or quando più, or quando meno, c’è un ricorrente inneggiare alla natura: vuoi nel verde dei campi e degli alberelli piegati dal vento, vuoi nel blu intenso e profondo della notte, vuoi nei fulgidi squarci di luce che quasi sezionano la tela, vuoi nel delicato pastellare del rosa e dei celesti, vuoi nei cieli segnati dall’oro come fulgido richiamo a più metafisiche realtà, il tutto a comporre un’armonica sonata carica di lirismo e poesia.

Un far fluire i colori sulla tela dove, dunque, l’intensità cromatica non è solo una questione di sapienza artigianale, un fatto di stile, ma deriva e si origina da un suo modo, raro se non unico di sentire il colore.

Birolli diceva che non è il cielo ad essere azzurro, ma è l’azzurro che casomai può diventare cielo, perché il colore – e in ciò la pittura di Tarpani ne è testimonianza vivente – non è un’apparenza, ma una sostanza, è la vita stessa delle forme; il colore non è una patina aggiunta al disegno, non sta sopra ma dentro le cose, ne è l’anima.

Il colore si fa testo ed insieme contesto, andando al di la e al di sopra della sua lettura più immediata e leggibile di occupazione (razionale o meno) della tela ed anche di supporto e definizione della forma, per divenire esso stesso forma, sostanza, immagine.

E bisogna dire che è proprio grazie a questa sorta di simbiosi con il colore che le opere di Tarpani risultano di grande potenza espressiva e di innegabile suggestione, riuscendo sempre a coinvolgere l’osservatore il quale come per incanto viene preso e trascinato all’interno di paesaggi, cieli, spazi infiniti,spazi sognati, spazi desiderati.

Nell’avviarmi a conclusione mi piace segnalare un tema che nella pittura di Tarpani è, purtroppo, poco presente – e che a mio avviso avrebbe potuto invece essere sviluppato con grandi e significativi risultati – e che è quello della figura femminile.

È un tema, come ricordavo, poco sviluppato e quando lo ha fatto è stato come se avesse apposto una sorta di sordina a questo strumento, capace invece di dare suoni magnifici ed anche inusuali: la figura femminile in Tarpani – almeno a mia conoscenza – è presente in una serie di nudi, in cui una tecnica molto personale viene esaltata in dei cromatismi appena velati che fanno risaltare figurazioni di una grande modernità.

Qualità estetica, dunque, in questi nudi, grazia seducente ma anche sensualità manifeste, e sempre un’armonia di segni ed una leggerezza di colore che delineano flessuosità e meandri, ora nascoste dietro chiome fluenti o volti abbassati, ora sfacciatamente manifeste in occhi soddisfatti o labbra cariche di desiderio, ma tutte a raccontare bellezze misteriose ed insinuanti, sicuramente moderne eppure antiche come l’arte.

Per Raffaele Tarpani, dunque, la pittura, il fare pittura, il fare pittura da 50 anni, è una passione autentica, è una vocazione della mente, del cuore e dell’anima; è un modo di esprimersi ma, forse e soprattutto, un modo di vivere che può persino sostituire la parola e che da 50 anni, appunto, connota e condiziona la sua esistenza; tutto ciò, come abbiamo più volte ribadito, senza alcun compiacimento estetizzante ma, piuttosto invece, con la curiosità, la sofferenza, la passione, la serietà propria di chi fa ricerca, di chi esamina, osserva, considera, analizza colori, forme, materie perché esse sono l’essenza unica, sola e vera della propria vita.

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Luciano LEPRI

Perugia, marzo 2011

Una volta qualcuno ha scritto che la pittura, per come si attua è un mistero: due pennellate che si incontrano a volte diventano pittura, grazie ad una serie di eventi favorevoli e concomitanti.

Ebbene in questi ultimi lavori – che potremmo definire come la serie dei cieli – Raffaele Tarpani è tornato ad essere quel grande artista che da sempre conosciamo, è tornato a fare pittura magica dove il gesto felice, il colore, la materia, volano e divengono quel qualcosa di indefinito e, probabilmente, indefinibile che chiamiamo bellezza, poesia, arte.

In questi cieli, che poi ad esame più attento sottendono dei paesaggi, assolutamente controllati nella loro sfuggente composizione, Tarpani si muove, come sempre, sul crinale tra figurazione, seppure indeterminata, ed astrazione; le sue sono notazioni ad una natura che egli colora – come in questi straordinari e personalissimi cieli – con accesi, forti, corposi toni tra il blu ed il celeste che trafiggono come sciabolate, di superfici, ora lucide e levigate ora opache e scabrose, che attraversano la tela tagliandola in più parti con linee stilizzate che servono, anche, a creare movimento e a dare dinamicità all’intera composizione.

Cieli che paiono fatti di vortici d’acqua dove è possibile individuare e cogliere i nascosti significati di un’immagine, ma dove è anche possibile rimanere ad ammirare ciò che si ha davanti, lasciandosi trasportare dal puro piacere estetico della forma, del colore, dell’accostamento tonale, oppure dai giochi di linee, dal loro intersecarsi e frazionarsi in un turbinare, ora semplice ora più complesso, di luci, linee, pennellate che si incontrano e si scontrano.

Insomma una grande pittura fatta di suggestione ed emozione in cui le atmosfere nascono da risonanze interiori,da intime visioni, che costituiscono la risposta del vero artista, intelligente e lucido, alla realtà del vivere quotidiano.

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Luciano LEPRI

Perugia luglio 2010

Per Raffaele Tarpani il colore ha sempre avuto una forza prevaricante, una dimensione invadente, una energia immaginifica tale da sostanziare la nota affermazione che vuole essere il colore la traduzione visiva dell’anima.

Il suo è un colore che ha quasi trasparenze sonore al punto che le sue tele – specialmente gli ultimi e più recenti lavori – divengono quasi uno spartito musicale dai ritmi, dalle armonie e dalle melodie corpose e sensuali, dove la ricerca della luce e le preziose tonalità di gialli, rossi, verdi, arancioni, azzurri si sostanziano, impreziosendosi, in quella luminosissima fascia dorata che è, oramai, cifra stilistica, inconfondibile e peculiare del bravo artista perugino.

Ma la recente prova pittorica fornita da Raffaele Tarpani appare come un richiamo, un ritorno, quasi una confessione significativa e convincente, alla propria fedeltà pittorica e stilistica.

Questi dipinti, ma in genere tutti i suoi dipinti, rivelano e comunicano un desiderio interiore di notevole forza coloristica e di giusto equilibrio plastico, conseguenza di una ricerca sensibile ed attenta al risultato pittorico, che nel Nostro si configura in una sensibile freschezza, in un elevato gusto ed anche in una innata finezza.

Pittura di marca chiaramente figurativa, quella di Tarpani, si caratterizza e valorizza per la personalissima interpretazione che egli ne dà, per la vivacità e la freschezza dei colori, per il gusto della composizione, per la conoscenza degli effetti di luce, per il sentimento che in essi traspare, per la visibile partecipazione creativa che non solo manifesta e denota la sua profonda ed incessante ricerca visiva, ma ne mostra, intensa e vibrante, tutta la conflittualità dell’uomo.

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Luciano LEPRI

Perugia luglio 2010

Credo di essere il critico d’arte che più spesso e più a lungo ha scritto sull’opera e l’attività artistica di Raffaele Tarpani; colui che, seguendolo da molto tempo, ne ha visto le trasformazioni, le mutazioni, i cambiamenti avvenuti, almeno, in questi ultimi anni.

Eppure, quasi incredibilmente, proprio in virtù di questa metamorfosi artistica del pittore perugino, su di lui, sulla sua opera c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, da rilevare, da dire.

Ultimamente, dopo gli sconvolgenti (per certi aspetti) mutamenti di tematiche e di cromie, c’è nella pittura di Tarpani quello che si potrebbe definire come un “ritorno all’ordine”.

Infatti, dopo un periodo in cui la sua pittura si era fatta come sfumata, quasi evanescente, in virtù della scelta di colorazioni tenui e delicate con nette prevalenze di bianco, rosa e celesti chiari, oggi, d’improvviso e quasi repentinamente c’è stata la ripresa dei suoi colori più accesi, più vivi, più compenetranti; c’è stata una ripresa del paesaggio suo più classico e convinto, ora con l’accentuazione di scansioni coloristiche, ora con l’inserimento di piccoli, ma significativi e puntuali, elementi architettonici e/o naturalistici a determinare, sicuramente, una pittura meno di cervello e più di cuore, meno di ricercato e, per certi aspetti, involuto e più comunicativo e comprensibile.

Fa parte di questa ripresa tematica anche l’ultimissima fase espressiva, con la ripresa di un soggetto e di una tematica cara nei tempi passati: il girasole.

Il girasole, simbolo solare e di maestà, che in Tarpani non è solo e soltanto mero elemento decorativo, quasi a sottolineatura dei paesaggi cui fa da quinta e da contraltare, ma se vogliamo farne una lettura in chiave psicanalitica diviene dichiarazione di un amore infelice, così come pare che venga interpretato nel linguaggio dei fiori.

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Luciano LEPRI

Perugia, novembre 2007

Una specificità, mi pare, che emerga, decisa e costante, in tutta la pittura di Raffaele Tarpani, specificità che si fa però più incisiva e pregnante in questa sua nuova stagione, ovverosia il tentativo di cogliere e fermare l’attimo fuggente o evanescente, di inimitabile ed irripetibile qualità intuitiva, per farne uno strumento di comunicazione visiva, di esperienza che si trasmette a chi guarda riuscendo a stabilire una sintonia che è capace di sensibilizzare tutte le facoltà sensoriali, concentrandone però l’attenzione sulla valenza cromatica che, attraverso la vista, diventa modulazione sonora, timbro, emozione tattile, vibrazione fisica in virtù della bellezza e l’armonia dei colori così ricchi di umori, di movimento, di enigmatiche fessure, dilatazioni, trasparenze, velature, riflessi, compenetrazioni.

A Tarpani non è mai interessato – tantomeno in questa sua fase creativa – rendere, più o meno fedelmente, la natura o suoi particolari aspetti, quanto piuttosto di coglierne ed interpretarne lo spirito che la anima, elaborando la materia pittorica in maniera tale da identificarsi in pieno con essa. Il linguaggio di cui si avvale è volto a sensibilizzare in maniera, vorrei dire, quasi ossessiva la nostra capacità percettiva, intuitiva ed interpretativa; i suoi colori – sia nei periodi precedenti, sia in quello attuale – hanno il potere di scuoterci, di risvegliare la nostra sensibilità sopita, di dare la scossa ad emozioni, sensazioni e situazioni che credevamo lontane, non più raggi ungibili e godibili.

Ed ecco che in virtù di tutto ciò il mondo che ci narra Tarpani è un mondo in continua mutazione – un po’ così come lo è la sua vita, il suo cammino, la sua esistenza -, è come una nuvola che il vento trasporta e modifica, come il tempo che si rincorre e non è mai uguale a se stesso, come le emozioni che nascono e muoiono da un’alba al tramonto.

Insomma la pittura di Raffaele Tarpani, questa pittura che non si fa mai ingabbiare in schemi e preconcetti, ma che vive in una libertà creativa assoluta, è un evento intimo ed interiore di cui si sottolinea l’essenza spirituale che si impone come un’arte fatta di luce, di forma, di ritmo, di spazio, di colore, è una pittura che si fonda, e si sviluppa, su visioni autonome quanto autonome quanto armoniche , è una pittura forte ed esigente che non si è mai distaccata, nel suo profondo e nella sua sostanza, da quella che è stata, ed è, la vita, l’umanità, la passione di questo artista dal cuore bambino.

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Luciano LEPRI

Perugia – Dicembre 2006

Credo che a chi, come il sottoscritto, esercita questa attività capiti frequentemente di assistere nello studio di qualche artista al momento creativo dello stesso, è indubbiamente un momento molto importante e significativo perché permette al critico di vedere dal vivo la nascita di un’opera d’arte.

Molto più raramente, forse, capita al critico di visitare lo studio di un artista e di assistere lì in quel momento, non solo alla nascita di un’opera d’arte, ma all’opera che segna, che determina, che costituisce il passaggio tra l’intera produzione sin qui realizzata e l’inizio di una nuova fase, diversa nelle tematiche, nella poetica, nell’uso del colore: insomma ad una autentica trasformazione, che pur mantenendo la tecnica, le modalità compositive, il sapiente uso dei mezzi espressivi, risulta essere assolutamente nuova ed originale.

Ebbene questa esperienza, per molti aspetti emozionante e commovente, è stata vissuta da chi scrive, qualche settimana fa, nello studio del noto pittore perugino Raffaele Tarpani; lì infatti ho assistito alla nascita di questa nuova produzione pittorica che nei colori, nella trama poetica, nella visione artistica si differenzia in maniera secca, quasi un taglio forte e deciso con la precedente produzione, con tutto quanto realizzato in 44 anni di pittura.

La cosa che più colpisce in questa nuova produzione di Raffaele Tarpani è il colore: non sono più i suoi personalissimi rossi, blù, aranci, con qualche lumeggiante taglio di giallo, oggi ci sono i fucsia, gli azzurrini, i verdi equorei: insomma si capisce che l’artista sta in una fase particolare della propria vita privata che, inevitabilmente, si riversa e si riverbera nella produzione artistica.

Altra novità interessante di questa nuova produzione è la quasi costante presenza della figura umana –cosa molto rara nei lavori precedenti in cui a dominare era il paesaggio e la natura- che viene inserita con grande delicatezza ed equilibrio e che viene resa con un tratto rapido, gestuale, armonico, quasi musicale a prospettare più sentimenti, passioni, affetti, desideri che non la reale consistenza e corrispondenza fisica del soggetto raffigurato.

Un’altra novità significativa riguarda l’impostazione generale del quadro che non risulta tutto pieno, lavorato, dipinto come succedeva sino ad ora, ma è come se all’artista interessasse solo l’essenza, la sostanza, lo spirito di quello che rappresenta per cui non è più necessario riempire la tela di segni e colori perché è necessario, urgente, importante che l’osservatore concentri il proprio interesse su quello che risulta essere la centralità del quadro, ciò che l’artista vuol significare, ciò che questa sua fase creativa esige venga colto ed interiorizzato.

L’ultimo elemento caratterizzante questa nuova fase pittorica è significativamente dato dalla presenza dell’oro che, contrariamente a quanto veniva fatto nei precedenti lavori in cui Tarpani metteva l’inserto d’oro a comporre una forma sferica, in questi lavori viene composto secondo una fascia orizzontale, quasi a dividere in due parti il quadro, che unisce e divide, al tempo stesso, il mondo raffigurato dall’artista da una certa trascendenza che, significativamente, comunica con quel mondo attraverso delle sgocciolature di colore, quasi stille d’anima, gocce di metafisico, colature di spiritualità.

Con questa nuova produzione, dunque, Tarpani continua nella sua lunga ricerca, senza rinnegare niente, ma anche –e questa forse è la componente più rilevante- senza sentire la necessità (ammesso che mai l’abbia appieno sentita e non sia stata una mera interpretazione di comodo dei colleghi critici) di rendere omaggio ai suoi veri o presenti predecessori, maestri o affini: nel senso che egli crede più importante l’andare avanti, per due ragioni: la prima è quella di liberarsi proprio di quelle “parentele” che gli sono state affibbiate; la seconda è che vuole dire la sua propria parola anche al punto di apparirci fin troppo entusiasta, fin troppo appassionato, fin troppo se stesso.

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Luciano LEPRI

Perugia – Marzo 2006

INEFFABILI LUOGHI DELLO SPIRITO NELLA PITTURA DI RAFFAELE TARPANI

È già da diverso tempo che andiamo sostenendo che, a nostro giudizio, Raffaele Tarpani ha raggiunto, nei lavori degli ultimi anni, una piena e totale maturità artistica e tecnica come ci dicono anche i suoi più recenti, splendidi lavori.

Adesso, in Tarpani, l’espressione si è fatta più profonda, matura, libera e non più vincolata dal paesaggio o dalla figura, anzi è proprio sulla figura che egli riesce a concretizzare una bella sintesi fra cromatismo ed espressione.

C’è, soprattutto nella produzione più recente ed ultima, come un rapporto molto intenso e quasi vincolante tra capacità intuitive ed essenzialità di linguaggio, in cui l’elemento della narrazione viene posto in secondo ordine per dare invece spazio e rilievo ad un discorso pittorico dove è presente un intenso approfondimento lirico e dove la tensione emotiva è sistematica e non più fine a se stessa.

Queste opere si fanno apprezzare proprio per la forte carica umana che l’artista perugino riesce a conferire con rapide e vivaci pennellate e con un notevole impeto coloristico; carica umana che gli deriva da considerazioni problematiche, urgenze sollevate dalla umanità contemporanea cui egli tenta, in qualche maniera, di dare risposte, indicare prospettive, sollecitare soluzioni.

Tarpani usa colori dalle forti accensioni e dalle decise tonalità per spiegare il suo pensiero, per indicare la propria poetica; la luce nei suoi quadri non è solare e le forme, che ora si intuiscono, ora appena si percepiscono, ora, invece, sono presenti ma racchiuse in vigorosi segni che ne definiscono i contorni, le forme, dicevamo, sembrano come emergere da abissi infiniti o spazi siderali pieni di mistero e recondite spiritualità.

E la luce che queste tele emanano è la luce dell’artista, che viene dal di dentro, ed è nei colori stessi, che così si fanno nutrimento interiore, tempo e spazio cadenzato all’interno della tela medesima, in una interessante misura di equilibrio e di armonia, artefici e demiurghi dell’espressione.

Occorre dire, allora, che la pittura di Tarpani non è un semplice compiacimento estetico perché in essa si avverte tutta la forza e la volontà che lo induce ad esprimere i fatti, le immagini e le emozioni che pressano il suo animo e la sua mente, e, crediamo, sia proprio questa tensione a spingerlo a realizzare l’opera attraverso un violento contrapporsi di luci, colori, toni, cromie e quel taglio sempre fortemente concentrato e dinamico in un tessuto scenico molto caldo e vibrante.

È indubbio, ci pare, come Raffaele Tarpani, in maniera particolare in questi ultimi lavori, che ci piace chiamare della piena maturità artistica e tecnica, riesca a proporre tutta la sua capacità immaginativa, fantastica e narrativa attraverso grandi effetti coloristici e grandi emozionalità dove ad ogni pennellata, ad ogni tono, ad ogni vibrare di luce, ad ogni colore corrisponde una valenza sentimentale, spirituale e psicologica.

Oggi si può ben dire che l’arte di Tarpani è completa, assoluta ed inimitabile nel panorama contemporaneo.

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Luciano LEPRI

La pittura di Raffaele Tarpani, lo si nota a prima vista, non è di quella che si può improvvisare, essa viene da lontano e si è sviluppata con continuità e senza mai prendere scorciatoie in lunghi anni di lavoro e di impegno.

Tarpani è uno di quegli artisti che ha sempre puntigliosamente posto a fondamento della propria poetica, e del proprio modo di intendere la pittura, un linguaggio originale e complesso, comunque sempre efficace nel comunicare attraverso le sue più diverse componenti, pienamente amalgamate in un tutto unitario e coerente, i suoi travagli esistenziali ed i suoi dissidi interiori, che poi non sono altro che i dissidi ed i travagli che da sempre accompagnano l’uomo nel suo cammino. Dietro le immagini di Tarpani, dunque, che sono visioni del sentire, non figure, forme od impasti, ma uno spazio pittorico che vuole essere allo stesso tempo uno spazio interiore e la voce di profondità da esplorare, che la sua pittura riesce a far vibrare come tramite per una penetrazione nell’io ed un’ esplorazione nel sé.

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Luciano LEPRI

(2003)

al Gruppo “éART” Quando l’Arte “éART”

Ha scritto una volta il noto pittore americano Keith Haring: “Ho cercato di demistificare l’intera idea che l’arte sia qualcosa di sacro che debba essere riservata per una piccola cerchia di gente educata”. Mi è sembrato giusto nel parlare del Gruppo “éART”, creato, diretto e stimolato dal bravo pittore Raffaele Tarpani, citare questa frase perché, mi pare, essa si attanagli in maniera perfetta a quella che è la filosofia che da sempre anima l’attività artistica e culturale del noto artista perugino, ma da tempo, ormai, bastiolo di adozione. Raffaele Tarpani è riuscito, infatti, cosa veramente rara e singolare per un pittore che ha già una sua fama, riconoscibilità e solida carriera, a creare attorno a se un gruppo di artisti vari ( pittori, scultori, incisori, creativi, ecc.) che con l’andare del tempo è andato sempre più crescendo, sino a raggiungere la ragguardevole cifra di oltre 100 associati, e che si sta caratterizzando nel panorama artistico culturale a livello, quantomeno, regionale per la varietà delle proposte, la ricchezza di temi, la passione che tutti li accomuna nel presentare e prospettare un modo di fare arte che, pur conservando una sua specifica dignità, si apre sempre più verso il grande pubblico proprio nell’intento, come notava Haring, di demistificare l’idea che l’arte sia qualcosa di sacro esclusivamente riservata a pochi. E’ questa di Tarpani una sfida che al momento, come dimostra anche la realizzazione di questo catalogo, sembra vincente e che io, personalmente, ritengo lo sarà sempre più anche in futuro purché riesca a conservare sempre questi caratteri di umiltà, compattezza, dedizione e amore per il dipingere -, è una sfida, dicevamo che si apre su due fronti ben distinti: il primo, potremmo definirlo, di carattere pratico il secondo di ordine concettuale. Chi, come chi scrive, è sulla breccia da molti anni sa, per esperienze vissute o per situazioni affrontate o per indirette esperienze, quanto sia difficile, per non dire impossibile, tenere uniti in un’associazione un gruppo di artisti che, ancora più di comuni persone, sono differenti per indole, cultura, formazione, intendimenti, aspirazioni, progettualità e, quindi, è sempre motivo di meraviglia ( almeno per me ) constatare con quanta (apparente?) semplicità Tarpani riesca a far convivere in “éART” tante sensibilità e come gli riesca sempre di coinvolgerle nei suoi progetti, nelle sue realizzazioni, nelle sue molteplici attività. La seconda difficoltà quella che ho definito di ordine concettuale consiste in quella che alcuni soloni, fintamente puristi, ipocritamente elitari e falsi profeti di una verità che è solo ed esclusivamente la loro ma che viene spacciata come assoluta ed incontrovertibile, vedono come una cosa assolutamente da evitare: far convivere insieme artisti di vari e diversi stili, tendenze, scuole, idee e realizzazioni. Ebbene a Raffaele Tarpani riesce anche questo, completando così un autentico miracolo che consiste nel dare la possibilità a chi manifesta l’urgenza, l’ansia, il desiderio, la passione di esprimersi attraverso una tela od un blocco d’argilla di dare corpo a questa sua sensibilità ( aiutato anche dai suoi lungimiranti consigli tecnici ), non solo, ma consentendogli anche di misurarsi in estemporanee, mostre collettive e personali, manifestazioni culturali e ludiche. In conclusione mi pare di poter dire anche in piena sintonia con quello che è il mio credo in materia, volto a far si che a tutti sia data la possibilità di esprimersi e che il pubblico vada avvicinato all’arte nei modi e nelle forme più accessibili e aperte che il lavoro che da diversi anni il Gruppo “éART” sta facendo anche fuori regione ( merita ricordare per tutte il grande successo della mostra romana “…& segni” della primavera di quest’ anno ) è di grande importanza, non solo e non tanto per una vivace cittadina come Bastia Umbra che da tempo sta meritoriamente lanciandosi nel campo dell’arte e della cultura, quanto per tutta la regione che vede così arricchire il suo patrimonio di talenti e al tempo stesso la platea dei fruitori dei colori, delle forme, dei segni e dei sogni di oltre cento appassionati artisti.

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Luciano LEPRI

100 ARTISTI A SPOLETO

Ha scritto Lockie Parker : “Per l’artista, il suo lavoro è una passione avvincente. Non rivendica la pausa sindacale, non pretende ferie e lavora continuamente senza paga e con pochissimi riconoscimenti”.

Sembra, questo, il ritratto di Raffaele Tarpani, il pittore umbro che all’arte ha dedicato tutta la sua vita con avvincente passione e che, oltre al suo grande valore artistico, possiede un grande valore umano che è quello della generosità e della voglia di insegnare e divulgare la propria arte a quanti più appassionati possibile.

E’ questo, in estrema sintesi, il grande merito di questi “100 artisti a Spoleto”

che Raffaele Tarpani è riuscito ad accomunare in una sorta di gigantesca “scuola d’ arte” dove, ad artisti provenienti da tutta Italia, e votati alle più diverse espressioni figurative, egli in virtù del proprio carisma, delle proprie capacità tecniche e didattiche, riesce a trasmettere quella avvincente passione che è la base per svolgere con fiducia e con speranza l’ inimitabile “mestiere di artista”.

Sono artisti che provengono da varie e variegate esperienze, che si esprimono con tecniche, stili e materiali diversi, che esprimono poetiche, sentimenti, sensazioni e problematiche le più differenti e personali, ma che sono accomunati da un grande amore per l’ arte, sia nell’ espressione pittorica che in quella plastica, amore che la sensibilità di Raffaele Tarpani è riuscito a fondere ed amalgamare in una imponente collettiva dove, pur nelle apprezzabili individualità e nelle non contaminate personalità dei singoli artisti, è data cogliere questa passione, questo amore per l’ arte che riesce, nel segno di una invidiabile comunione d’ intenti, a farsi elemento di fiducia e di ottimismo in un domani ed in un mondo migliore.

La pittura di Raffaele Tarpani, lo si nota a prima vista, non è di quella che si può improvvisare, essa viene da lontano e si è sviluppata con continuità e senza mai prendere scorciatoie in lunghi anni di lavoro e di impegno. Tarpani è uno di quegli artisti che ha sempre puntigliosamente posto a fondamento della propria poetica, e del proprio modo di intendere la pittura, un linguaggio originale e complesso, comunque sempre efficace nel comunicare attraverso le sue più diverse componenti, pienamente amalgamate in un tutto unitario e coerente, i suoi travagli esistenziali ed i suoi dissidi interiori, che poi non sono altro che i dissidi ed i travagli che da sempre accompagnano l’uomo nel suo cammino. Dietro le immagini di Tarpani, dunque, che sono visioni del sentire, non figure, forme od impasti, ma uno spazio pittorico che vuole essere allo stesso tempo uno spazio interiore e la voce di profondità da esplorare, che la sua pittura riesce a far vibrare come tramite per una penetrazione nell’io ed un’esplorazione nel sé.

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Giuseppe MARADEI

2003

Al Gruppo “èART”

Nel “fanta rei” della memoria l’Arte c’è, si identifica pensiamo al tremolio d’una foglia all’alba accarezzata da un vento leggero per la sua eutanasia, alla goccia di rugiada che la vorrebbe baciare con la vellutata complicità dei primi raggi di sole e lo splendore non è più possibile perché essa non è – Quando il rossore infiammerà il mare prima della bruna brezza serale l’ultimo gabbiano si tenderà al cielo perché le prime stelle siano il suo cibo, il silenzio sia la ninna nanna per un manto di sogni cullati dal dondolio ammiccante, suadente e deduttiva dell’acqua che è un tappeto d’aromi nella notte ammaliante.
La clessidra del tempo è l’arte quando bussa al cuore e tutto intorno i sentimenti fanno ghirigori d’accenti come le rondini in primavera ricamano il cielo e s’affastellano al nido, il senso dell’esistenza, ma quale? Oggi è – L’artista si oppone al paradosso con odio e amore ed opera con lo sguardo rivolto all’infinito e con la sofferenza dell’equilibrio precario tra sogno e realtà. Navigatore senza porto ad ogni porto si trincera nella griglia concreta che precorre il respiro dell’anima prigioniera del luogo, del tempo e dello spazio, dell’io e del tutto. Il microcosmo,catapultato, si concede al macrocosmo che illumina l’universo e la sentinella del mattino: “l’artista”; assiste sbigottita al miracolo della creazione, non sua, ma da lui avvertita con sofferenza e stupore e ad altri concessa come viatico esistenziale. Nel “fanta rei della memoria” l’arte c’è si identifica la clessidra del tempo: “vale”. Se non ci fosse non esisterebbero le foglie del tempo, l’albero. Vale: ad majora ! ! !

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Giuseppe MARADEI

Nella produzione pittorica di Raffaele Tarpani il paesaggio, l’urbanistica, il contesto rurale topico dell’Umbria suggeriscono una sorta di geometria dell’anima decifrabile e codificabile solo dal sentimento e dalla sensibilità attratti dal fascino del mistero e dai riverberi delle corde più tenere del cuore, è vero che in passato le citazioni futuriste e l’attualizazione del messaggio di Gerardo Dottori hanno avuto un certo peso nella formulazione di giudizi scevri da compromessi e condizionamenti nei confronti di Tarpani, ma oggi più che mai e con autonomia sincera di interpretazione, si può scorrere il tempo artistico e dipanare l’esperienza al di là di obbligati schemi di giudizio, appare, allora, evidente l’incontro tra lo spunto e l’appunto in una sorta di neoclassicismo interiore originale e per molti versi, rivoluzionario. E’ quanto rimane della vena futurista originaria rivisitata e trasognata in modo originale e personale.
Il neoclassicismo di Tarpani si intende non nella sua accezione accademica e neanche in un improbabile recupero del passato “rivoluzionario” seppure negli inizi del secolo scorso trasgressivo e dilagante nella sua impudenza ed irruenza.
E’ un ordine preciso interno, una armonia interiore che trovano collocazione nella tela e si configurano nel paesaggio, appunto, e nella speranza di chi coglie nella natura il codice genetico dei moti dell’animo espressi nelle geometrie di fasci di luce e di edifici caparbiamente e decisamente proiettati verso il cielo della metastoria dell’esistenza complessa, affascinante, imprevedibile, ma pur sempre consapevole di un destino unificante nelle aspirazioni percorribili quotidianamente attraverso l’esperienza storica d’ognuno e, in ogni caso, difficilmente eludibile se alle dissonanze della realtà chiediamo conforto e refrigerio al sogno non in senso alienante, ma compagno di viaggio per dare compimento all’indecifrabile che è in ognuno di noi e che nessuna ragione è in grado di cogliere l’essenza pura. Tarpani, allora, è interprete coraggioso e suadente di tale condizione umana espressa dai suoi apparenti geometrismi.

Elvio MARCHIONNI

2003

al GRUPPO “èART”

Quando Raffaele, coordinatore del Gruppo “èART”, mi ha chiesto di scrivere questo commento, sono tornato indietro nel tempo e, con grande piacere, ho ripercorso le tante esperienze vissute nel mondo delle estemporanee di, ormai, parecchi anni fa. I ricordi si sono susseguiti nella memoria ma ciò che in primis ho riprovato è stato lo spirito che animava tutte le estemporanee a cui ho preso parte. Grande stima e sentito affetto, pertanto, mi lega al Gruppo “èART” che, attraverso tanti artisti, professionisti e non, porta con sé, nelle manifestazioni cui assiduamente partecipa, quello stesso spirito, non della gara agonistica in sé, ma della voglia di stare insieme, di incontrarsi, di conoscersi attraverso l’arte.
Amicizia, amore, passione per l’arte sono, dunque, per il gruppo e per ogni partecipante, il perno che riesce ad unire ed uniformare le più disparate tecniche pittoriche nonché generi artistici che spesso collimano fra loro. Le mostre collettive, perciò, sono occasione per trascorrere insieme tanti momenti di un tempo sempre più prezioso in un mondo di frenetica svalutazione di ogni valore umano. Il tempo, trascorre finalmente tranquillo, lasciando il giusto e meritato spazio alle parole, ai gesti di persone con bagagli culturali diversi ma in equilibrio tra loro e con l’ ambiente circostante. Ogni manifestazione è momento d’ incontro e tappa di un percorso che rinnova i rapporti e tramanda i valori con il comune denominatore dell’ esperienza artistica che ha come fondamentale scopo il rimanere per sempre nel libro della memoria di chi vi partecipa.
Nel concludere, sento di dover ringraziare Raffaele, per avermi incaricato di questo breve commento ma anche per avermi offerto l’ occasione di ricordare e risentire quelle esperienze che tanto mi hanno dato e lasciato nella vita professionale ma soprattutto di uomo.
Un caro saluto, quindi, a tutto il gruppo e a chi ne condivide l’ iniziativa rinnovando la stima per questo progetto, che mi auguro si tramandi ancora nel tempo e di cui, orgogliosamente, mi sento parte.

1969

Raffaele Tarpani di Perugia, è sotto il peso dell’arte e della storia della sua Umbria; “sua” perché nelle opere esposte, più che maturo data la giovanissima età dell’autore, ricorrono spesso gli elementi architettonici e il colore umbro. In lui la pittura è fuori di ogni derivazione, una pittura che si affina al colore in senso costruttivo per donare sensazioni di alto valore lirico, che con una perfetta composizione prospettica contribuiscono a ben rendere l’impegno che il Tarpani pone in ogni sua opera poiché è guidato da una rigorosa impostazione che dona forza espressiva ai suoi lavori.
Il suo disegno ha un valore espressivo e di non comune talento e da non accomunarsi per nulla a quelle esercitazioni magari lodevoli, ma quanto monotone e aride per il loro esercitarsi per un effetto plastico. Qui un mondo poetico di umano respiro e sentimento dell’immagine nel taglio della composizione, ma con una vitalità profonda tra macchia e ombreggiatura che “interrompe così bene come asserisce Moore, la tirannia della piatta superficie della carta”. Si può percepire, volendo, la crescente suggestione poetica, sincerità della mente e del cuore del giovane artista perugino; la sua operante volontà e ricchezza d’istinto.
Lo testimoniano le sue opere “Perugia”, ”Povertà e Umiltà di S. Francesco”, “Casolari Umbri”, ecc.

1969

Il suo modo di dipingere è pieno di poesia, i colori dei suoi quadri sono straordinariamente vivi per quella “sua” Umbria nella quale si è artisticamente formato. In lui la pittura è fuori di ogni derivazione, una pittura che si affina al colore il senso costruttivo per donare sensazioni di alto valore lirico che, con perfetta composizione prospettica, contribuiscono a manifestare l’impegno ch’egli pone in ogni sua opera poiché appare guidato da una rigorosa impostazione che dona forza espressiva ai suoi lavori.

Il suo disegno ha un valore espressivo e di non comune talento che non si diversifica da quelle esercitazioni magari lodevoli ma aride e stucchevoli per il loro scarso contenuto umano. Nella sua opera vive un mondo poetico di umano respiro ed alto sentimento dell’immagine nel taglio della composizione per quel suo inserirsi come figura con profonda vitalità, ma per quel tanto che basta, tra macchia e ombreggiatura, tra evidenza e fantasia.
Del livello artistico delle sue opere avevano già parlato anche i numerosi premi e le segnalazioni ottenute nelle estemporanee di Montefalco, di Torgiano e di Corciano per non dire delle altre cui egli ha partecipato.
Abbiamo già ammirato la validità della sua pittura nella personale allestita nell’ottobre scorso nei locali di San Severo di Piazza (Palazzo Comunale) e preso atto dell’unanime coro di consensi ottenuti durante il più recente Festival dei 2 Mondi a Spoleto.
In quelle occasioni l’illustre maestro Gerardo Dottori presentava l’opera del Tarpani definendolo un giovane di buona levatura e di buon talento tanto da poter essere considerato una “speranza” della pittura umbra.
Dopo i recenti successi, possiamo senz’altro affermare che la “speranza” si è tramutata in una evidente indiscutibile realtà. Il suo impegno e la sua serietà costituiscono una garanzia per il suo avvenire, la sua abilità è premessa e garanzia per un indubbio luminoso futuro artistico.

L’Assessore ai Beni e alle Attività Culturali

Città della Pieve – marzo 2013

E’ con vivo piacere che anche Città della Pieve rende omaggio al cinquantennale dell’attività di uno dei più importanti pittori umbri contemporanei, Raffaele Tarpani.
Tarpani ha sempre inteso la pittura come estensione della coscienza, pertanto il suo linguaggio non è descrittivo nella convinzione che la natura non è all’esterno ma nella profondità: i colori sono, in superficie, l’espressione di questa energia interiore.
La sua arte ha quindi il potere di scuoterci, di risvegliare la nostra sensibilità, di dare scossa ad emozioni, sensazioni, che credevamo sopite.
E’ per questo che la sua pennellata dinamica, nervosa, materica, mette in evidenza effetti guizzanti di luce.
L’arte di Tarpani si alterna tra cielo e terra, tra ragione e emozioni, in un mondo che suggerisce montagne, colline, pianure inesplorate, latitudini insondabili.

Milano, 1969

…La scomposizione delle città dell’Umbria, viste attraverso un gioco bidimensionale di tasselli cromatici su cui insistono talora giochi di luce prismatica, prendono sicuramente l’avvio dalla lezione del caposcuola del secondo futurismo. Tuttavia Tarpani sostituisce al residuo dinamismo di Dottori un fare più contemplativo, e statico nei confronti del paesaggio….

Artisti. Incontro al Festival con Raffaele Tarpani

I tempi sono cambiati, riteniamo in meglio, in quanto Spoleto non è più invasa, nel periodo del Festival da foltissime schiere di cosiddetti artisti, molti dei quali, come ha affermato Vittorio Sgarbi, autentici imbrattatele, giunti in avanscoperta alla ricerca di effimera gloria.

Dopo parecchi anni dalla sua venuta a Spoleto abbiamo avuto l’avventura di incontrare un artista che in passato si mise in grande evidenza in occasione delle prime edizioni del Festival.

Ci riferiamo a Raffaele Tarpani che nell’ultimo periodo è esploso in maniera reale e concreta avendo dimostrato di vivere e operare nell’arte per l’arte.

Il pittore perugino la cui fama ha varcato i confini regionali, si è portato a Spoleto per assistere ad alcuni spettacoli del Festival. Ci siamo incrociati in una viuzza medievale del centro storico rievocando i tempi passati enunciando i nomi di quotati artisti dei quali rimane ormai soltanto un pallido profilo e una offuscata rimembranza. Raffaele Tarpani di cui hanno scritto noti critici, fa parte del “nobile figurativo” che si è estrinsecato attraverso un sofferto iter che lo ha condotto verso la sospirata catarsi purificatrice.

Raffaele Tarpani, pittore d’avanguardia con le sue delicate opere ricche di interiorità nobilita la nostra regione che lo considera una colonna portante della pittura regionale pur avendo ormai raggiunto vertici a carattere nazionale. L’incontro con Raffaele Tarpani ci ha di nuovo proiettato verso il mondo dell’infinito, verso il cielo stellato, verso il nascere e il morire dei sogni nella piena riabilitazione di quella che può essere soltanto ARTE

Non siamo adusi alle facili sviolinate che non rientrano nella nostra mentalità e nel nostro stile di vita essendo capaci di riconoscere l’arte, non scambiandola mai con la merce in vendita.
Per tale ragione ritengo, a mio sommesso parere, che il bravo pittore non è colui che vende molti quadri alla settimana, spesso è colui che i dipinti li ha venduti solo post mortem, vedi Van Gogh, il quale cedette un solo suo quadro al direttore del manicomio. Ogni altro commento appare superfluo.

1997

L’arte di Tarpani, nella sua originalità vistosa e bizzarra, si presenta come una metafora spinta all’accesso di tempi che prevedono solo situazioni estreme. La sete di irrazionalità dell’artista perugino, la sua pittura che si realizza nei vari campi espressivi hanno il valore di una profonda riflessione sulla condizione dell’uomo contemporaneo. Ammirando la sapiente tecnica acquisita e proposta nelle sue tele si ha la sensazione che queste opere vivano come in un territorio di frontiera tra l’incerto e l’indefinito, tra la memoria della realtà e quella del sogno, dove la storia si interseca con i risvolti più inquietanti del vivere quotidiano e quel velo di malinconia che si riesce a percepire nelle sue opere porta i tratti del presagio e della nostalgia in un unico tempo. Tarpani analizza con impressionante esattezza l’origine dei timori e dei desideri umani e quando dipinge,mostra il bisogno di assecondare come giochi le nevrosi dell’uomo, le trasformazioni della natura. Nelle sue opere non solo si presenta la crisi psichica della nostra civiltà ma si documenta l’ambiguo piacere umano del viverci. Il racconto è sempre lasciato in sospensione: tutto è avvenuto, o forse, deve avvenire, in un’atmosfera inquietante di irresolutezza e di abbandono.

Si elimina l’arte come disciplina o dottrina istituzionalizzata e si sostituisce la pura operazione estetica, il modo estetico con quello dell’esistere e dell’agire. Il suo creare non somiglia a cose già viste o scontate, considerato nel suo insieme il lavoro di Tarpani riflette il totale coinvolgimento dell’artista nell’inconscio come stadio narrativo. Il significato latente di oggetti quotidiani, di spazi verdi frantumati da nastri di luce autonoma, disturba più per lo specchio su cui lo spettatore è portato ad osservarsi che non per la loro organizzazione inusuale.

Secondo l’analisi scientifica contemporanea si afferma che la ragione razionalizza per l’uomo la realtà. Tarpani riesce a rompere i meccanismi di questo tanto consueto quanto naturale sistema. Mette insieme oggetti e uomini, segni e simboli, realtà antitetiche prive della propria confezione estetizzante che diventano gli elementi sostanziali del dramma umano.

La costellazione psicologica a cui appartiene il mondo dell’arte di Tarpani si può individuare in questo atteggiamento ambivalente dell’individuo nei confronti di un oggetto o di un’azione che riguarda l’oggetto stesso. Si rappresenta l’attitudine del dubbio umano, della crisi contemporanea, del tedio della scelta. Il sogno mantiene, in quanto attività mentale, un alto grado di libertà anche nella sfera della coscienza, l’unico grado di libertà che non potrà mai essere rubata all’uomo.

L’arte di Tarpani non è una riproduzione della vita, è la vita stessa che si fa risposta del ribelle contro gli idoli artificiali.

I suoi volti di donna, le figure femminili ed armoniosamente carnali che spiccano fra raggi di luce spezzata altro non rappresentano che l’ambiguità contemporanea fra sesso e paranoia, ricorrente le litmotif del nostro secolo, onnipresente nel suo lavoro di uomo – pittore che non esita a proporre la sua arte a completa disposizione dell’inconscio. La sua abilità di agire contro naturam, di trasporre la realtà del sogno a quella della logica capovolgendo l’insensato in senso comune diventa stile di arte che unica nelle sue più varie espressioni può sostenere l’immagine dell’inconscio. L’arte di Tarpani può esistere solo “sopra il reale”, con forme apparentemente gettate per caso sulla tela, senza alcun rapporto tra di loro e l’assenza esteriore di questo rapporto ne contiene la presenza interiore.

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Monica PARACUCCO

1995

….Raffaele Tarpani è un artista che, sin dal primo impatto visivo, conduce ad osservare più a fondo i suoi “pezzi”, per comprenderli in maniera completa, per afferrare la realtà che lo circonda e i diversi stati d’animo che ognuno di noi vi può cogliere. Tarpani può essere definito un pittore – scienziato che ha compreso quanto di fatale si cela nel volto del tempo che si sussegue. Il mondo non lo interessa in sé, ma in quanto mezzo, pretesto, occasione di conoscenza, Tarpani è continuamente alla ricerca del momento in cui l’essere umano lascia cadere ogni difesa e rivela la sua vera, intima natura. La sua arte tende a captare, attraverso le apparenze il vero carattere, crudele e volutamente esasperato, forzato, dell’essere umano senza maschera. Le sue tele sono composizioni apostrofate del messaggio che si nasconde nel contingente. Tarpani predilige la percezione simultanea e la composizione di vari e spesso contrastanti aspetti della realtà, preferenza che si manifesta nelle strutture spaziali e talvolta anche nell’uso dei contorni. Questo collegamento di aspetti diversi dalla realtà, prende origine dall’osservazione del mondo visibile ma talvolta è anche prodotto dell’immaginazione. Lo si riesce a scorgere nelle combinazioni dei diversi angoli visuali e nella coincidenza di prospettive spaziali conseguita con effetti speculari, nella combinazione di punti di osservazione diversi, nel molteplice ed ambivalente uso dei contorni. Uno degli aspetti più salienti delle sue opere è la frequenza con cui viene rintracciata l’origine delle sue figure, individualizzate attraverso la differenziazione delle strutture geometriche e la graduale transizione del colore: da un vago tono blu o verde o grigio a un netto contrasto dorato o bianco nero che può essere portato in vita.

Come in un caleidoscopio Raffaele Tarpani vede il mondo intriso di colori con larghe zone di azzurro, violente macchie di rosso sparse a piene mani in atmosfere rarefatte, che si mescolano alle figure reali, quasi per circuirle con un destino. Il segno è ora leggero, ora pesante, ora scarno, ora ricco. Sinteticamente l’artista taglia e costruisce senza offendere, è capace di rappresentare su tela la società dinamica, resa palpitante dall’ideale che egli insinua con la poesia e la musicalità dei colori. Il processo di individualizzazione dell’elemento umano, a volte procede dai margini verso il centro altre volte dal centro verso i margini e il movimento continua nell’animo dell’osservatore…mirabile combinazione di finito e infinito.

In alcune opere, il motivo che riempie irregolarmente la superficie è usato in senso radiale, con anelli concentrici che diventano sempre più piccoli, secondo un preciso processo di riduzione che può proseguire all’infinito ma viene nello stesso tempo limitato dalla cornice, a cui esso stesso dà origine.

Possiamo pensare a numerose coppie di concetti associati: luce –ombra, alto – basso, piatto – tondo, figura – sfondo, elementi pittorici intrecciati, elementi pittorici indipendenti, struttura geometrica, forma realistica nell’immobilità e nel movimento.

È il pittore che ci mostra la sua arte, è lo scienziato che vuole illustrare pittoricamente la sua teoria. In tal modo le sue opere sono modello visivo per la scienza moderna, che pone il concetto del movimento universale come fertile punto di partenza.

Nella percezione delle tele di Tarpani, l’osservatore si confonde, perde la sua razionale capacità di orientamento, si sente penetrato dalla visualizzazione della propria realtà fantastica, dal bisogno di usare quelle immagini irreali per avvicinarsi all’infinito, all’inconscio, al subconscio che è intellettualmente dipinto dal “genio” del pennello, ma che può essere soltanto avvertito dall’uomo. Nella mostra di Raffaele Tarpani, questo ed altro, sulla condizione dell’uomo nella società e nel mondo, sull’universale passaggio dal macrocosmo al microcosmo, provoca dibattito e pittura.

…Soluzione moderna, secondo una tendenza cubo-futurista, conferita ad un tema tradizionale e convenzionale come il paesaggio.

Perugia, dicembre 2006

Parlare dell’opera, ma forse è meglio dire dell’azione artistica di Raffaele Tarpani, da parte di come me ne legge l’espressione da un punto di vista politico e non di mera critica, significa interpretare una vita intensa ed una vera passione.

L’individualismo dell’artista – e spesso la solitudine – nella concezione metafisica di Tarpani assume invece una funzione alta, direi sociale, quando vive tale condizione legata al confronto, alla condivisione del gruppo e ad una socialità vissuta generosamente, rappresentate sia dalla costante presenza nel territorio che da quell’intuizione feconda che è il Gruppo “éART”.

Soltanto questo farebbe di Tarpani un artista degno di attenzione, correndo il rischio di far torto però alla sua vena e alla sua poeticità.

Invece io credo che il lavoro di Tarpani, inteso come fatica intellettuale e tormentata ricerca, contiene un mondo complesso di richiami e di sensazioni, e Dottori ne è il primo esempio, che ce lo fanno apprezzare con grande piacere.

Dalle ultime opere, così si può intuire come questo percorso abbia ora assunto un carattere meno acuto e meno contrastato, per approdare ad una visione organica che, tendendo ad un recupero figurativo, ne rafforza la maturità espressiva con un cromatismo temperato.

Auguri per un impegno che, continuando su questa via di evoluzione matura – nella totalità e nel segno – ci farà vivere certamente delle nuove emozioni.

Perugia, gennaio 2012

Il fatto che maggiormente entusiasma di questo particolare artista è la capacità di muoversi con libertà all’interno di un repertorio in cui ancora oggi, nonostante la crisi dell’arte, la “figurazione” permane il sistema che meglio riesce a comunicare con lo spettatore. Tarpani è figlio del suo tempo, ma non si è fatto travolgere dalle mode e ha seguito gli impulsi offerti dalla sua Umbria: dei suoi colori come delle sue atmosfere, a volte serene, a volte burrascose, così come lo spirito umano. La libertà interpretativa e il respiro che l’opera sprigiona, sono il segno di una cultura alimentata alle sorgenti non solo della tradizione ma soprattutto di quel paesaggio di cui si circonda e i cui riflessi si percepiscono nella forza penetrante della luce, del colore ed in particolare nell’apporto di materiali diversi, i quali valorizzano ed infondono un sentimento di arcana spiritualità. Anche laddove sembra l’artista abbandonare il paesaggio per immergersi nel “delirio” della forma, Tarpani non abbandona il ricorso a quel linguaggio in cui è possibile rinvenire le innumerevoli immagini che popolano la memoria dell’uomo. Un grande artista che onora l’Umbria e che merita il nostro apprezzamento non solo quando si immerge nel riposante verde della natura ma anche quando si inebria degli abbaglianti riflessi dell’oro delle sue grandi tele.

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Franco VENANTI

Perugia, marzo 2011

Raffaele Tarpani, non può dimenticare l’aria della sua Perugia, la città dove ha mosso i primi passi da artista e dove ha conosciuto Gerardo Dottori, sommo maestro dal cuore nobile che conosceva i giovani e che sapeva scoprire e incoraggiare i talenti. Raffaele era uno di questi e grazie alla sua tenacia è andato avanti, imponendosi nel mondo dell’arte, non solo come pittore ma anche come organizzatore di eventi che riscuotono successo nella nostra terra e al di fuori. In questi giorni in via Oberdan presso il celebre spazio comunale di Santa Maria della Misericordia presenta una serie di opere nuove e suggestive, nelle quali predomina l’azzurro in tutte le sue sfumature; esplora i cieli umbri nel loro stupefacente splendore, arricchiti da spazi dorati tipici della sua pittura portando avanti un tema molto caro allo stesso Dottori, ma visto da un’angolatura diversa ed elaborato dalla sensibilità e personalità propria del Tarpani. Questa rassegna, di notevole interesse, è sponsorizzata dal Comune di Perugia e illustrata in un catalogo con scritti di rinomati esperti della cultura artistica. Non sono un critico d’arte pertanto i commenti alle opere dell’amico Tarpani sono mossi da un sentimento di stima ed amicizia e dalla mia modesta esperienza, chiedo quindi venia se non sono stato molto esaustivo nella descrizione delle opere, sono sicuro tuttavia che la mostra otterrà, come nelle altre occasioni, il successo che merita perché le opere sono di notevole interesse.

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Franco VENANTI

Perugia, dicembre 2006

Raffaele Tarpani l’arte ce l’ha nel DNA. Lo ricordo ragazzino con i pantaloni corti che già si interessava di pittura e mostrava le sue opre.

Fu Gerardo Dottori a parlarmi delle qualità di questo giovane artista; da allora ho seguito con interesse la sua evoluzione e la sua ricerca. Anche se, in un primo momento, la grande figura di Dottori lo aveva influenzato, ben presto è scaturita la sua personalità.

La libera interpretazione e l’ampio respiro dei suoi quadri lo hanno reso un valido interprete del paesaggio umbro. Campagne assolate cariche di luce, colate di azzurro oltremare e il verde stemperato dall’ocra sono le componenti cromatiche delle sue opere.

Ora si presenta con una nuova serie. Sembra abbia lasciato temporaneamente il paesaggio e, come in un dolce delirio astratto, s’immerge nel colore tenue e riposante del sogno, dove affiorano immagini trasparenti di donne che scompaiono quasi subito alla vita per gli abbaglianti riflessi dell’oro sapientemente dosato nelle sue grandi tele.

Queste opere che mostra sono sconvolgenti, interessanti e merita conoscerle.

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Franco VENANTI

Perugia, novembre 2003

Gruppo “éART”

Il fatto che maggiormente affascina di questo gruppo di artisti, che armonicamente permettono alla loro arte di vivere insieme, è la capacità di pensare confini nuovi, sempre più larghi ed impegnativi. Straordinario studiare nuove possibilità per l’arte, nuovi modi per veicolarla allo scopo di fruirne liberamente.

Ma perché la formazione di un’insieme di artisti apparentemente diverso per espressioni ed appartenenze ? Se il nostro gallerista dovesse riflettere sulle difficoltà di un progetto, la cultura – quella dell’arte – rimarrebbe nelle mani di quanti, e con profitto, sono capaci di manipolarla a loro favore. E poiché l’arte è una necessità di vita, non c’è progetto o imposizione ad impedirne la realizzazione. Fermarla sarebbe come togliere il respiro all’uomo.

Perciò, auguri Raffaele per il tuo progetto e per le speranze che hai soffuso su di esso. Vedere artisti umbri accomunati dal medesimo desiderio è da salutare con gioia. Spero, anzi, che il vostro viaggio per le strade d’Italia sia lungo e pieno di successi.

Auguri.

Sindaco di Cortona

Cortona – maggio 2013

Forti e antiche sono le radici che collegano Cortona all’Umbria, tanto antiche da affondare nelle nebbie del mito: Dionigi di Alicarnasso ricorda infatti che i Pelasgi, venuti dalla Grecia, poco dopo la guerra di Troia, occuparono la rocca di Cortona che apparteneva agli Umbri. La cultura umbra è spesso mescolata a quella etrusca di Cortona, come testimoniano matrimoni, nel corso del IV secolo a.C., quali quelli tra Art Mefanates, di Mevania, l’odierna Bevagna, e Velia Hapisnei, cortonese, o il fatto che la villa romana di Ossaia, nella prima fase edilizia, attorno al I secolo a.C., appartenne alla potente famiglia perugina dei Vibii Pansae. Non è questa la sede per addentrarci in questo tema, ma voglio solo ricordare come la tabula cortonensis, il terzo testo etrusco più lungo al mondo, conservata presso il MAEC, contenga la prima menzione del lago Trasimeno, Tarsminass, quanto forte sia la presenza di Frate Elia Coppi a Cortona e Castiglione del Lago o come, facendo un vorticoso salto in avanti, Cortona abbia per anni partecipato al noto Festival Umbria Jazz. Quanto detto non serve da giustificativo, ma per ribadire che Cortona, che ospiterà dal giorno 11 maggio fino a domenica 2 giugno 2013, presso Palazzo Casali, la mostra “Trasgressioni” del maestro Raffaele Tarpani, artista di origini perugine, che vive e lavora in Umbria da molti anni è la sede naturale per tale artista, profilandosi come un altro evento che scandisce, insieme a molti altri, una collaborazione ormai solida, formalizzata da un protocollo di intesa, tra il Comune di Castiglione del Lago e il Comune di Cortona..

Il pittore Raffaele Tarpani, nato a Perugia nel 1949, ha iniziato l’attività artistica nel 1962, allestendo numerose personali nella regione natale e conseguendo importanti riconoscimenti in occasione di concorsi nazionali ed internazionali. Sue opere sono presenti in collezioni d’arte private e pubbliche in Italia, in Austria, Belgio, Svizzera, Olanda, Gran Bretagna, Germania e Francia.

L’arte del maestro è capace, in effetti, di cogliere al meglio lo spirito delle terre del centro Italia, attraverso l’uso sapiente dei colori, che trasmettono l’idea di una natura splendente, palpitante di luce, quale è quella umbra e toscana.In questo senso si tratta di una mostra che se da un lato ci presenta, attraverso molte opere inedite, il risultato della maturità di un cammino artistico, dall’altro è anche una operazione di metodo che vede collaborare due comuni e, dunque, due regioni confinanti, con un unico obiettivo: quello di promuovere il proprio territorio, culturalmente omogeneo, anche grazie alla reinterpretazione artistica, andando ad intercettare la sensibilità di quel pubblico attento e colto che a Cortona, dai tempi del Grand Tour, è di casa. Sono pertanto orgoglioso di offrire alla cittadinanza ed ai tanti turisti che visitano Cortona questa nuova offerta culturale, e ringrazio di cuore il maestro Tarpani per aver scelto la città di Dardano come tappa della sua prestigiosa vita artistica.

S. Maria degli Angeli, Febbraio 2013

CERCA DI SCOPRIRE IL DISEGNO CHE SEI CHIAMATO AD ESSERE,

POI METTITI CON PASSIONE A REALIZZARLO NELLA VITA.

Martin Luther King

RAFFAELE TARPANI e LA SINFONIA DEI COLORI

E di sicuro Raffaele Tarpani si è lasciato avvolgere/travolgere dal disegno che la musa della pittura aveva preparato, da tempo immemorabile, per la sua sensibilità estetica e valoriale.

Il pittore umbro ha sacrificato l’ordinario fluire delle cose per perseguire un progetto esclusivo della bellezza ,sostenuto dall’idea di Oscar Wilde che ‘l’entusiasmo (per la bellezza) è un vulcano sul cui cratere non cresce mai l’erba della esitazione’. Disattendendo ciò che dice Giovenale, allorquando e laddove ritiene che ‘chi trascura di imparare nella giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro’ e nella coscienza di Vincent Van Gogh che ‘ nella società attuale gli artisti sono l’anfora rotta’.

Da sempre il discepolo di Gerardo Dottori si è mosso nella direzione dei suoi sogni per vivere la dimensione di una vita immaginata nel caleidoscopio dei colori,magari seguendo il dettame di Marcel Proust che vuole che ‘L’arte vera non sa che farne di tante proclamazioni e si compie in silenzio’. Nella piena convinzione che l’arte è tra le qualità umane quella che garantisce tutte le altre. Senza l’emozione di un colore che si libra nello spazio immenso della creazione secondaria l’artista dissolve l’ansia di trovare/ritrovare se stessi. Nell’artista perugino è insorto perennemente il desiderio di accrescere l’eccellenza della nostra e altrui natura per rendere l’uomo in cammino di conoscenza sempre e più intelligente. Raffaele Tarpani sostiene che un guizzo di luce cromatica è sufficiente a dissolvere le tante ombre che si addensano lungo la via nell’aiuola di memoria dantesca.

Per la verità il nostro pittore ha sperimentato la potenza incendiaria ed incendiata dei colori, elaborandone le molteplici e multiformi tonalità, non solo di rimando impressionista e futurista, ma anche simboliste, laddove i suoi ‘soli’, fatti dell’oro, campeggiano sovrani la tessitura di ampie tele che rimandano sia alla colma figurazione e sia soluzioni essenziali ,al limite dell’astrazione.

Non di rado le campiture coloristiche si fanno inno alla natura, trionfo del paesaggio ed esaltazione del nudo femminile, come straordinaria presenza d’amore. Tarpani che ormai vive la stagione della maturità artistica, alla quale non difetta mai la perizia fattuale, la sapiente distribuzione cromatica e il solido impianto compositivo, sa convintamente di non potersi crogiolare nel vissuto artistico di successo, ma che deve, invece, sempre sfidare e sfidarsi per nuove risultanze. Che parafrasando Herriot:’ La pittura è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto’ e per’ un artista -secondo Castellaneta – se gli tagliano le dita, va avanti col pennello legato ai polsi’.

In verità all’artista che si è votato al ‘sacerdozio’ della bellezza ,sacrificando cose e ricchezze, non resta altro che il suo ‘creato’ di sogno con la sincera propensione a ritenerlo realtà.

E in tempi di scoramento ideale, di qualunquismo filosofico, di relativismo etico si rende necessario – per dirlo con Vincent Van Gogh, – che ‘ Se tutto ciò che facciamo si affaccia sull’infinito ,se si vede il proprio lavoro trarre la sua ragione d’essere e proiettarsi al di là ,si lavora più serenamente’.

E Dio sa se oggi abbiamo bisogno di affacciarci da una nuvoletta per godere di un brandello di bellezza pittorica ,magari di Raffaele Tarpani , per imploderci in una full immersion di armonia colorata e di leggiadria panica.

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Giovanni ZAVARELLA

Santa Maria degli Angeli, gennaio 2012

CROMIE APPASSIONATE

RAFFAELE TARPANI celebra il 50° anno di attività artistica. Si ripropone suoi estimatori con una retrospettiva antologica nei suggestivi locali della Rocca Paolina di Perugia, laddove i bugnati architettonici anneriti dal tempo e dall’oblio echeggiano clangori di armigeri e di preci di vergini murate.

L’inquieto pittore perugino al quale non sono risultati indifferenti i magisteri di illuminati docenti, non ultimo del Maestro dell’Aeropittura Gerardo Dottori che lo sollecitava e infiduciava ad inoltrarsi nelle sterminate praterie delle arti figurative, iniziava un percorso che continua ancora . E da allora Raffaele Tarpani,compreso nel ruolo di voler e dover addentrarsi per i sentieri della creatività artistico -valoriale con ‘esprit acharné ‘, si è interrogato perennemente su come fare di più e meglio pittura. Non di rado ha sacrificato la quotidianità emozionale per servire, sic et simpliciter’, quasi sacerdote sull’altare, la musa della bellezza. In linea e risonanza con quanto sostiene Manuel Varquez Montalban ,quando ne ‘ Il labirinto greco afferma che: ‘E’ vero che il bene sarebbe incomprensibile senza il contrasto con il male e altrettanto accade alla bellezza al confronto con la bruttezza’.

Entro quest’ambito di progetto estetico, accarezzato e sperimentato in cinquant’anni di impegnata ricerca, sovente con stop and go concettuali e riflessivi, Tarpani, passo passo, ha dato risposte di alto profilo compositivo e cromatico, in un crescendo tormentato di dissoluzione della figura passatista e della dissolvenza di un fraseggio coloristico – didattico scolastico ,intercettando l’urgenza di incendiare campiture geometriche di remoto rimando futuristico ,con prevalenza di guizzi di luce dinamici in soluzioni verticali ed orizzontali. Con una propria anima. Le incendiate e veloci risultanze di allora mi sollecitavano a scrivere nel 2006 che che la pittura di Tarpani è stata: mai chiarista, mai trasparente, mai fragile. Mai degli stenterelli. I suoi paesaggi – quelli di ieri-, erano non solo riconoscibili per la solidità costruttiva, ma anche per un contrasto di cromie fortemente passionali ‘. Nondimeno si avvertiva la centralità del colore. Non solo come sua funzione, ma addirittura espressione esaustiva di sensazione, emozioni e riflessioni. Senso dell’essere.

Tarpani, sin dal suo esordio perugino rifiuta l’esito semplicistico, formalistico, evasivo, effimero. Il suo impianto è solido e composto. Non tradisce mai il valore dei contenuti. Predilige i grandi formati, ai quali trasferisce il suo amore e dal quale sa trarre. poi, risorse non tanto per l’esigenza di un incanto paesaggistico, quanto invece per l’esigenza di uno spazio misterioso e metafisico, dove le tracce architettoniche medievali umbre si declinano alla incessante presenza di ‘soli metafisici’.

Di sicuro l’impianto di Tarpani, oggi, è fortemente pronunciato; è motivo identitario. Ha una tessitura coloristica complessa ed intrigata. Mai incomprensibile. Forma e contenuti si declinano con tracciature vibranti, sofferte, sfolgoranti, guizzanti. Non sono assenti indizi evidenti di stati d’animo. A volte gridati, che vengono trasferiti nell’intorno e nell’interno di spazio e di tempo. Il transfert dei sentimenti in frammenti di immagini non è mai quietista. Tarpani non indulge più di tanto all’immediatezza facile. Riduce la distanza tra idea, pennello e mano. Che diventa – la mano – naturale prolungamento di una emergenza dell’anima, risonanza emozionale.

Il nostro artista rinnova i percorsi semplici e li rende adeguati alla gente del nostro tempo. Non manca di ricercarne di nuovi, non totalmente astratti, ma spesso essenziali. Mai narcisistico, sperimenta sempre per dèvoiler ciò ch’entro urge, ciò che fuori urge.

La pittura di Raffaele Tarpani non si culla nel pacifismo creazionale. Non dispera, ma non si adagia sull’ovvio. Non si sottrae dal dichiarare di esserci e di volerci essere. Per continuare a perseguire un progetto di bellezza, perfettibile e sempre in cammino.

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Giovanni ZAVARELLA

Santa Maria degli Angeli, marzo 2011

La natura ha delle perfezioni per dimostrare

che essa è l’immagine di Dio e ha dei difetti

per dimostrare che ne è solo un’immagine.

Blaise Pascal, Pensieri

E, forse, per questa ragione primigenia i pittori rincorrono la perfettibile trasfigurazione poetica del cielo azzurro in movimento,laddove l’assemblea dei colori tende a suscitare il sogno di un tempo passato da tempo immemorabile svanito. E in linea con la convinzione di Vincent Van Gogh che “ l’alta nota gialla possa esprimere l’essenza della realtà e della natura, aiutando l’uomo a riscattarsi nella vita terrena’, anche Raffaele Tarpani è convinto che ‘il pittore dell’avvenire deve essere un colorista’. E Tarpani, a cui non difetta la sapienza cromatica e la solidità di un impianto compositivo consolidati da studi accademici e frequentazioni artistiche di livello superiore, smisura consistente il blu profondo oltre la terminazione perimetrale quasi come a volere incantarsi nell’immensità siderale, laddove non di rado campeggia l’aureo sole di rimando metafisico, a dimostrazione di un’animazione cosmica di rara magia estetico – esistenziale. L’artista che altalena i suoi esiti fattuali tra l’essenzialità e l’astrazione, con qualche remota e metabolizzata citazione impressionista e futurista, ottiene, per il tramite di una pennellata dinamica e nervosa, corposa e materica, effetti di luci guizzanti che mentre illuminano cielo e terra, dall’altro fanno balenare la vita, oltre il semplicismo figurazionale. Tarpani che vive oggi la stagione del blu marino e celestiale in tempesta meteorologica, dopo la stagione del giallo e del rosso incendiato, sostanzia le sue soluzioni dei grandi formati di pura luce e puro colore nella risonanza emozionale di un sentire, a volte di accennate geometrie, la cui tracciatura grammaticale evoca intensamente una diffusa musicalità distillata dall’Eden perduto. Con qualche raro ritorno al figurativo di nudo femminile.

Per il tramite di un’alchimia di colori Tarpani sgomitola spazi celesti e delicati prati affabulati, affatati, fiabeschi dove l’appuntamento con le nuvole, il sole che gioca a nascondino, plana su una flora di particolare fascino poetico che lascia l’osservatore à bouche bée. Non tanto per la composta finitezza visuale del particolare floreale che sembra miracolo mostrare, quanto invece per un insieme che sembra evocare uno stato d’animo del pittore. Tarpani non si estrania dalle sue risultanze. Vi è sempre dentro. Indipendente. Con le sue certezze, le sue inquietudini, le sue contraddizioni. Sempre sincere. I suoi sentimenti si appagano e si dilaniano nelle ampie tavolozze. I suoi quadri si alternano tra luci ed ombre, tra cielo e terra, tra ragione e sensualità, tra emozioni e domande. Che si acquietano solo quando la bianca tela da inerte materiale si epifanizza con il colore. Raffaele Tarpani per esistere ha bisogno di dare forma ed anima alle urgenze del cuore e della ragione, ‘modulando arpeggi pittorici originari ed originali’. Altrimenti e altrove corre il pericolo di disperare.

L’arte di Raffaele Tarpani, per dirlo con Flavio Caroli, ha due orizzonti. Uno interiore, che vive nel mondo del non visibile, e che si dice “Anima”: figurativamente parlando, la si è rappresentata attraverso le fattezze del volto e del corpo dei viventi. L’altro orizzonte si chiama natura, è esterno alla pupilla umana, è interamente racchiuso nel mondo del visibile, e accoglie, per proiezione, l’idea che l’uomo ha del proprio “consistere” nell’universo.

La sua pittura, in definitiva, contiene il mistero dell’immensità, l’eroismo del cuore sovrastato dall’incommensurabile e la tensione della vertigine di chi tende a dissolvere con la bellezza poetica del di dentro e del di fuori , le nebbie della vita quotidiana.

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Giovanni ZAVARELLA

da “IL RUBINO”, Anno xx – n.12, 31 dicembre 2007, p.5

Tra gli affreschi delle sale comunali di Spello le opere di Raffaele Tarpani

Il comune di Spello, diretto da Sandro Vitali, che si prepara a celebrare il Pinturicchio, da qualche tempo persegue un progetto espositivo dell’arte moderna e contemporanea. La città, avvalendosi della disponibilità dei suoi straordinari talenti (Norberto, Marchionni, Grimaldi, Sozi, Tisato) e di una predisposizione dell’Amministrazione Comunale a privilegiare le arti figurative, a latere delle iniziative dell’eccezionale contenitore di Villa Fidelia e degli spazi entro le mura cittadine, si è inventato due percorsi, tra di loro interconnessi. Da una parte si offre ribalta all’arte dei Maestri Nazionali, (Greco, Fiume, ecc.) dall’altro non si trascurano i talenti locali. Come le performance dei pittori umbri nelle Via Crucis d’Autore. E in questo ambito di interessi culturali, negli splendidi locali affrescati del Comune dove si respira la magia del passato, è stata organizzata la personale di Raffaele Tarpani, dal titolo “Sconfinamenti”. Alla presenza del Presidente del Consiglio della Regione Umbria Mauro Tippolotti, del Sindaco Vitali, dell’Assessore alla Cultura Letizia Lillocci, del Presidente della Pro Loco, dei critici Dr. Massimo Duranti, Luciano Lepri, del prof. Franco Bozzi, e del sottoscritto, è stata fatta la vernice, condotta e moderata dal direttore della “Squilla”.

Raffaele Tarpani che vive a Bastia Umbra è uno di quegli artisti che sin dal suo apparire ebbe ad impressionare positivamente il Maestro dell’Aeropittura Gerardo Dottori che lo incoraggiò a perseguire nel suo percorso di ricerca. Da subito Tarpani rifiutò il semplicismo figurazionale e il tonalismo coloristico intimistico. Avviandosi per una ricerca dell’essenziale, laddove si esprime la dissolvenza dell’immagine e il sapiente contrasto cromatico di consistenza. Suscitando forti impressioni e disincantate emozioni che insorgono dall’insieme di una composizione di notevoli dimensioni.

E il Sindaco Vitali ha scritto che “la mostra in questione esprime l’ultimo sentire dell’artista, il quale ci presenta infatti un nuovo stile che parte dai colori e dalle sue combinazioni per la composizione di immagini sia astratte sia figurative”.

L’occasione espositiva è accompagnata da un sobrio catalogo a colori che si impreziosisce di notazioni critiche di Massimo Duranti, Luciano Lepri, Maurizio e Luciana Biondi, Franco Bozzi, Assunta Bortone, Mimmo Coletti, Mauro Tippolotti, Franco Venanti e del sottoscritto.

La mostra che merita di essere visitata, resterà aperta fino al 6 gennaio 2008.

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Giovanni ZAVARELLA

Santa Maria degli Angeli, dicembre 2006

Il pittore è come un navigante. Non si accontenta di vedere la sua nave tra le placide acque del porto.

Ama sfidare le colonne d’Ercole. Affrontare l’ignoto e le tempeste. Non gioisce nel mare della tranquillità. Cerca sempre nuove rotte, lidi sconosciuti. Vuole incontrare nuove terre, nuovi popoli. Gioisce nel vedere le vele gonfiarsi al vento. Per conoscere e conoscersi. Mai domo di ciò che sa. Che presume di sapere. Eguale tensione scuote la creatività del pittore. Che mai si abbandona soddisfatto all’esito raggiunto. E’ sempre intensa la risultanza come nuovo punto di (ri)partenza.

Per andare oltre. Non solo per misurare il suo orgoglio di seconda creazione, ma anche per sperimentare le infinite possibilità che l’homo sapiens ha nella mano, quale prolungamento dell’idea pregressa. In forma e contenuti. In una linea ininterrotta di conoscenze all’infinito, (pur) nella relativa tensione del perfettibile. E l’artista Raffaele Tarpani che gode di una sua cifra originale per forma e contenuto. –da tempo -, ha voluto, (non sappiamo se per poco o per sempre) abbandonare il suo vissuto pittorico di successo che aveva un qualche rimando alla lezione futurista e al Maestro umbro Gerardo Dottori (leggasi lettera del Maestro a Tarpani), per avventurarsi in una sorta di neoromanticismo e neo intimismo pittorico. Il perugino (ci tiene ad esserlo e a dichiararlo) Tarpani, forse, per la prima volta, dopo quarantaquattro anni di intensa e accanita ricerca,ha abbandonato la insistente geometria delle sue campiture coloristiche orizzontali e verticali, per ricomporre una sorta di armonica unità d’impianto che rinuncia alle fratture di luce “illuminante”. Non di rado incendiate da cromie di rosso forte, apparentemente mitigato del giallo oro che trova ragione materia in soli/lune che emblematizzano qualche esigenza metafisica. Forse una risulta di studi accademici e di esigenze intellettuali, ma che comunque offrono uno spaccato di rara bellezza. Mai quietista. Sempre densa ed armoniosa. Vigorosa, passionale, pre-potente. Corposa. Sostanziale. Fisica. Mai chiarista, mai trasparente, mai fragile. Mai degli stenterelli. I suoi paesaggi, – quelli di ieri e di oggi -, erano non solo riconoscibili per la solidità costruttiva, ma anche per un contrasto di cromie fortemente passionali.

Le sue figure avevano una identità che insorgevano dal colore a cui Tarpani affidava un valore di bellezza. Una bellezza non quieta. Sempre densa ed intensa. Sensoriale e sensuale. Forte e imponente. Guizzante. Tarpani, oggi, sembra, lasciarsi irretire dalle sirene dell’intimismo. Sembra che il colore vada verso una deriva, dove il rosso tende a trasformarsi in rosa. Con una presenza di blu minore. Le tonalità non si spengono nella loro intensità, ma tendono a trasfigurare una sensibilità che appartiene ad una stagione emozionale. Diversa da ieri. Di oggi. Si ha l’impressione che Tarpani voglia trasfigurare una nuova urgenza del suo sentire. Che mentre trova origine nel passato, dall’altro trova motivazione evolutiva per trasfigurare ciò ch’entro urge.

La pittura, come tutte le arti, è lo strumento per comunicare. Nel tempo. Nello spazio.

I sentimenti. In amore e in odio. Gli affetti. In gioia e in speranza. Le proteste. E per Tarpani, per dimostrare le ragioni dell’essere e, anche, dell’apparire. O forse solo per rincorrere i fantasmi della bellezza, della sua bellezza pittorica.

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Giovanni ZAVARELLA

2006

IL DISTINTIVO DEI PRIORI SERVENTI

Da qualche anno il servizio di Priore Servente del Piatto di S.Antonio di Santa Maria degli Angeli viene segnato da un proprio logo. I priori, alla maniera dei committenti medievali e rinascimentali, affidano la realizzazione del loro segno distintivo ad un’artista umbro.

I Priori Serventi hanno conferito l’incarico ad un pittore affermato umbro: Raffaele Tarpani.

Che ha al suo attivo una serie di personali, collettive, riconoscimenti e premi.

La sua opera risulta apprezzata dalla critica d’arte umbra e, soprattutto, la notazione incoraggiante del grande maestro dell’aeropittura Gerardo Dottori. Da tempo nel suo atelier convengono giovani che vogliono essere introdotti nell’arte pittorica.

Che in Tarpani trovano un Maestro che concilia la forza iconografica dell’immagine con la modernità di campiture coloristiche, proprie del futurismo, e oltre. Non di rado avvertendo l’esigenza dell’essenzialità e dell’astrazione.

Il pittore, bastiolo di adozione, ha corporeizzato nella tavolozza con tecnica raffinata e con sapiente distribuzione cromatica, la essenzialità di una tradizione che rimanda alla civiltà contadina del XIX secolo. In un perfetto rotondo Tarpani ha visualizzato il Santo Antonio con fluente barba bianca con in mano la campanella e il libro che sovrastano tutti gli animali domestici: dal cavallo all’asino, dalla mucca al gattino, dal classico maialino al cagnolino, ecc. Tutto perimetrato da tre elementi architettonici, propri del centro storico di Santa Maria degli Angeli: il Palazzetto del Capitano del Perdono, le fontane Medicee e la parete laterale della Basilica Patriarcale della Porziuncola. il Santo protettore degli animali si staglia sul fondale di un paesaggio tipicamente umbro di matrice futurista, laddove le colline si rincorrono innamorate e punteggiate da toni coloristici, dove prevale l’azzurro e il giallo in una sorta di armonia tra cielo e terra.

E un sole di valenza metafisica. Senza ombra di dubbio si tratta di una bella soluzione che si avvale di un solido impianto compositivo e di un leggiadro contrasto cromatico.

Ai Priori Serventi 2006, intelligenti committenti e al valente artista vada il grazie della Comunità angelana.

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Giovanni ZAVARELLA

2003

Da sempre l’uomo ha avvertito l’esigenza di figurare la realtà. Non solo. Non di rado ha avvertito l’urgenza di trasfigurare ciò ch’entro urge. Il suo essere faber è stato sospinto dal bisogno di comunicare ai propri simili il suo che sottende il progetto dell’uomo artistico. Con la palese idealità di affidare alle memoria visuale e visiva la sua scansione storica dello spazio e del tempo.

L’uomo di ieri e di oggi, sostenuto dalla ragione fondamentale di “pingo, ergo sum”, ha attraversato ed attraversa il tempo esistenziale, lasciando le orme del suo cammino creazionale, imprimendo sulle sue pagine fattuali la propria e altrui bellezza. Una bellezza che albeggia nelle dinamiche figure rupestri che squarciano le ombre del silenzio conoscitivo e che alimenta tuttora la curiosità dei contemporanei che arpionano l’esigenza spalmata nella nostra società di esserci, magari con un articolato pentagramma, un intreccio di parole poetiche, con un manufatto scultoreo o con una visualizzazione pittorica. In questo contesto di promozione dell’uomo espressione – comunicazione trova ragion d’essere e di fare la pluriennale attività dell’artista Raffaele Tarpani che con spirito di servizio e generosa maieutica ha tratto e trae dall’indeterminato mondo inespresso di tanti uomini, passione e la vocazione alle arti figurative.

L’artista, bastiolo di adozione, con il suo Gruppo “éART” ha ottenuto (ed ottiene) risultanze di rimando culturale e sociale, e non ultimo di promozione di una moderna estetica che pressa le coscienze che sono alla ricerca della Verità. Un’estetica che tende a corporeizzare, in tutti coloro che intercettano il suo insegnamento, un bisogno troppo a lungo seppellito o inutilmente represso per mancanza di opportunità rivelatrice. Che trova manifesta evidenza nell’offerta conoscitiva ed esperienziale di tecniche e contenuti che vengono insegnati con generoso trasporto.

Le occasioni d’incontro del Maestro Tarpani con tanti appassionati cultori della propongono non solo uno spaccato sociale che conferisce consistenza, significanza e visibilità al tempo libero, ma anche un utile confronto di esigenze e di risultanze. Aiutando ed aiutandosi crescere insieme dentro e fuori il cammino perfettibile dell’estetica. Un cammino su cui si mettono in marcia in tanti ma con risultanze ovviamente di differente livello. E non potrebbe essere altrimenti. Molti chiamati pochi gli eletti. Pochi gli artisti, tanti i pittori. Ma questo è nella logica delle cose. Ma senza che questo privi di soddisfazione qualcuno. Nessuno si deve sentire demotivato. Tanto meno mortificato. Perché coltivare la pittura, “facendola”, suscita in chi umilmente e consapevolmente la pratica, l’interiore sindrome del piacere.

Un piacere che non conosce prezzo e limitazione. Appartiene all’uomo sensibile. E un catalogo che si propone di accogliere alcune performance pittoriche di tante voci umbre e altre non può che essere salutato con simpatia e apprezzamento. Non solo perché offre una sedimentazione testimoniale di un luogo, di un tempo e di uomini, ma anche perché dimostra visibilmente, la direzione verso la quale si indirizza la sensibilità pittorica in Umbria. Questo non è un risultato di poco conto.

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Giovanni ZAVARELLA

1992

Un pittore che non ha un progetto ideale – estetico alla base del suo fare pittura corre rischio di essere solo un ottimo “imbianchino”. E in un epoca di libertà trasgressive e di pseudo valori, sovente chi grida e protesta il possesso di verità di bellezza e di messaggi universali, senza riserve e umiltà, semina distrazioni evasive e consistenze effimere che il tempo storico implacabile spazzerà via impietosamente. Ciò per affermare, non ex – cattedra, che è indispensabile che la esternazione pittorica in particolare ed artistica in generale, deve contenere uno spaccato culturale di sostegno che non tradisca la serietà dell’obiettivo e che non riduca gli esiti creativi in una espressività semplicistica, perché magari comprensibili ad un approccio elementare che accontenta il tratto radente del superficialismo massificato che esclude dalla sua indagine la complessività del pianeta uomo, inserito in una galassia dove si compone e si scompone l’armonia cosmica e si ausculta la pulsazione di una coscienza onesta, mirata alla metafisica e alla trascendenza. E la tavolozza di Raffaele Tarpani si può cogliere, per il tramite di un solido impianto compositivo – esaltato da una felice geometrizzazione – un taglio cromatico esplosivo che si propone come risultanza effettuale e non casuale, in un contesto di astrazione – sintesi, a cui non fa difetto una memoria assimilata e personalmente rielaborata della lezione futurista di Gerardo Dottori, soprattutto negli squarci di luci che sfolgorano il paesaggio, come lame taglienti che “divisionano” i comparti dell’insieme trasfigurato e l’essenza stessa del colore. La luce di Tarpani non è strumentale alla figurazione astratta come artificio cerebrale per confondere o manipolare il percorso pittorico del visitatore; anzi è funzionale all’astrazione – sintesi laddove lo stesso colore diventa solo contenuto, messaggio di bellezza, tratto con sapienza culturale ed intellettuale dal disordine della fluttuazione delle forme per ricomporsi in una unità estetica e in una sorta di terapia psicologica, emotiva e sensoriale accattivante il pensiero.

Il corpo umano, con predilezione femminile, non è mai erotico e corposo (bellezza-terrestricizzante), ma sempre sottilizzata, sottesa e diafanata in ascensione verticale verso la ricorrente presenza di globi galattici, come aspirazione metafisica, che seppure indefinita nella sua concettualità teologale, si pone come tensione ideale di ricerca e di dubbio come valenza di verità. Eppure questo esito artistico che potrebbe accontentare tanti pittori trova in Tarpani una inquietudine di ricerca operosa, indefessa, tormentata, problematica, aggettivata dalla indispensabilità di un superamento dell’acquisito e dal bisogno di “smarginalizzare” l’assunto entro cui ha, pur sempre, trovato una originale grammatica e una sintassi di linguaggio pittorico d’indubbia efficacia e di particolare spessore lirico che esprimono messaggi che dall’interno del sentire di Tarpani incalzano.

Non si creda che la essenzializzazione cromatica di Tarpani che sovente non disdegna i virtuosismi polimaterici e dell’arte povera, sia l’improvvisazione di un itinerario accidentale; al contrario è la risultanza di un processo di trent’anni di attività “acharnèe” che, a partire dal figurativo iniziale giovanile, è approdato, in un processo di perfettibile viaggio dell’arte contemporanea ad una incendiata sintesi coloristica che ha la proprietà e la bellezza di porsi e di imporsi per le stesse armonie, per la ricchezza emotiva, sensoriale e cerebrale che inducono il visitatore ad una seria consapevolezza di trovarsi a fronte di un pittore che vuole e che sa trasmettere propriamente il messaggio d’amore estetico ch’entro urge lungi da vieti luoghi comuni e dagli acquietati semplicismi di maniera. Di sicuro il visitatore non si ponga dirimpettaio del quadro di Tarpani con sufficienza, pressapochismo, faciloneria, come a voler leggere un aborrito fumetto lacrimevole e stucchevole.

L’arte di Tarpani appartiene alla sfera della ragione, del pensiero, dell’impegno, del superamento passatista. È pittore del nostro tempo, e del nostro tempo esprime, con pluralità di mezzi di comunicazione, l’ansia di ricerca non fine a se stessa, ma tesa ad offrire occasioni e pause di riflessioni sul ruolo che la pittura contemporanea può svolgere per la promozione di un uomo, per dirlo con le parole di Andrè Gide, che vorrebbe piangere, ma che sente il suo cuore più arido del deserto. Un deserto desolato a cui la pittura di Raffaele Tarpani tende ad offrire una risposta di speranza e di bellezza trasponendo una tempesta di sentimenti a mezzo di contrasti equilibrati e di luci e di ombre, fatti di accesi colori che ritagliano la vitalità dell’energia congiunta all’uomo sottinteso in un paesaggio mai gridato se non come indispensabilità di un circuito esistenziale nell’accensione di un faticoso andare, distinto dall’alba e dal tramonto della vita. E in questo andare Raffaele Tarpani offre la sua decodificazione di bellezza nella certezza che se l’uomo seguisse le lusinghe della musa pittura, potrebbe vivere una dimensione di vita, forse più ideale, che certamente lo allontanerebbe dalle angosce dell’esistere quotidiano.