Alberto D'Atanasio
DIALOGHI SULL'OPERA D'ARTE
…..Fabio venne da me si mise seduto e mi chiese: “ Andrea Mantegna, Raffaello, Michelangelo hanno fatto delle opere considerate opere d’arte ma mi chiedo: quando un’opera si può dire: opera d’arte?” Stavo per propinargli una definizione d.o.c. condita da citazioni ed esempi, ma preferii rigirargli la domanda in questo modo “ Quando un’opera non è un’opera d’arte? ” Michelangelo ha concepito sculture che non si possono non definire opere d’arte, per lui il blocco grezzo del marmo conteneva già l’idea della forma, l’artista toglieva la materia e liberava la figura, e Calder? Quest’ultimo ha fatto sculture monumentali talvolta sospese in aria, in equilibrio nello spazio, tra materia = pesantezza e antimateria = leggerezza. Prova a immaginare l’ultima cena di Leonardo e Guernica di Picasso, o ancora: la Primavera di Botticelli è più opera d’arte di un quadro di Fontana che tagliava la tela con due fendenti precisi? Fabio era pensoso ed entusiasta, portò gli argomenti sulla specificità delle sue conoscenze: la grafica, il linguaggio dell’immagine pubblicitaria, la difficile sintesi dei significati e dei significanti, tra la scatola di pomodori in serigrafia di Andy Warhol e le immagini retinate a fumetti di Roy Lichtenstein. Constatavo con soddisfazione che nessuno di noi aveva portato il discorso sulla banalità del bello o del brutto, sul ‘ mi piace ’ o ‘ non mi piace ’. Una definizione metteva però d’accordo tutti. La propose Fabio, lasciandoci perplessi “Un’opera d’arte è tale quando emoziona”. Ma cosa ci emoziona? Una parola rimane un termine finché l’estro, la creatività, gli danno un senso diverso dall’apparenza, e una semplice parola diventa così metafora, poesia. Stessa cosa per una nota o un colore. La Gioconda era una massa informe di toni su di una tavolozza, è stato il genio di Leonardo che ha dato un senso alla idea tramite il colore, idem per Mozart, Picasso. Il colore rosso rimane pigmento, è il cuore che sa emozionarsi, che gli dà un’anima e lo fa vivere. Gli artisti sono autonomi, liberi, non codificabili dagli schemi politico-economici, forse per questo Platone li aveva posti fuori dalla polis…. Van Gogh sarebbe stato uno dei tanti pazzi alienati se non avesse avuto il coraggio di andare oltre le sue paranoie e non avesse avuto vicino altre persone capaci di emozionarsi. Sentite cosa scriveva: ‘Ciò che cerco d’imparare non è il disegnare una mano, ma un gesto, non una testa bensì il profondo della sua espressione, per esempio lo zappatore che annusa il vento quando alza un attimo il capo o parla: insomma la vita’. “Tutto questo per fare un’opera d’arte…” fece Fabio e continuò “In effetti quando devo inventare una nuova grafica o un logo, e devo consegnare in un tempo determinato, il lavoro più complicato non è cominciare a disegnare o rielaborare una idea al computer, quanto spogliarmi di tutto quello che mi zavorra a terra: problemi, stronzate, preoccupazioni. Quando alla fine rivedo i lavori, i migliori sono proprio quelli che per cui ho dovuto sputare fuori l’anima…” A Bastia c’è un gruppo di artisti si chiama: “èART” lo coordina un artista davvero singolare, un poeta del colore, del segno e della forma. Ha il nome di un arcangelo: Raffaele, in ebraico antico significa Dio guarisce, di cognome fa: Tarpani. Lui crede che l’artista sia come un profeta, un rivoluzionario che agita gli animi e sa riscoprire la sua e l’altrui Anima, quell’essenza vera dell’uomo. Ho visitato il suo sito, è come approdare su di una isola felice dopo il naufragio. Le sue collettive sono vere e propri percorsi dove si ricollegano finalmente anima e cuore. Parlare con lui rinfranca e da energia, uomini come lui rischiano; come ogni eroe avrà mille amici, centinaia di persone che gli creano terra bruciata, è sempre così… Ma d’altra parte è per gente come Raffaele e per come quelli del suo gruppo che questa Vita, questo strano Viaggio merita ancora di essere vissuto. (2003) ALBERTO D'ATANASIO