PAGINA IN ALLESTIMENTO
MOSTRA A PERUGIA
9 - 25 APRILE 2011

I tanti volti di Raffaele Tarpani
Seguire una produzione pittorica non cristallizzandola nell’omogeneità di una stagione
(fissità che richiama alla mente la porta dell’attimo, dove secondo Nietzsche si incontrano e si
annullano passato e futuro) ma nella sua fuggevole e sovente contraddittoria evoluzione, significa per
un critico – che per sua formazione professionale e suoi coltivati interessi si occupi come me del
mutamento, categoria fondamentale della storia – significa, dicevo, in qualche modo penetrare i
pensieri, i desideri e i tormenti, dell’uomo prima ancora che dell’artista. L’artista infatti dà forma e
infonde vigore a sentimenti in cui tutti ci ritroviamo, plasma la materia in modo che sia possibile a
tutti afferrarla, rende esplicito e fa emergere ciò che confusamente si agitava dentro il nostro animo
e non trovava sbocchi di uscita per questo riusciamo a decifrare l’opera d’arte, per questo osiamo
interpretarla, la discutiamo e la giudichiamo – non cioè perché siamo artisti a nostra volta, ma perché
più semplicemente e unicamente siamo uomini.
È una osservazione che ho fatto altre volte, in occasione delle mie scorribande semi-clandestine
nel mondo dell’arte (peraltro sollecitate dai medesimi artisti, amici di vita e compagni di viaggio che
preferirei chiamare artieri) ma che qui debbo ripetere a proposito di Raffaele Tarpani.
Nello scaffale della biblioteca di casa che ho riservato ai miei scritti trovo copiosi saggi che si
occupano di questo estroverso eppur riservato pittore; e se frugo nei miei ricordi mi sovviene di
numerose occasioni d’incontro (gare estemporanee, mostre personali, premiazioni in luoghi istituzionali
e solenni) cui ho partecipato e sovente parlato di lui. E di volta in volta mi sono reso conto di come la
sua opera, accanto a cifre costanti e riconoscibili, presentasse elementi di novità, tali da provocare un
immediato spaesamento, subito però ricomposto nell’ambito di una visione unitaria ed onnicomprensiva.
Mi spiego meglio: i quadri di Tarpani possono essere visti (e goduti) certamente nella loro singolarità,
ma assai di più come tessere di un puzzle che solo nell’esattezza e pienezza dell’incastro rivela i dettagli
del disegno e il significato della rappresentazione.
Ho parlato di cifre che si ripetono, come si ripetono all’infinito – e torna qui acconcia la metafora
nietzschiana – le possibilità numeriche insite nel lancio di un dado. Segnale di riconoscimento per
eccellenza è l’astro o lanterna del cielo, che dallo splendore solare ed aureo degli inizi è passato al freddo
argenteo lunare di una fase successiva, per approdare infine alla presenza abbuiata ed opaca della
produzione più recente. Altra costante è il paesaggio solcato da tagli diagonali d’impronta dottoriana,
e il paesaggio umbro filtrato attraverso una serie di mediazioni derivanti dall’impadronimento di una lettura
post-astratta e post-moderna. Poi ci sono le trasformazioni cromatiche, che dal rosso fuoco al bianco rosa
ci conducono oggi ad un intenso blu di Prussia. Gli orizzonti di fiamma, i cieli irrorati – come ebbi a dire –
di luce crocea albeggiante, hanno acquisito il colore della notte imminente. La terra umbra, le colline, il lago
si sono ribaltati, ed è come se si riflettessero in uno specchio. Le umili francescane creature della tradizione
– fronde d’albero e ali d’uccelli – paiono in attesa di una apocalisse imminente.
Potpourri ha voluto intitolare Raffaele questa sua mostra, ed è titolo azzeccato nella sua
(non so quanto) involontaria ironia. Perché la parola evoca lo stufato di carne, vegetali e legumi mescolati
in una pentola da alchimisti fino ad estrarne una poltiglia; o i vasetti di fiori secchi dagli aromi speziati
che collochiamo sulle mensole per profumare le nostre case; o infine il rimestio degli ingredienti materiali o
immateriali di un qualsiasi aggregato o composto, fosse veleno o elisir. Potpourri è l’insieme del lavoro
creativo, fatto non d’un solo colpo di genio, come credono i semplici, ma di tanti momenti di riflessione,
tentativi e ripensamenti. All’osservatore il compito di far ri-combaciare i pezzi, di fornire una spiegazione.
Unità dalla frantumazione. Risposta agli interrogativi. Rinvenimento della chiave. Ordo ab chaos.
Perugia - Marzo 2011 Franco BOZZI

La scala per raggiungere il mondo dei sogni, l’aliante cullato dal soffio di Eolo, la poesia che si
è sempre pensato di scrivere sulla spinta di un’ispirazione superiore, la Grande Opera realizzata
dall’alchimista nel profondo del suo studio, tentativi e traguardi, speranze, illusioni, rivelate emozioni.
Nel quadro di Raffaele Tarpani viene fuori, nitida, una sorprendente malia, dipingere il fremito
della luce, la trasparenza dell’atmosfera, il distacco dalla terra, lo scintillare della tavolozza.
Vuole fermare la sensazione e il ricordo, allungare il tempo in un’evoluzione graduale verso una
totale libertà che gli permette, adesso, una scrittura indipendente, slegata da vincoli descrittivi,
somma di accordi e di temi, febbrile ansietà. Ricerca senza confini.
In un panorama che supera tranquillamente la razionalità e vantaggio dell’estro, del momento
creativo, della pennellata fuggitiva, tesa, irta, violenta, lo sbocco logico è dunque una serie da un
titolo bello e sfuggente, raffinato e mormorante come può essere quello dei Cieli. Alza lo sguardo,
l’artista, e contempla la bellezza che fugge, il rumore delle stagioni, la vibrazione di un attimo
perduto, gioco incantevole e non più forma stabile.
Mai dimentica il racconto della natura, Raffaele. E non potrebbe dissolverla tutta in questo
gioco elegante e sostenuto, intenso e lieve come una carezza. Manovra con perfetta eleganza e
quieto stupore il blu e i suoi derivati con gioia tacita, quasi un invito all’evasione, tinteggia il cuore
della vita con un tocco d’oro, rammenta il mondo che si stende laggiù e tra sprazzi di luce accenna
profilate distese di montagne, immaginate colline, pianure inesplorate, latitudini insondabili, tra
galoppate di nuvole, che sono poi il gesto dell’autore, la firma del suo pensiero errabondo, il fine
estremo della fatica. Limite da superare: e Tarpani studia, si sforza, inventa teorie di immagini, caroselli
di ben calcolata struttura in cui la fantasia è regolata dall’intuito e la materia si dissolve, ondeggia, narra
il distacco, l’esilio dell’animo, la partenza. Ulisse in viaggio continuo, Tarpani inventa e costruisce.
Forse raggiungerà Itaca, la sua isola. Altrimenti andrà avanti, sempre, come nello spirito di chi
vede nel quadro uno specchio e si ritrova solo lì, lontano.
Perugia - Marzo 2011 Mimmo COLETTI

Una volta qualcuno ha scritto che la pittura, per come si attua è un mistero: due pennellate che si
incontrano a volte diventano pittura, grazie ad una serie di eventi favorevoli e concomitanti.
Ebbene in questi ultimi lavori – che potremmo definire come la serie dei cieli - Raffaele Tarpani
è tornato ad essere quel grande artista che da sempre conosciamo, è tornato a fare pittura magica
dove il gesto felice, il colore, la materia, volano e divengono quel qualcosa di indefinito e,
probabilmente, indefinibile che chiamiamo bellezza, poesia, arte.
In questi cieli, che poi ad esame più attento sottendono dei paesaggi, assolutamente controllati
nella loro sfuggente composizione, Tarpani si muove, come sempre, sul crinale tra figurazione,
seppure indeterminata, ed astrazione; le sue sono notazioni ad una natura che egli colora – come
in questi straordinari e personalissimi cieli – con accesi, forti, corposi toni tra il blu ed il celeste che
trafiggono come sciabolate, di superfici, ora lucide e levigate ora opache e scabrose, che attraversano
la tela tagliandola in più parti con linee stilizzate che servono, anche, a creare movimento e a dare
dinamicità all’intera composizione.
Cieli che paiono fatti di vortici d’acqua dove è possibile individuare e cogliere i nascosti significati
di un’immagine, ma dove è anche possibile rimanere ad ammirare ciò che si ha davanti, lasciandosi
trasportare dal puro piacere estetico della forma, del colore, dell’accostamento tonale, oppure dai
giochi di linee, dal loro intersecarsi e frazionarsi in un turbinare, ora semplice ora più complesso, di
luci, linee, pennellate che si incontrano e si scontrano.
Insomma una grande pittura fatta di suggestione ed emozione in cui le atmosfere nascono da
risonanze interiori,da intime visioni, che costituiscono la risposta del vero artista, intelligente e lucido,
alla realtà del vivere quotidiano.
Perugia - Marzo 2011 Luciano LEPRI

Studio d'Arte TARPANI