Franco
Bozzi
Raffaele Tarpani e il
Gruppo “èART”
Il secolo appena iniziato ci farà assistere alla definitiva
dissoluzione dell’arte? Sì, nell’opinione di quanti
vedono nelle audacie, e talora nelle stravaganze sperimentali
del Novecento, non solo una ricerca di nuove vie,
ma pure un processo di irreversibile distacco dai
grandi modelli della figurazione. No, se si tiene
conto che gli
slanci e le fughe in avanti finiscono poi col
rifluire, per ciò che hanno di più valido, su
temi e argomenti mille
volte trattati secondo i canoni tradizionali, ma oggetto di una
continua rilettura in quanto espressioni dell’eterno
bisogno dell’animo umano di comunicare sentimenti, emozioni,
meraviglia, felicità, amore.
Di questo bisogno si fa da
tempo portavoce il Gruppo “èART”, raccolto attorno al suo animatore e
coordinatore Raffaele Tarpani. Tarpani vanta una ricca produzione artistica, più
che quarantennale.
Sono note la sua continua, premiata e riconosciuta presenza
nei concorsi di pittura estemporanea, di cui
anch’io sono stato testimone e
giudice; le esibizioni improvvisatrici, che evidenziano non comuni doti di
versatilità
e di adattamento; nonché le sue acclarate relazioni professionali con Gerardo Dottori, il maestro indiscusso
del Novecento perugino, e con quella inimitabile e inesauribile coppia costituita da Luciana Bartella e
Umberto Raponi.
Della lezione dottoriana, di cui è sommo esperto il Duranti, dirò soltanto che a me
sembra influenzare
– con gli arditi spazi aperti dall’aeropittura – non solo, e
com’è ovvio, la cultura figurativa umbra nel periodo che
va dalla fine della
belle époque al secondo dopoguerra, ma anche le successive manifestazioni.
Questa considerazione è stata lungamente celata e rimossa da un malinteso senso
di ripudio verso il
futurismo, per via delle sue connessioni col fascismo. Oggi che la fine delle chiusure ideologiche e la revisione
storiografica ci danno la possibilità di essere più liberi e sinceri nei nostri giudizi, possiamo godere
appieno di
quella bellezza congiunta non ad una quieta accettazione del
paesaggio pigro e malinconico dell’Umbria mistica,
ma al senso dinamico e
ritmico della velocità, dello spazio, e di una visione tri/quadrimensionale
delle cose.
Si osservino, ad esempio, negli oli di Tarpani, i colori: quanto intensi e
profondi siano i blu ed i verdi carpiti
alla nostra terra, al suo lago; quanto
lucente e dorato appaia il sole, elemento
ricorrente e caratterizzante,
perennemente riproposto in quanto sorgente di luce, di calore e di vita per ogni
francescana creatura. Si osservino
i fasci luminosi che tagliano l’aria immobile, e piombano sui tetti rossi e
cotti delle case di arroccati paesi, e su torri
e castelli e campanili. Si osservino ancora gli arcobaleni
cromatici imprigionati nella rilettura di un ambiente che
proprio in virtù di questo sguardo ci sembra del tutto nuovo, nonostante
che in esso si sia dipanata la maggior parte
della nostra esistenza…
Dagli artisti raccolti
attorno a Tarpani non potremmo attenderci – da tutti, intendo, i componenti di “èART”,
e per tutta l’estensione del concetto or ora enunciato – una siffatta maturità. Però in ognuno di essi mi pare possa
cogliersi lo sforzo per agganciarsi, come
successivi ed ulteriori anelli, alla catena della figurazione post-dottoriana,
o
ad altre significative espressioni dell’estetica tardo-novecentesca, che vanno
dal racconto naïf alle suggestioni
dell’astrattismo, e confluiscono comunque in una tensione comune volta a
ripetere l’incanto che si prova a gettare
il proprio sguardo sul mondo, analogo a
quella spinta che conduce ogni essere umano a ripetere, con propria lingua
e sensibilità, le eterne frasi dell’amore.
Per questo credo che l’arte non si dissolverà: ma
continuerà percorrere ed esplorare strade sconosciute,
per cercare di capire ciò che donne ed uomini di ogni età hanno cercato di
capire: il miracolo ed il mistero della vita.
(2003)
FRANCO BOZZI
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