Virgilio
Coletti
…..Sintesi o no di elementi effettivi o generazione
di un’inventiva fresca
e tanto spesso festosa, quasi che sia davvero un
girotondo di cui scorgi un mezzo
cerchio- e l’altro lo pensi alle tue spalle-
o una sorta di visualità in picchiata, il cui
centro, come dire?, fisico, è
oltre il quadro.
VIRGILIO COLETTI
INGLESE
Raffaele Tarpani ha ventun’ anno, è diplomato dell’Istituto d’Arte di Perugia,
ha l’abilitazione all’insegnamento, e lavora. Non nella scuola, come potrebbe
sembrar
ovvio, ma
altrove: e da Tarpani s’avrebbe da
avviare un ragionamento e qualche
riflessione sulla scuola italiana e sugli scarsi
allettamenti che propone e sulle
difficoltà,
almeno fino a ieri,
per starvi con tranquillità del futuro.
Ma non entra, l’argomento, in queste poche
righe destinate al giovane artista.
Lavora e fa il pittore, in quanto la sua vocazione è prettamente artistica, i suoi
problemi in fatto di creatività -appunto:
il porsi delle tesi con l’intento di dimostrarle- sono
quelli dell’arte nelle forme e nell’espressione, nel superamento o nell’affioramento dei
dati
acquisiti, nella resistenza alle suggestioni delle correnti e delle presenze degli
altri, e
nella
decantazione, ovvia del resto, dei suggerimenti esterni.
Un pittore che lavora, non un lavoratore che dipinge in una posizione, e non si
intende formalmente, più o meno domenicale. Non è gioco di parole; né proposizione
che si presti ad essere interpretata su piani diversi da questo del concreto quotidiano.
Proprio dalla realtà esistenziale, Tarpani - è
almeno probabile trae i soggetti dei
suoi quadri.
Qui sono una ventina: il paesaggio, e il paesaggio. Non figura, non natura morta.
La luce del giorno di Dio, il
sapore dell’aria, lo spazio per l’occhio.
Una reazione, non sappiamo.
Ma un’esigenza ci sembra di vedere e di
consentire
con il giovane pittore: quella di un ambiente diverso, non diciamo opposto, dall’altro in
cui viene ed opera sette, otto ore
al giorno.
Da qui – ed è una probabilità non
trasferibile al vero, neppure dal Tarpani stesso
– la tematica unica della
natura nella varietà della sua realtà e della sua poesia e delle
sue
strutture. Un acervo, artisticamente astratto, da divenir concreto nella
pagina dipinta,
alius et
idem direbbe Orazio.
Poi Tarpani è umbro, perugino: un uomo, cioè, immerso in un mondo che ancora,
malgrado l’avanzata delle città ( ma sono piccole, tanto da non arrivare alcuna ai
centomila
abitanti ) ed il mondo nuovo delle
strade asfaltate
e dei
tagli degli
alberi
e dell’abbandono dei campi, un giorno arati, immerso in un mondo, s’andava dicendo,
tutto così: colli e
montagne ma tenui, piane e prode, qualche specchio d’acqua, ed i
silenzi che sono di sempre per l’umanità pudica di se stessa.
Esiste una tradizione paesaggistica umbra: d’accordo la tradizione è nulla nell’arte.
Ma la tradizione per chi non la segua pigramente è già uno spessore autentico,
è una
misura
mediatrice tra l’eterno e il sé. In Umbria, ed anche
altrove certo, si ama, si dipinge,
s’interpreta il
paesaggio, quel paesaggio con quelle luci, quei colori, quei silenzi.
Dal Quattrocento del Perugino al futurismo di Dottori Raffaele Tarpani non fa
dell’antico e non segue un futurismo “classico”: cerca d’essere lui nello scomporre gli
elementi esterni e nel ricomporli, nel ricrearli in forme
architettoniche, cioè inventate in
fondo, davvero scoperte, come nell’etimo
primo – dall’occhio, - dalla riflessione e dalla
mano dell’uomo. Sempre mantenendo una leggibilità spontanea, una logica coloristica,
uno sviluppo d’armonia interna e di
contrappunti massivi, di una dialettica, razionale
ma
pure vibrante, tra i due reali: esteriore da ordinare e l’intimo da esprimere. Una strada
aperta, ampia, magari lunga, per le
altre avanzate e le altre conquiste del pittore Tarpani.
Egli si è fatto le ossa, a parte ciò che può
avergli dato la scuola, in molte
estemporanee che, se hanno un merito, impongono a vedere ed a realizzare su una
base
di responsabilità.
Ha partecipato a concorsi nazionali di Roma, Arezzo e di Bologna, ha preso parte
a collettive ed allestito
personali a Catania, Arezzo, Rieti, Assisi, Terni, Perugia, Milano.
Il suo nome con dati biografici ed artistici è
incluso in vari volumi d’arte.
(1970) VIRGILIO COLETTI
Benedetto lui , ha ventitre anni e dipinge, con
l’istanza sincera diuna propria autonomia e di articolare una sua
pagina a forme ed a colori, da otto o nove. E possono essere
benissimo dieci: sono tempi che per ora non fanno storia, ma che
servono, comunque, a dar cognizione di una laboriosità, di sicuri
intenti di ricerca, di sollecitante esigenza di inventare, e di narrare
quest’invenzione. Una personale – la seconda in Perugia,
avendone pure allestitealtrove, ed a Milano anche senza
l’intento di porre in mostra dati riassuntivi: e sarebbe presto. Anche se vi
sia un’opera del ’67, ma tutte le altre di ieri,1970 e 1971, e di oggi.Con la gioia, ecco la sensibilità ed il gusto
del colore, specie quand’ esso, nei vermigli puri o intrisi, nei verdi
ascendenti fino allo smeraldo, o negli azzurri liquidi o densi nel blu di
Prussia, si distenda, si raccolga, sicontenga in schemi di geometria piana, nei
reticoli quadrati e di trapezi di una immaginata scacchiera, di una sconfinata
tavola pitagorica, assurdamente irregolare, che fa da piano e da cielo. Assieme
alla misura di una logica razionale, che non condanna l’estro, per
l’impianto, le dislocazioni equilibrate, per un respiro sulle cose, sui tetti
affocati, sui campanili, sui colli, oltre le regole classiche, e chi ci pensa più?,
della prospettiva e della verità esterna. Anche se un titolo reciti di paese
umbro, di Torgiano, di Assisi, del Trasimeno. Non è da conto: sintesi o no di
elementi effettivi, o generazione di un’inventiva fresca e tanto spesso
festosa, quasi che sia davvero un girotondo, di cui scorgi un mezzo cerchio –
e l’altro lo pensi alle tue spalle – o una sorta di vortice in una visualità
in picchiata, il cui centro, come dire?, fisico è oltre il quadro. Così in una tela dallo sviluppo d’insistita
orizzontalità, ove i tetti roventi in corsa sui gialli e sui verdi
s’incontrano con le convergenti linee verticali di due torri campanarie. O in Paese Umbro, appunto a semicerchio, con un iterato svariare di raggi
e di riquadri, o nell’opera di più generosa superficie – un centotrenta per
centosessanta – che dà cognizione degli itinerari facitori dell’artista:
nulla concesso all’occasione, ma una ricerca modulare di forme per un contesto
di favola in pittura, di una memoria, di un’espressione.
Altrove, cercando tra la quarantina di opere qualche esempio che
definisca, la dizione si fa più raccolta e immobile per l’assunzione di realtà
certe: sono le due composizioni con girasoli su fondi di bruno in varia intensità,
si che il tondo frangiato del fiore venga su nei volumi, ma senza furbizia, né
inganni per l’occhio. E sugosi di linda pittura, le due tele di fiori rossi al
balcone e dietro s’apre, retto dalla sintassi strutturale delle figure prime,
un paesaggio urbico di nota monumentale. E La
Basilica di robusta plastica, e Il
Casolare, armonizzato su basse tonalità e su tratti graffiti, ed un taglio
in gradazioni di rosso ombrate. Più recenti La
Chiamata e Figure: inserzioni
simboliche, significanti, ed una nuova grafia della figura uomo che si rastrema
e si fa sdutta in una sigla d’impersonalità universale, e quindi nel concetto
pretto d’umanità; quasi un richiamo d’archetipi misterici che nelle grotte
preistoriche si dipingevano per propiziare un iddio che proteggesse gli
individui alla caccia e proseguisse la specie. Un territorio di fantasia e di concretezze, di
studio, di sempre vigili aspirazioni e di prove convinte. Questo territorio è
di Raffaele Tarpani ch’espone qui, a San Severo di Piazza.
(1972)
VIRGILIO COLETTI
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